mercoledì, giugno 27, 2018

Syncretica, il mondo custodito in un cassetto


di Fabio Antonelli
Gerardo Balestrieri, laureatosi all'Istituto Universitario Orientale di Napoli con una tesi sperimentale sul sincretismo e la spiritualità nella musica popolare brasiliana, nel suo sito si definisce cantautore apolide, polistrumentista. Per lui parlano soprattutto i suoi dischi, sempre densi come la sua voce, sempre pieni di influenze lontane, sempre così diversi fra loro. Da poco è uscito il suo nuovo progetto discografico, “Syncretica” (2018 - Smart & Nett Entertainment), definito da lui stesso “canzoni scritte da tempo e il tempo non esiste”.
Cover cd "Syncretica"

E' un po' di giorni che il tuo disco gira nel mio lettore e ancora sono affascinato dalla mescolanza di suoni, dall'incontro di mondi musicali diversi presenti in esso. Potrebbe, ad un ascolto superficiale, sembrare una raccolta casuale ma non credo proprio lo sia, forse la chiave di lettura sta nel titolo di questo nuovo lavoro "Syncretica", che unisce tutte queste diversità. Un disco attualissimo a dispetto della natura dei brani provenienti da tuoi periodi musicali diversi. Il collante di questo progetto? Tu stesso e lo dimostra il fatto di esserti messo in copertina. Ho detto fesserie?
Perfetta analisi scriverei. E' stato un album, da una parte ben pensato e dall'altra, come in maieutica, ha visto nascere da sole certe cose, anche la logica sequenza delle canzoni al di là dello stile che varia sempre nei miei dischi. Un viaggio che parte da Creta, passa da Venezia (a cui Candia è appartenuta), arriva in Francia e poi prende il largo, dal Medio Oriente e altrove, un viaggio a porti aperti.
Lascio volutamente cadere il discorso porti e resto sulla struttura del disco. Il fatto di averlo spesso ascoltato in auto mi ha come portato in luce un aspetto che, inizialmente, mi era sfuggito, il disco ha una struttura circolare e non mi riferisco certo al supporto fisico, ma alle tracce. Si apre, infatti, con un rebetiko dal titolo "Vieni vieni da Thomà" e si chiude con un altro rebetiko nascosto (bonus track), quasi si ispirasse ad un vecchio film da me visto al cineforum, mi riferisco a "Lo sguardo di Ulisse" di Theodōros Angelopoulos. Quindi la Grecia come culla della civiltà occidentale e, non credo a caso, in particolare Ulisse, del quale noi occidentali forse abbiamo mantenuto la stessa furbizia nei confronti del mondo fuori le colonne d'Ercole e così, mi riallaccio anche alla tua provocazione ... Che ne pensi?
E' stato l'ultimo film del più grande attore italiano a mio parere. Sì, la circolarità che non si chiude, in realtà una spirale ... Kundalini. Eh sì, io sto con Polifemo. Una volta, col "mio" contrabbassista, eravamo in una stazione a Nord Est, " Cos’è quello?" chiede un signore, riferendosi al contrabbasso, " E' la chitarra di Polifemo" gli rispondo, lui in bici si avvicina e fa "Allora gli sarà costata un occhio".

Cerchiamo di smontare un po' questo cerchio o se preferisci spirale. Nel disco, ad esempio, ci sono canzoni come "Gabbiano Bar" dove le lingue si mescolano e si confondono come fossero schakerate, credo sia il termine più adatto vista anche l'alcolicità del testo, in cui in fondo il testo sembra quasi più un pretesto a servizio della magnifica atmosfera, quasi da film e canzoni, come "La sinistra dalla erre moscia", in cui è il testo a dominare, fino alla chiosa finale "sa qual è stata la disattenzione ... / Aver confuso come chi attende il Sipario / la Rappresentanza con la Rappresentazione", un vero atto d'accusa, no?
“Gabbiano Bar” l’ho scritta durante una stagione canoro pianistica all’Hotel Cipriani, osservavo e ascoltavo i clienti e i barman, i camerieri, ecc. Il pianoforte nel mix è lontano, come se a parlare fosse appunto il barman e, di fronte nella sala, "Suonala ancora Sam" un po' come al Ritz di Casablanca. “La sinistra dalla erre moscia” non la vedo come un atto d' accusa, semmai un sogno sarcastico, attualissimo di queste ore, seppur scritta nel 2008, un destino tracciato di una realtà che ha dimenticato i deboli, gli ultimi, confondendosi, attraverso la Rappresentazione coi forti e coi primi. L’accusa se c’è non è mai diretta alla persona, ma al Potere.
In questo tuo navigare per mari lontani, vai ad affrontare anche canzoni non tue. Partiamo da una tua personalissima e libera traduzione di "Je bois" di Boris Vian, che leggo esser stata scritta quasi dieci anni fa, com'è nata? Cela anche un riferimento a Piero Ciampi, vero?
La traduzione fa parte del progetto di quindici anni fa legato a Boris Vian, ho tradotto un bel po’di canzoni sue che poi han fatto parte dei miei dischi, un giorno magari le raccoglierò tutte e ne farò un album dedicato al patafisico del jazz. E anni fa avevo scritto "L’amore è lo sposo della vita" su un foglio di carta, parole che ricordavo di Piero Ciampi ma non ne sono sicuro, ho cercato ma non sono attribuite a lui, forse era un live in cui ha detto questa frase, forse è mia, non ricordando esattamente ho preferito attribuirla a lui, anche perché “Je bois” avrebbe potuto benissimo scriverla Ciampi stesso, gran bevitore...
Ah, sicuramente. Le altre reinterpretazioni, invece, appartengono alla musica popolare, parlo di "Cielito Lindo" e del canto popolare "La strada nel bosco". Direi che mi ha colpito soprattutto l'originalità e l'accuratezza musicale della prima che mi sembra esaltare ancor più, se possibile, la composta fierezza del popolo messicano, esagero?
In realtà, la musica stravolta di “Cielito Lindo” in tonalità minore e in 5/4 è stata pensata in chiave molto mediorientale, tanto da essere stata registrata a Izmir da musicisti curdi e azeri, riprendendo una versione incisa insieme al più importante cantautore persiano vivente con cui ho collaborato. E’ un Mexico ben lontano che porta la sua poesia, invece, che la musica, ma la fierezza che hai intravisto penso ci sia, come di rimando. Di ritorno in questa spirale... 
Non mi riferivo tanto al vestito musicale, stravolto si ma con una ricercatezza e gusto sublime, bensì al significato dell'operazione.
Sì, un’operazione che tende a questo, anche per com’è cantata probabilmente.

Direi che il medio oriente è comunque sempre molto presente, mi sovviene ancora alle orecchie la splendida atmosfera di "Se eredito la tua stanza", quei versi iniziali "Mirabile visione a Malamocco: il vento al tuo incedere da bora si fa scirocco", allora tutto è possibile, anche un ribaltamento della propria esistenza, di luoghi geografici, quel Malamocco così vicino ma etimologicamente così lontano.
“Se eredito la tua stanza” è la canzone di “Syncretica” cui son più affezionato, avevo scritto il testo e per anni ho pensato (immaginato spesso prima di dormire) una batteria rock in 9/8. E' stata una bella sensazione e soddisfazione sentirla finalmente incisa, quando, come scrivo nella presentazione, hai l’esigenza di liberarti da qualcosa che ti appassiona e ossessiona... Una canzone scritta su un solo accordo, un altro gioco più che scommessa. A Malamocco ci son stato domenica scorsa, un posto senza tempo, un acquarello di Hugo Pratt. Sto scrivendo un concept album dedicato a Corto Maltese e cerco luoghi a lui cari, son passato da Scarso prima di andare al mare. Un ribaltamento, un cambio improvviso di vento ... Parola e luogo antico, c’era già in epoca romana prima che i barbari determinassero il nascere della città in laguna, ho trascorso un'estate intera in questo borgo, in attesa di mio figlio. C’è un Campiello dei Meloni adatto a pancioni da ottavo mese.



Senza voler passare in rassegna proprio tutte le tracce del disco, vorrei però soffermarmi su "Tango del Rosso e del Nero", magnifico tango, per almeno un paio di motivi, l'uso di strumenti come daf e tombak e il fatto di essere stato scritto nel 1996, come mai è rimasto sepolto così a lungo, lo trovo meraviglioso ...
Grazie dell'apprezzamento. Vivo un tempo discografico in netto ritardo rispetto a quello reale. Ho scritto una sessantina di canzoni quando avevo poco più di vent' anni, ma son riuscito a pubblicare il primo disco che ne avevo trentasei, per cui tante canzoni nel carrozzone. Non è male che abbia inciso “Tango del Rosso e Nero” adesso, in quegli anni non conoscevo il daf e il tombak, strumenti magici in questo album. Ho scritto tanto in passato e questo mi ha permesso di poter dedicare tanto tempo a fare il manager e promoter di me stesso, nonché produttore. La scrittura ovviamente non è comunque mancata, a sprazzi ho composto qualcosa anche negli ultimi dieci anni. “Canzone nascosta” è il brano che sento più attuale. Adesso scrivo su Corto Maltese e son felice di aver quasi svuotato la carrozza di "robivecchi" per dar posto a storie nuove.
Per concludere, del tuo lavoro futuro hai già accennato, vorrei invece chiederti come sarà promosso e fatto conoscere questo tuo "Syncretica", sarà portato in giro con quale formazione vista anche la vastità e complessità di sonorità che lo contraddistinguono? E supponiamo che qualche avventore, vedendo magari la tua locandina appesa in un locale, incuriosito dal titolo del tuo lavoro, ti chiedesse di che musica si tratta, come gli risponderesti?
E' sempre un'incognita il tour e la band post disco. Non avendo mai avuto strutture (booking, ufficio stampa, manager, ecc.) ho fatto sempre tutto da solo, per cui niente di programmato a lungo termine e concerti con una band ridottissima. Quest' anno, ho firmato con etichetta e agenzia tedesca, sono previsti concerti con esclusiva in Germania, Austria e Svizzera, tutto da programmare, intanto ho spedito un po’ di dischi per cercar di creare una cartella stampa utile alla ricerca di concerti. Per poter davvero presentare i miei album dal vivo avrei necessità di un'orchestra, ma da solo, senza strutture è quasi impossibile. A volte capita...oggi trovare visibilità per me è difficilissimo. Ho avuto la fortuna di essere arrivato alle orecchie di Renzo Fantini che apprezzava molto ma ci ha lasciato troppo presto...
Hai volutamente glissato la domanda del curioso di turno?
No, scusa, hai ragione, gli direi semplicemente che sono canzoni che fanno ballare e pensare, musiche del mondo, molto varie nei ritmi e nelle lingue, negli strumenti e nelle melodie. A volte in tempi dispari per inciampare un attimo col gusto di essere vivi... Inviterei poi anche all’acquisto del cd, per leggere con attenzione i testi e guardare i disegni del booklet, oltre ovviamente un invito al riascolto.



venerdì, maggio 25, 2018

Se per arrivare “In testa alle classifiche” … allora …


di Fabio Antonelli

Carlo Mercadante, per chi non lo conoscesse, è un cantautore siciliano, per la precisione di Barcellona Pozzo di Gotto, ma un cantautore decisamente fuori dagli schemi, basti pensare che nel 2014 pubblica a “rate” l’album “7 briciole lungo la strada” (Isola Tobia Label 2014). Direi che è un cantautore difficilmente classificabile ma per questo ancor più interessante ed eccolo ora mettersi in gioco con un nuovo sorprendente album “In testa alle classifiche” (Isola Tobia Label 2018). Ce ne parla qui, in maniera originale, come non poteva esserlo?

Cover CD "In testa alle classifiche"


Direi di partire, come mia consuetudine, dalla copertina, una foto con un primo piano su fronte ed occhi. Sulla fronte vi campeggia un bel codice a barre con il tuo nome e il titolo dell'album "In testa alle classifiche", gli occhi sembrano un po' quelli tanto espressivi di un Carmelo Bene. Direi che il protagonista ha un unico chiodo fisso nella testa?

Paragone meravigliosamente pesante! È un concept sull'ossessione del successo, sull'arrivismo. Mettere da parte le proprie idee e diventare accondiscendenti, facendo quello che gli altri vogliono ascoltare pur di ottenere fama. Mettersi in vendita. Il codice a barre mi sembrava rendere l'idea.

Giusto, un concept album. Già questa è quasi una novità nel panorama musicale attuale, per lo più questo disco è davvero musicalmente vario perché in questo concept il protagonista, un povero cantautore che vuole raggiungere a tutti i costi la cima delle classiche, si trova a dover dare ascolto ai consigli di molti personaggi, alcuni davvero bizzarri e non mancano neppure alcuni nomi importanti ad interpretarli, vero?

Sì. Prima di ogni canzone c'è un personaggio che mi consiglia sul brano giusto che dovrei proporre per scalare le classifiche. L'ufficio stampa (Daniela Esposito, il mio vero ufficio stampa) colleghi, gente che ascolta la radio, e qualche voce nota come quelle di Elena Ledda e Caparezza. E io ... che accetto tutti i consigli man mano che scorre l'ascolto pur di essere quello che gli altri vogliono che io sia.

Carlo Mercadante - Foto di Tamara Casula


Io ho trovato il disco molto intelligente, profondo, ma anche, grazie a questa sorta di sceneggiatura che lega i brani fra loro, molto divertente. Credi però che questa compattezza dell'intero progetto possa finire per danneggiare ogni singola canzone? Nel senso che i vari pezzi, ascoltati singolarmente, potrebbero perdere l'intrinseco valore?

Dubbio che mi sono posto. Ma alla fine mi interessava raccontare più la storia. Anche per la pubblicazione in digitale ero in difficoltà. Poi ho stabilito che l'ironia, l'autoironia dovevano rimanere per dare il senso che avevo in mente. C'è un gioco di fondo. Perché toglierlo?

Assolutamente d'accordo. Nell'altrettanto ironico libretto che accompagna il disco, sono riportate alcune tue riflessioni che si concludono con "Niente di impegnativo. Solo musica ... E' solo un gioco" che ricorda tanto il “sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, ma io ci credo poco. Mi spiego meglio, le canzoni è vero sono molto ironiche, anche auto ironiche, ma dietro questa veste anche un po’ scanzonata e divertente, secondo me si cela un'acuta analisi e una forte critica che non riguarda solo il mondo musicale, quello è forse solo un pretesto, ma che ha come bersaglio la nostra realtà sociale. Dico una fesseria?

Dire cose sorridendo è il mio modo di comunicare. Mi piace giocare. Sta a chi ascolta stabilire se dietro un messaggio apparentemente comico c'è una verità importante. Contrariamente al ruolo del cantautore disperato che cerca il consenso ritengo che l'ascoltatore debba sforzarsi di comprendere il gioco e metterci il suo nell'interpretazione della proposta. Quello non è ruolo mio. Lo lascio a chi ha voglia di essere attivo nell'ascolto.

Entrando un po' più nel disco, ad un certo punto al protagonista viene proposto di fare un po' come nei talent, il suggeritore di turno gli dice che in fondo se non è nessuno, non può permettersi di scrivere in maniera credibile canzoni d'amore e allora tanto vale affidarsi ad una cover ... nello specifico una splendida interpretazione di "Ma che sarà" di Edoardo Bennato (guarda caso). Cosa ne pensi sia dei talent televisivi sia delle tante cover band che riempiono locali e piazze?

Non demonizzo i talent ma fare una distinzione tra persona di spettacolo e artista è importante. Nessun artista si sottoporrebbe a un giudizio o alla gogna di un televoto perché un artista dice il suo e basta. Chi fa spettacolo, invece, è completamente sottomesso al gradimento, ne dipende. Inoltre delegare al pubblico la responsabilità di votare il talento è il più grande atto di codardia discografica degli ultimi anni, ci si toglie la responsabilità di scegliere testando direttamente prima ancora il gradimento del prossimo "prodotto". "Se papa Giulio avesse delegato per far prima / al televoto il nome del pittore per la sua Sistina / di certo Michelangelo sarebbe andato a casa / ma oggi ammireremmo tanti bei gattini in posa", l'ho scritto in versi quello che penso. Le cover band sono un discorso a parte, sono una palestra per tanti e che ben vengano, il discorso riguarda l'impossibilità di distinguere un dopolavorista da un operatore dello spettacolo, ovvio che l'hobbista si svenda per due birre e metta in crisi chi fa questo lavoro h24. Per quel che mi riguarda ho fatto tour meravigliosi in stalle e mulini pur di evitare locali e adesso mi sto approcciando al teatro. La musica d'autore deve avere spazi e attenzione. I locali, com'è giusto che sia, devono vendere birra e risparmiare sulla musica. Anche se nessuno li obbliga a fare live.

Hai parlato di locali, di teatro? Quale ritieni possa essere la giusta collocazione per le date di presentazione del disco che immagino tu stia predisponendo? Come sarà dal vivo lo spettacolo vista anche la particolarità del disco con i vari interventi "esterni" alle canzoni?

Lavoro ormai da anni per portare la mia musica fuori dai locali. Niente contro, ci sono cresciuto come tutti ma ho anche l'esigenza di raccontare con piccoli monologhi le cose. Ho presentato il disco al teatro Kopò seguendo un canovaccio e proponendo per la prima volta dei monologhi, tra l'altro accompagnato da una band che mi ha garantito un muro sonoro eccezionale (Giuseppe Scarpato, Marco Polidori, Paolo Baglioni). Ho avuto un ottimo riscontro e ho tolto le paure di dosso per poter adottare questa formula. Quando la gente ti dice che due ore sono passate in un attimo è confortante. Adesso sto lavorando per un tour teatrale da portare in giro. Vediamo che succede …

Carlo Mercadante - Foto di Tamara Casula


Io spesso ho avuto occasione di guardare i tuoi video interventi presenti su Facebook o YouTube e non avevo dubbi sulle tua capacità di far volare due ore di spettacolo ... Se sei d'accordo, vorrei farti un'ultima domanda, tesa a incuriosire un po' chi ci legge. Del disco ho apprezzato tantissimo la tua personalissima interpretazione di "Vitti na crozza", proprio perché così diversa dalla versione di Modugno, vorrei però mi dicessi a quale delle tue creature sei più affezionato o meglio ti rappresenta. Io credo di saperlo, però a te la parola.

Oddio ... è la domanda alla quale si risponde "non posso sceglierne una, sono tutte figlie mie". In realtà il gioco delle opinioni degli intermezzi mi permette di spaziare tantissimo. "Gli amanti di Galway" mi ha permesso di scrivere una canzone d'amore che ho sempre fatto fatica a proporre. "Non bisogna credere al cantante" è intimamente mia. Se ne devo citare una cito la ghost track "Era settembre" perché è la conclusione del disco e dà il senso al concept. Sono io nella mia stanza a scrivere solo per me e non per gli altri e poi perché è il mio gancio con il prossimo album. Come? non ve lo dico … giochiamo insieme.

Accidenti, avessi scommesso avrei vinto! Lasciamo allora aperta questa porta sul futuro e direi godiamoci il presente, ok?

C'avevi azzeccato? Eheheheh



mercoledì, maggio 23, 2018

Lucina Lanzara dà voce e suono a Salina


di Fabio Antonelli

Nella biografia di Lucina Lanzara troviamo scritto: cantautrice, sperimentatrice vocale, produttrice musicale e teatrale. Di sicuro è artista mai propensa a ripercorrere strade già battute, se nel 2015 realizza il disco “Lucina canta e racconta De Andrè” (Kelikon Edizioni 2015), una rivisitazione in chiave mediterranea di vita e opere di Fabrizio De Andrè in realtà nata nel 2007, eccola ora proporci il suo “Isòla” (Nota Preziosa Edizioni 2018), un opera strumentale, sperimentale tra vocalizzi e jazz, tutta da ascoltare, nata come sonorizzazione live del documentario "Il resto dell'anno". Come resistere alla tentazione di saperne di più …

Cover cd "Isòla"


Sono sempre attratto dalle copertine dei dischi, in fondo sono il biglietto da visita di un progetto. La copertina di "Isòla" ti vede fasciata da un bellissimo abito e un altrettanto bel turbante in testa, com'è nata l'idea della copertina e perché quell'Isòla con evidenziato l'accento sulla o?

Rosa è il colore dominante di Isòla. Isòla è femmina. L’abito rosa evoca il viaggio in un mondo fatato, in un mondo di sogni ed emozioni. Il turbante mi restituisce il sapore d’oriente, il gioco di perle in mano come se con loro fossi stata germinata dalle acque. Isòla con l’accento sulla “o” come se fosse un neutro plurale: le cose che si fanno da sola, Isòla con un chiaro richiamo all’isola, al sole, al sale, alla completezza della donna.

Isola è un disco, per chi ti avesse conosciuta per il tuo progetto su De Andrè, decisamente spiazzante, tu qui è come se fossi completamente un'altra artista, compositrice raffinata sperimentale ma se poi ne conosci la genesi diventa tutto più comprensibile, me ne parli approfonditamente?

Nella mia rivisitazione di De Andrè c’è la donna, la donna amante, l’innamorata di De Andrè. C’è tutta l’acqua del Mediterraneo. Io sono Isòla, Isòla è la mia poetica. Il mio primo disco edito dalla RAI nel 2003 fu “Il canto del Sole”, un concerto per la Pace per voce sola e percussioni, scritto a margine dello scoppio della guerra in Iraq. Prima ancora, 1997, vivevo a Genova, intrisa dell’odore dei carruggi di Faber, e scrissi “De Mare”, assolutamente cantautorale, dopo alcuni anni (2006) edito ancora dalla RAI. Alcuni produttori mi chiesero di rispettare il mio pubblico, così lo avrei spiazzato ed io risposi che sono questa: in eterna evoluzione. Oggi sono felice di avere avuto il coraggio delle mie scelte: 6 dischi, 12 opere, tutte apparentemente diverse. Cerco sempre e solo il Suono e le Emozioni, nel Mediterraneo.

Credo tu sia riuscita pienamente ad essere te stessa ma come classificheresti, operazione orribile a dire il vero, questo tuo nuovo progetto? O meglio, come lo presenteresti ad un potenziale fruitore?

Lasciati prendere per mano e ti condurrò nel mondo dei sogni, tra Word Music jazz e New Age.
Hai visto, a proposito, questo post di Andrea Podestà "Dopo di che è successa la magia..."


in cui parla di me a Pieve Ligure accompagnata dagli straordinari Edmondo Romano al clarinetto e Riccardo Barbera al contrabbasso e loop station?

Si, ho visto, credo sottolinei soprattutto la dimensione concertistica di questo lavoro discografico, un'opera che è nata proprio per essere eseguita dal vivo vero? Qual è stata la genesi di questo bellissimo lavoro?

Ti ringrazio! Per la verità il disco ed il live sono due mondi a se stanti. Nel disco, Daniele Camarda, lo straordinario bassista cosmopolita, utilizza una loop station anni’70 che segue un algoritmo per cui il Suono si evolve e diventa irriproducibile, sempre diverso. In più il suo strumento è un basso a 7 corde che si è fatto costruire apposta e che Camarda utilizza talvolta come liuto, talvolta come contrabbasso, talvolta come Arpa. Non esisterà mai un live uguale al disco ma ciò che conta è il racconto e come il pubblico diventa parte integrante del racconto stesso. La genesi è la colonna sono del Documentario “il resto dell’anno”, di cui ho curato la colonna sonora, di Michele Di Salle e Luca Papaleo: mi fu chiesto di essere, con la mia voce, l’Isola di Salina. Così è stato. Una colonna sonora minimalista. Molta voce sola. Poi il giro del mondo per i Festival più importanti del Documentario. Nicchia. Sempre meravigliosa nicchia …

Lucina Lanzara - foto di Giuseppe Sinatra


A proposito di nicchia, c'è un artista di nicchia uomo o donna con cui vorresti collaborare ed unire la tua creatività, la tua voglia di sperimentare cose nuove?

Patrizia Laquidara, Max Manfredi, il compositore violoncellista Giovanni Sollima.

Tornando al tuo disco credi che in qualche modo il fatto che sia un lavoro puramente strumentale possa in qualche modo aprire le porte ad un ascolto oltre i confini nazionali? È vero che risuona di Mediterraneo ma è pur vero che la musica di qualità quella capace di emozionare supera ogni barriera, no?

Oh! Grazie! Si! Lo penso, lo vivo così. Non sono arrivata a pubblicare i testi nel Booklet in inglese ma on line lo è già. Alla presentazione del disco a Palermo ho avuto contatti con Roma Milano Genova con la traduzione estemporanea in inglese. Ho avviato una serie di contatti con l’estero ma non posso sbilanciarmi ancora. 

Nel citare tre artisti con i quali gradiresti collaborare hai fatto nomi molto interessanti, chissà che da ciò non possa nascere davvero un qualcosa di nuovo. Quando un artista pubblica un disco è come se mettesse la parola fine, il sigillo definitivo ad un proprio progetto e comincia a guardare oltre. Hai già in cantiere qualcosa di nuovo, nel caso si può già parlarne?

Esatto!!! Dovrei registrare tre lavori teatrali di cui esistono i DVD live, sono oratori moderni sperimentali: “Dies Natalis”, “Canto della Santuzza”, “Canta San Mercurio”. Dovrei finire il libro sulle “Voci Vicine” ma soprattutto registrare e pubblicare il nuovo disco da cantautrice! Già ho le canzoni! Mi manca il tempo!



venerdì, marzo 23, 2018

Con "Luna nuova" ho capito che essere autentici è il modo più economico per vivere bene


di Fabio Antonelli

Anticipato dal videoclip “La bestia” uscito nel febbraio del 2017, a febbraio 2018 è finalmente uscito in edizione speciale “Luna nuova” (ed. Fabrika Musica), quarto album solista di Fabrizio Zanotti, cantautore nato ad Ivrea ma di origini pugliesi, musicista da sempre attento al sociale e che, anche con questo suo nuovo lavoro, non smentisce la sua attenzione alla quotidianità, ai rapporti con gli altri, alle contraddizioni e complessità che ci caratterizzano, ne è uscito un bel quadro d’insieme, musicalmente piacevole, che offre tanti spunti di riflessione.

Cover CD "Luna nuova"


Al di là dei possibili contenuti, a colpire subito, di questo tuo nuovo lavoro discografico, un po' come si usa nel campo dei profumi, è il package realizzato in cartonato e una stupenda copertina tutta colorata, con un titolo affascinante "Luna nuova", che forse unisce ciò che è sempre stato a ciò che sarà? Mi parli di come è nato il tutto?

Posso dire che questo lavoro è stato per me molto terapeutico e che senza accorgermene ho seguito un cammino interiore. Tutto è partito con “La bestia”, in quel momento stavo faticando per ritrovare una calma e una serenità che mi sembravano un miraggio. Dentro di me era forte l’attrito tra la sensazione cupa che mi teneva fermo e quella che spingeva verso l’apertura, il nuovo. Era arrivato il momento di cambiare, ogni giorno però la bestia tornava a smorzare il mio impeto. Mano a mano la canzone prendeva forma, l’inciso scandiva i suoi passi e “la bestia in fondo alla gola” cominciava a stancarsi, mentre la mia voce aveva quasi trovato la quadra. A un certo punto è arrivato il bridge dove urla il violino, l’ultima sanguinosa lotta tra le due anime, nessuna ha avuto la meglio e ancora una volta la vita risponde: nessun vincitore, nessun vinto, la mia verità sta nel mezzo, nel sapersi ascoltare e accettarsi per come si è, quella è la strada che conduce alla rinascita…poi sono arrivate tutte le altre, alcune più autobiografiche come “Autunno”, che contrastano con l’irruenza del “Goleador” e la follia di “Konta il greco”. “Luna nuova” nasce per ultima, e mette insieme il passato, il presente e il futuro. Anche se sembrano così lontani, in realtà il presente li contiene tutti. Quel momento in cui ciò che abbiamo vissuto non ci va più e il nuovo deve ancora arrivare, quell’instante presente racchiude il significato di ciò che siamo. “Luna nuova”, è prodotto da Fabrizio Cit Chiapello e l’abbiamo realizzato grazie a un partecipato e sorprendente crowdfunding. A coronare “Luna nuova” è stata la sorpresa di Ugo Nespolo che mi ha disegnato questa copertina.

Dalle tue parole e dall'ascolto del disco mi pare di capire che questo nuovo lavoro sia pienamente figlio di questi nostri tempi, fatti di inquietudine, di incertezza, un sentirsi quasi sempre "Fuoritempo", dico male?

Si è vero, mi è piaciuto tirare fuori anche il lato ironico della faccenda. Alla fine la capacità di non prendersi troppo sul serio ti dà la possibilità di cambiare quando è necessario e direi che di questi tempi è necessario.

Il rapporto con il tempo, un certo asincronismo, comunque emerge in più punti nell'album, nella canzone "Una giornata piena" con i versi "Se potessi per un momento fermare questo tempo fermarlo per capire quello che sto vivendo" ma anche nella già citata "Konta il greco" dove il protagonista "non va più a tempo perché il tempo non lo regge più" ed ancora la malinconica "Autunno" che si apre così "Girano le ore il tempo spazza via malumore tiepidi ricordi, chiacchiere". È così?

Credo che essere padroni del proprio tempo oggi sia estremamente difficile. Se da una parte si vive con affanno per inseguire sempre qualcosa: la visibilità, la felicità, la sopravvivenza … dall’altra siamo molto poco capaci di stare nel nostro tempo e con questo intendo anche vivere il presente, in ascolto di quello che proviamo, nel bene e nel male.



C’è una canzone, “L’industriale”, che è altrettanto attuale, segno del nostro tempo, ci racconta di un industriale vittima come tanti di questa interminabile crisi “Distrutto dagli affari, dalla vergogna, bufera venuta all’improvviso mormorano salotti fremono bancari l’azienda di famiglia ha fallito”, ma anche una catastrofe a volte può forse far risorgere a nuova vita sembra “felice spensierato finalmente ritrovato”, il tutto tra le malelingue della gente. Credi sia davvero possibile non farsi comunque travolgere dagli eventi e trovare una propria via di fuga? Un’alternativa al Dio denaro?

Quell’uomo tutto d’un pezzo che in realtà è sempre stato vittima del suo potere e della sua ingombrante posizione sociale, in verità non è mai stato felice. Grazie al crollo degli affari, la sua immagine si sgretola, e nel momento in cui tutto sembra ormai perduto, invece di fuggire dalla vergogna come tutti i benpensanti si immaginavano, ritrova il suo sogno di bambino. L’industriale è una metafora, nel dramma della crisi che ha azzerato parecchie realtà, c’è chi ha avuto la forza di rinterrogarsi sul senso della propria felicità.



Ad interrogarsi sul senso della vita è anche il protagonista dello splendido brano che dà il titolo al disco, cioè "Luna nuova", che poi quella fase lunare in cui la luna non è visibile e perciò la notte più tenebrosa, in cui il protagonista/autore canta "Forse da un'altra vita qualcuno ci ascolta davvero mi chiedo spesso chi siamo dove veniamo". Si può considerare questo tuo nuovo lavoro discografico il disco della maturità, senza nulla togliere a quanto scritto fino ad ora?

E’ il frutto di un percorso anche doloroso di “definizione di spazi” tra me e la mia coautrice Valentina La Barbera. Con “Autunno” abbiamo messo in scena questa separazione esorcizzandola e siamo entrati in una nuova fase. In questo album ci sono dei brani a quattro mani e altri su cui ho lavorato praticamente da solo, scoprendo una voce che è cambiata dopo anni di scrittura insieme. Forse con “Luna nuova” mi sono lasciato semplicemente essere ciò che sono: per anni ho combattuto per definirmi come uomo, come lavoratore, come marito, come figlio, poi ho capito quanto questa lotta fosse inutile e che essere autentici sia il modo più economico per vivere bene.

Tutto ciò credo che in un certo senso si percepisca tra le tracce del disco, anche quando magari cerchi di dissimulare il tutto, di mescolare le carte come in "Il goleador" usando dei parallelismi, usando la leggerezza anziché la drammaticità. Una canzone atipica forse per come è costruita, me ne parli meglio?

Abbiamo voluto raccontare quella che apparentemente è la storia di un ragazzino di quartiere che vuole diventare una celebrità del calcio, è talentuoso e ammirato da tutti. Tra le righe in realtà scopriamo che il goleador non è un giocatore di calcio, ma un baby killer. Musicalmente ho voluto giocare con risposte di chitarre stile pulp su una ritmica partenopea e creare una sorta di esaltazione e onnipotenza da stadio. Il goleador è dimostrare di valere qualcosa, voler essere importante a tutti i costi, un fallimento della nostra società.



Il discorso da te fatto su chitarre e stili mi permette di introdurre, dopo aver guardato più ai testi, la questione musicale, io credo sia stata una scelta voluta quella di utilizzare stili musicali anche piuttosto diversi fra loro passando dal blues al balcanico al folk, questa caleidoscopica musicalità rispecchia in un certo senso la complessità del nostro vivere oggi o è solo una scelta stilistica?

Un po’ entrambe le cose credo. Ogni brano è un microcosmo, con la sua dinamica all'interno di questo risveglio. La vita pulsa in molte direzioni che ho voluto evidenziare, considerando varie ritmiche e mantenendo come filo conduttore chitarra acustica e voce.

Come sarà portato in giro questo tuo nuovo lavoro? Con la stessa formazione del disco oppure solo tu chitarra e voce?
Dipende dai contesti, normalmente esco con la mia band formata da basso, batteria, chitarre, violino. Quando mi capita di fare dei concerti unplugged in situazioni più intime, mi piace suonare i brani così come sono nati solo voce e chitarra.

Voglio chiudere con una domanda che vuole essere un po' un invito all'ascolto di questo disco. Facciamo finta che tu sia il gestore di un negozio di dischi e un potenziale acquirente, notato il tuo disco per la bellissima copertina, venga da te e ti chieda di cosa si tratta, come gli risponderesti?

Di un finto disco pop che sembra parli di altri e invece parla di te. Compralo che ha la copertina di Ugo Nespolo!



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mercoledì, marzo 21, 2018

Le canzoni del signor Dario Fo secondo Giangilberto Monti


di Fabio Antonelli

Lo scrittore e chansonnier milanese Giangilberto Monti, ha voluto rendere omaggio a Dario Fo, uno dei suoi maestri d’arte scenica con un disco “Le canzoni del signor Dario Fo” (2018 Fort Alamo/Warner Music Italia) che racchiude sedici titoli dalla vastissima produzione musicale dello scomparso artista. Per l’occasione ha voluto ricreare quell’atmosfera jazz elegante e divertita da cui era partita la coppia Fo-Jannacci, coinvolgendo nel progetto un protagonista di quelle composizioni, il clarinettista e arrangiatore Paolo Tomelleri, coadiuvato da grandi musicisti quali Sergio Farina alla chitarra, Tony Arco alla batteria, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Fabrizio Bernasconi alle tastiere.

Cover CD "Le canzoni del signor Dario Fo"


Parliamo del tuo nuovo disco “Le canzoni del signor Dario Fo”, la cui copertina non ti vede assolutamente protagonista, in cui campeggia, invece, un Dario Fo molto sorridente con il tuo nome in alto, accostato a quello di Paolo Tomelleri.

La copertina è una scelta doverosa perché c’è un rifermento talmente alto che non si può immaginare che io possa essere superiore al maestro scenico che è stato Dario Fo, quella è una bellissima foto di Guido Harari gentilmente concessami ed è la stessa che compare nel libro “E sempre allegri bisogna stare” uscito a gennaio dell’anno scorso (2017 - ed. Giunti)

Si, perché in realtà il progetto Dario Fo è ben più ampio, non comprende solo il disco…

In effetti è un lavoro un po’ più complesso, sono partito con il libro, poi c’è il disco, poi ci sarà ad aprile la produzione del radiodramma con la RSI, dove io userò le stesse canzoni però il racconto sarà ovviamente molto più vario e vasto con la presenza di vari personaggi, il tutto si chiuderà poi con lo spettacolo di narrazione musicale che andrà in scena a metà maggio al nuovo Teatro del Buratto di Milano, in realtà Teatro Bruno Munari. La scelta, invece, di indicare in copertina anche il nome di Paolo Tomelleri è proprio un omaggio alla sua storia artistica, al fatto che lui è la memoria storica di quelle canzoni, di come sono nate. La mia arte è stata quella di riuscire a non riproporre cover, perché soprattutto il repertorio con Jannacci è inarrivabile e non puoi pensare di fare delle cover, l’originale è sicuramente meglio (ride), allora l’arte è proprio il non riproporre pari pari le canzoni ma il reinventarle, studiare un arrangiamento nuovo, anche un modo di interpretare, farne la fotocopia non avrebbe avuto alcun senso.

Nella scelta della scaletta sei andato a pescare da un repertorio molto vario e vasto, vista le numerose collaborazione di Dario negli anni.

Esatto, sono tantissime le canzoni. Se prendiamo anche solo le più conosciute e depositate in SIAE, sono circa 160, però lui ne ha scritte molte di più, si arriva a 250, perché ci sono anche le canzoni che compaiono nei copioni teatrali, lui ha sempre lavorato con la musica negli spettacoli. Io feci una prima cernita di 40 canzoni quando misi in scena con Laura Fedele, jazzista molto brava che mi accompagnava al pianoforte, il mio primo recital di canzoni di Dario Fo, era il 1999. Per questo disco, invece, che è dichiaratamente in chiave jazz elegante e divertito, ne ho prese 16.

E’ stata una scelta dura quindi…

Sì, perché teoricamente uno potrebbe fare 10 dischi (ride). Ho cercato quindi di scegliere quelle che a mio giudizio sono le più rappresentative, quindi c’è sicuramente il filone più popolare e discografico, quello di Jannacci, c’è poi il filone di canzoni scritte con Fiorenzo Carpi, più legato al teatro più melodico, poi c’è il filone più barricadero che comprende le canzoni scritte con Paolo Ciarchi. C’è poi la diatriba sulla vera genesi della canzone “Ho visto un re” che, gran parte dei personaggi dell’epoca attribuiscono a Fo e a Paolo Ciarchi, anche se è depositata solo con il nome di Dario Fo, perché allora Paolo non era iscritto alla SIAE. In realtà, quella sarebbe una canzone di Fo e di Ciarchi, ma lì si apre tutto un mondo e questa è una cosa che io racconto molto bene nel libro, nel radiodramma e anche nello spettacolo, ovviamente nel disco tutto questo si perde e rientra nel naturale lavoro che ho fatto con Paolo Tomelleri, nel cercare di rivestire in modo omogeneo le canzoni che ho scelto.

So che il disco sarà presentato venerdì 23 marzo a Milano…

In realtà questa serata è un omaggio al mondo musicale di Dario Fo e riprende pari pari la serata che ho fatto alla fine di ottobre 2017 alla RSI, dove c’era una conduzione che legava un po’ le canzoni, che partendo dal libro raccontava un po’ questi passaggi, non è quini ancora lo spettacolo vero e proprio, è una via di mezzo tra lo spettacolo e il concerto. Però è fatto in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano e questo mi ha fatto molto piacere, perché la Palazzina Liberty è intitolata a Dario Fo e Franca Rame ma è la prima volta che vi fanno un qualcosa legato proprio al mondo di Dario Fo perché, fino ad oggi, essendo sede di un’associazione che si chiama Milano Classica, lo spazio è stato utilizzato solo per concerti di musica classica, un mondo però che non c’entra assolutamente nulla (ride) con Dario Fo. L’evento proprio perché sostenuto dall’Assessorato alla Cultura sarà ad ingresso libero, aperto alla cittadinanza, non sarà un business e questo mi fa molto piacere, fa parte del mio desiderio di fare cultura attraverso la musica, è la mia “mission” (ride), come direbbero oggi.

Giangilberto Monti


A proposito di fare cultura, tu credi che le canzoni di Dario Fo e comunque il mondo in esse rappresentato, possano ancora insegnare qualcosa ai giovani di oggi o è ormai sono un qualcosa relegato al passato?

No, no, secondo me non è archeologia, al di là della bellezza della scrittura, sono ancora molto attuali, il mondo che vi è descritto è un mondo che può ancora trasmettere dei valori divertiti importanti, di impegno civile ma anche di ironia, di capacità di lettura del sociale. Certo il jazz non è un rap, non è una musica che potrebbe andare oggi nelle radio, però non è neanche escluso perché i francesi, ad esempio, sostengono che è una musica di classe, è una musica elegante, però quel mondo è un mondo profondo, anche il linguaggio è un linguaggio interessante e alto, sono le nostre radici la nostra cultura, poi è ovvio che ogni generazione ha il proprio modo di esprimersi, ma Dario era avanti vent’anni quando scriveva queste canzoni, almeno questa è la mia opinione.

Hai citato i francesi, tornando alla copertina del disco, quel titolo scritto anche in francese stringe l’occhiolino alla Francia?

Si, perché il nostro obiettivo è quello di portarlo all’estero, l’abbiamo fatto con la Svizzera e vogliamo farlo anche con la Francia, l’uso del francese è quindi un modo di allargare il campo, avrei voluto farlo in tre lingue però il francese mi sembrava fosse una scelta divertita. Non dimentichiamoci comunque, che la Warner è una multinazionale, per cui, potrebbe distribuirlo in Italia ma potrebbe farlo anche in altri paesi. Vediamo intanto come va in Italia … nel caso il prodotto è già pronto anche per il mercato estero. Attenzione poi, il digitale in questo aiuta, è vero che esiste il cd fisico, però il digitale può veramente girare il mondo sena limiti, la stessa cosa ad esempio m’è capitata quando ho lavorato sul repertorio delle canzoni francesi, i miei adattamenti in italiano di Boris Vian, Serge Gainsbourg, ecc. hanno avuto successo anche all’estero.

Vero, hai appena chiuso il ciclo con il disco dedicato a Renaud.

Si, anche con Renaud che tendo sempre a dimenticarmi … ma perché agli italiani non piace Renaud, non gliene frega niente di Reanud ed è un peccato, perché è uno degli ultimi maledetti e poi è veramente simpatico, il suo è un mondo di periferia e io sono un ex ragazzo di periferia.

Lo ami perché in fondo ti somiglia?

Beh, si, io vengo da lì, sono un ex ragazzaccio (ride)

Giangilberto Monti - Foto di Daniele Poli


Tornando al disco omaggio a Dario Fo, nel restringere la scelta a questi sedici titoli, qual è il brano cui ti sei più affezionato?

A me piace molto “Hanno ammazzato il Mario” perché è una storiaccia di malavita, sembra un film in bianco e nero di Rossellini, ricorda quel mondo lì, quella Milano, un’Italia che si ricostruisce, certo è una malavita antica, che non c’entra niente con quella di oggi, una malavita ancora con dei valori se così si può dire, con degli oneri e degli onori, non so come dire … però è un mondo che mi ha colpito. Poi certo c’è “Ho visto un re”, per la quale ho ripreso l’arrangiamento realizzato con Elio e le Storie Tese, quella canzone l’avevo già cantata con Elio in un mio disco di qualche anno fa che si chiama “Comicanti.it” (2009 – ed. Carosello Records) riportandolo però in ambito jazz, come vedi sperimento ancora … Poi a me piace molto “Stringimi forte i polsi” che è un lento, uno slow, sembra “Strangers in the night” (ride), è un evergreen un classico, ho fatto finta di fare Frank Sinatra da piccolo però comunque è venuta carina, ci sta … Ma c’è anche il dialetto, attenzione, io uso il dialetto milanese …

Per fortuna, rischia quasi l’estinzione …

Eh no, non si può, io ho abitato sessant’anni a Milano non è che sia poco (ride) Il dialetto è importante, pensa che Dario mi diceva sempre che il dialetto aiuta anche a recitare, ti aiuta tantissimo, tant’è vero che il suo grammelot è un insieme di dialetti che davvero aiuta moltissimo.

C’è, invece, una canzone che più di altre hai faticato a rendere tua?

La canzone più difficile in assoluto è “Prete Liprando e il giudizio di Dio”, è stato un disastro, prima di tutto il trovare un modo di farla che fosse originale, è stato per me come prendere una laurea, perché avevo si dietro dei musicisti doc, cinque jazzisti bravissimi, ma avevo sempre in testa il ricordo di Jannacci. Mi sembra alla fine di essere riuscito a fare un buon lavoro, però non sono io che posso dirlo, sarà la gente che ascolta, gli appassionati, il pubblico a dirlo. Comunque ho faticato davvero tantissimo con quella canzone, ho fatto diventar matti sia i musicisti sia il fonico.

A proposito di gente che ascolta, vorrei chiudere chiedendoti come presenteresti questo tuo nuovo progetto musicale ad un potenziale ascoltatore che magari neppure ti conosce, perché dovrebbe ascoltare questo disco?

Beh, perché sono storie belle, che fanno bene al cuore, è un modo di ascoltare la musica un po’ all’antica, c’è una grande attenzione al suono, una musica alta, rappresenta le nostre radici, è come leggere un classico, è un po’ come se ti piacessero i gialli e leggessi Agatha Christie piuttosto che Sherlock Holmes, come quando leggi “Guerra e Pace” o leggi Dostoevskij o l’Odissea. Direi che ascoltare le canzoni di Fo ci aiuta in qualche modo a capire meglio ciò che ascoltiamo oggi, tenendo presente che Dario Fo è stato un artista che non ha mai smesso di cavalcare l’attualità fino all’ultimo, l’ascolto delle sue canzoni è un’educazione, questo almeno per me.

Speriamo lo sia per tutti.



venerdì, febbraio 23, 2018

“Al Capolinea”, in un docu-film si ricorda il passato perché ci possa essere un futuro

di Fabio Antonelli

Giovedì 1 marzo, al Cinema Astra di Como, seguito da un concerto in pieno stile New Orleans dei Bayou Moonshiners, sarà proiettato “Al Capolinea - Quando a Milano c'era il jazz” un docu-film della regista comasca Marianna Cattaneo, realizzato attraverso spezzoni d'epoca ed interviste dei protagonisti che raccontano la storia del Capolinea, il mitico locale Jazz sui Navigli a Milano, originatosi dalla scommessa di Giorgio Vanni e alcuni musicisti di fondare un luogo dove divertirsi a suonare per conto proprio. L’ho subito contattata per saperne qualcosa di più …



All'anagrafe risulti Marianna Cattaneo e fino a qui ci siamo, mi dici però qualcosa di te, come ti descriveresti?

Bella domanda! Sono una persona estremamente curiosa, soprattutto quando si tratta di tutto ciò che mi piace e mi fa stare bene, come la musica, il cinema, la fotografia, lo yoga ... mi piace osservare le persone e ascoltare i loro racconti...

La musica, soprattutto il jazz, forse da questa tua passione è nata l'idea di realizzare un documentario sul mitico locale milanese Capolinea? Raccontami come è nato il tutto, i primi passi...

Certamente è stata la passione per il Jazz che mi ha spinto a realizzare un film su quello che tutti definiscono il Tempio del Jazz Italiano, il Capolinea. E’ stato il mio primo lavoro come regista, avendo studiato alla Scuola Civica di Cinema a Milano. L’idea di pensare a un documentario sui musicisti legati al Jazz mi è stata suggerita dal mio caro amico Alfredo Ferrario, clarinettista di Appiano Gentile, allievo di Paolo Tomelleri. Ho cominciato il lavoro di ricerca incontrando il sassofonista Michele Bozza e in ogni discorso usciva il nome del Capolinea. Così, anziché seguire un percorso attraverso alcuni protagonisti del Jazz, ho rivolto l’attenzione al luogo che li vedeva tutti riuniti, il Capolinea. Nel frattempo partecipo a un bando della Scuola di Cinema che richiedeva la presentazione di un soggetto interessante. Il premio consisteva nell’avere a disposizione l’attrezzatura per realizzare il film. Vinco il bando e comincio il lavoro. Ho incontrato alcuni musicisti per farmi raccontare quello che succedeva ogni giorno al Capolinea e, ascoltando le loro storie, ho compreso che era diventato per me un dovere catturare questi racconti, per fare in modo che non andassero perduti. Per tutti i contatti sono stata aiutata da Alfredo Ferrario che conosceva bene i colleghi che hanno partecipato a questa epoca d’oro.

Per realizzare il documentario, oltre alle testimonianze dei protagonisti di questa grande storia, hai per caso raccolto materiale o filmati del passato?

Si, il documentario contiene alcuni spezzoni d’epoca, riprese di concerti e soprattutto foto; il Capolinea è stato attivo dal 1968 al 1999, anni non troppo lontani dai nostri ma estremamente diversi nella tendenza a riprendere e / o fotografare tutto quel che succedeva ... il materiale a disposizione era davvero poco, ho cercato di recuperare il possibile.

Giorgio Vanni e Dizzi Gillespie


Se volessimo sintetizzare in poche parole questo tuo progetto lo definiresti più un'operazione nostalgica alla ricerca di un mondo perduto o un invito ad approcciarsi, a ricreare questo humus musicale magari sotto nuove forme?

Forse più la prima, anche se tra gli obiettivi di questo mio progetto, oltre raccogliere la storia di questo fantastico posto non nascondo ci sia anche quello di portare a riflettere gestori di locali, musicisti e pubblico appassionato che tutto è ancora possibile, tanto però dipende dalla capacità di questi tre elementi di sapere interagire tra loro.

Il documentario, oltre che essere presentato al Cinema Astra di Como giovedì 1 marzo, sarà poi presentato anche in qualche festival e distribuito su supporto fisico? Chiedo di un eventuale DVD soprattutto per i "feticisti" musicofili ...


In realtà il documentario ha già partecipato ad alcuni festival come Summer Night Jazz festival e Ah-Um jazz Festival di Milano, Jazz Cat Club di Ascona, Bollate Jazz Meeting, Imola jazz Club, Faenza Jazz e, prossimamente, parteciperà all’Otranto Jazz Festival, diciamo quindi che non è rimasto fermo in un cassetto. In merito ad una sua distribuzione fisica però, è operazione molto difficile ed onerosa, non so se andrà mai in porto, chissà …



sabato, febbraio 10, 2018

Il Festival maschilista e i “Folli voli” di Grazia Di Michele


di Fabio Antonelli

"Il ranuncolo indossato dai cantanti di Sanremo è solo una foglia di fico che serve a nascondere il maschilismo evidente nella scelta delle canzoni. Non solo c’è una drammatica assenza di donne tra le interpreti in gara, ma neppure a livello autoriale è stato rispettato il contributo delle donne, che si ritrovano a cantare brani scritti da uomini, a farsi interpreti di sentimenti filtrati da una sensibilità maschile. Non solo fiori, la prossima volta, ma opere di bene".

Grazia Di Michele


Partirei subito, se s ei d’accordo, dalla tua critica rivolta alla direzione artistica del Festival di Sanremo, in cui sottolinei con forza l’assenza quasi assoluta di interpreti femminili o, qualora presenti, in ogni caso con pezzi scritti da colleghi uomini …

Beh, sai sono una cantautrice da una vita e ho scritto tantissime canzoni, con alcune di queste sono stata anche al Festival di Sanremo, però parliamo di canzoni, come ad esempio “Io e mio padre” (1990) la primissima che ho scritto che, credo, solo una donna possa descrivere così il rapporto tra una figlia e suo padre, un uomo ha ovviamente un altro tipo di rapporto. Se io scrivessi una canzone su mia madre, su mio figlio o sul mio modo di vivere la condizione femminile nel mondo, questa sarebbe conseguenza del mio essere donna o di aver  vissuto in prima persona negli anni ’70 il movimento femminista. Ritengo che nel mondo della musica cantautorale italiana, le donne  ci sono,ma faticano ad uscire fuori. Quando in questi giorni ho visto il Festival di Sanremo, dove tutti hanno messo un fiore per sensibilizzare tutti sul tema della violenza che le donne subiscono ogni giorno, poi mi sono detta “E’ giustissimo però perché in questo Festival alla fine non sono presenti testi scritti da donne e così poche interpreti? Non è certo una questione di quote perché le trovo in sé assurde".

Sì, lo sono in ambito politico, figuriamoci in ambito musicale …

Infatti, è però questione di riconoscere una realtà. Ad esempio trovo anche strano che in questo Festival sia totalmente assente il rap, assenza che puoi giustificare con il gusto personale, soggettivo, ma resta il fatto che noto delle stranezze … Sai poi perché ho notato l’assenza di storie femminili? Perché io con le donne ci parlo, parlo con loro quando vado a fare le master class, lì incontro cantautrici emergenti o affermate, ma questa realtà assai diffusa emerge. Mi sarei quindi aspettata una maggiore attenzione verso l’universo femminile, non so tu cosa ne pensi …

Sono d’accordo, perché credo non sia possibile che l’unico spazio in cui si possa sentire la canzone d’autore femminile sia quasi solo il Premio Bianca d’Aponte.

Sì certo,  metti per assurdo che fossi stata io il direttore artistico di questo Festival di Sanremo, credi che il Festival sarebbe stato così? Tu hai citato il Premio Bianca d’Aponte, certo è ottimo ma tante donne hanno provato ad entrare anche  nella vetrina sanremese,  sia quelle affermate che quelle meno, c’è un bel gruppo di cantautrici valide, dove sono?

Al Festival eri appena stata nel 2015 …

Sì, con Platinette, però anche quella operazione è nata per una  mia attenzione  nei confronti della discriminazione sessuale, Plati è un amico e ho cercato di stabilire con lui un  dialogo sulla sua condizione e ne è nata una canzone. Altre donne raccontano il loro modo di relazionarsi con la vita, con gli uomini, con l’amore, con i problemi, ed hanno una loro cifra poetica.

Assolutamente, penso ad esempio a Susanna Parigi, Patrizia Laquidara, due nomi che mi vengono in mente in questo istante …

Certamente, ma anche di più giovani e meno conosciute, è pieno di artiste valide. Cito Cristina Donà così come Erica Mou, ma sono davvero tantissime, in questo Festival sarebbe bastato mettere un Pooh in meno e chissà … (ride)

Cover CD "Folli voli"


Assolutamente si. Anche nel tuo nuovo disco “Folli voli”, d'altronde, in cui tra l’altro abbandoni il tuo ruolo classico di cantautrice per assumere quello di interprete, attingi a piene mani dal mondo musicale femminile e, direi, trasversalmente, visto che ascoltarlo è un po’ come girare per il mondo alla ricerca di vere e proprie perle musicali.

Beh, ho voluto fare questo esperimento, anche se poi in realtà non è che abbia mai smesso di scrivere, solo che questa volta ho avuto voglia di giocare un po’ con la possibilità di interpretare brani scritti da altri che, però, parlassero di cose di cui avrei potuto parlare anche io, del mio rapporto con la musica, del modo di vivere l’amore.

E’ un po’ come se fossero sempre state dentro di te?

Sì, sì, anche perché alcune canzoni le conoscevo da tantissimo tempo come, ad esempio, “Uri” un brano di Noa che ho ascoltato ed amato tantissimo. Quindi, quando poi si è trattato di scegliere i brani, su alcuni sono andata a colpo sicuro, in maniera affettiva, come  nel caso di “Uri”, così come anche per il brano di Damien Rice (“The Blower’s Daughter” diventato “Non so guardare che te”) che ho ascoltato fino all’esasperazione. Non sono “cover”,  ma  adattamenti in italiano di brani che in qualche modo sono entrati nella mia vita, perché quando si parla di “cover” in realtà si sbaglia  perché la cover è riproporre una canzone così com’è…

Ah, lo so bene, sono stato cazziato su questo punto da Marco Ongaro (cantautore veronese) quando ho definito “cover” una sua traduzione di “Hallelujah” di Leonard Cohen e, ci ha tenuto molto a precisare che una cover è una cover, mentre una traduzione comporta un lavoro molto più complesso.

Assolutamente sì, i brani sono stati tradotti in italiano cercando di mantenere integro sia il significato sia il suono, il che non è facilissimo. Ti faccio l’esempio di “Falling Slowly” che è diventato “Folli voli”, che come vedi suona allo stesso modo pur avendo un significato letterale diverso, però racconta quello che effettivamente dice la canzone nella sua versione originale. Il disco, è nato per gioco, un pezzo dietro l’altro e, quando mi sono accorta che ne avevo fatti dieci, mi sono detta “Ecco, abbiamo pronto il cd”. Il disco è una parentesi molto leggera tra quanto fatto fino ad oggi e quanto sto, invece, scrivendo ora. E’ stato anche molto interessante da realizzare, perché entrare nel mondo degli altri a volte ti fa conoscere delle cose di te stesso, che non sai. Questo disco, come dicevi bene, è un viaggio e un viaggio arricchisce sempre…

Sai però, devo dirti che, ascoltando il disco, quello che sto dicendo non è un aspetto negativo ma è un pregio, è un po’ come se ci fosse un filo conduttore che lega tutti i brani, sarà forse il tuo modo di porgere le canzoni che le rende quasi tue, quasi fossero state scritte da te, certamente un modo di essere assolutamente riconoscibile.

Beh, forse è dovuto anche alla mia voce che è quella che è e, in qualche modo, lega tutto, anche se io non credo mai che la voce sia solo un fatto timbrico. In effetti, il fatto che tu dica che sembrano quasi essere state scritte da me è vero. Prendi, l’ultima canzone del disco ad esempio, “Come la musica” che è stata scritta da Bungaro ed è l’unico pezzo inedito presente nel disco, serviva un brano che fosse scritto italiano perché questo viaggio immaginario ad un certo punto doveva come riportarmi a casa e, ti giuro che quando l’ho sentito per la prima volta sono rimasta fulminata, perché avrei potuto partorirlo io tranquillamente, come se Bungaro mi avesse letto nel pensiero.

In questo disco, inoltre, duetti con alcuni degli autori dei brani.

Sì, c’è il brano greco “Anemos” (“Anime”) che è cantato con Kaiti Garbi, una cantante  molto popolare in Grecia e, in questo caso, l’abbiamo cantata in trio, insieme a Maurizio Lauzi, figlio di Bruno. Poi c’è “Embarcacao”, un brano della polacca Kayah che ha secondo me una voce strepitosa e che in italiano è diventato “Vele al vento” e, per finire, c’è “Folli voli” il brano che dà il titolo al disco, cantato con Ivan Segreto, un cantautore di origini siciliane che io adoro, bravissimo, originale, particolare. In questo caso l’ho chiamato, non conoscendolo, dicendogli che avevo una canzone che era la traduzione di “Falling Slowly”, canzone cantata da Glen Hansard e Markéta Irglovà, ci siamo dati appuntamento e, senza mai esserci visti prima, l’abbiamo cantata insieme alla velocità della luce. Ora stiamo preparando una presentazione alla Feltrinelli di Roma, cui seguiranno altre date presso varie sedi della Feltrinelli. Saremo, ad esempio, il 16 febbraio a Verona  , il 2 marzo a Milano.

Ivan Segreto con Grazia Di Michele


Queste presentazioni come saranno, visto che il disco presenta sonorità particolari e dato che, credo, sarà impossibile ripresentare dal vivo i duetti in esso presenti.

Sarà presentato così, come spesso nascono i brani, cioè al pianoforte o alla chitarra, comunque in forma acustica, saranno eseguiti cinque o sei brani, quelli più adatti, perché difficilmente sarà possibile eseguirli tutti. In ogni caso credo che una canzone, se bella, anche la più energica, la più ricca di arrangiamenti, possa alla fine essere ricondotta  in una forma più semplice, senza perdere il proprio valore, penso ad esempio ad “Anemos”, anche se la fai in versione voce e chitarra sta in piedi comunque.

Tornando un attimo al discorso fatto sui testi, per le traduzioni hai fatto tu il lavoro o ti sei affidata a qualcuno?

Mi sono affidata ad Alberto Zeppieri, per un motivo molto semplice, le lingue da tradurre erano troppe. Alberto ha dovuto tradurre dall’israeliano al capoverdiano al brasiliano, ecc. Lui è proprio esperto in questo, non è solo un traduttore letterario ma è un musicista, quindi riesce a fare benissimo questa operazione che è molto complessa.

Lasciando questo disco che, come detto, ti vede protagonista come interprete, hai in cantiere qualcosa di nuovo a livello di scrittura?

Sì, non ti dico che è pronto ma quasi, un cd scritto a quattro mani con mia sorella Joanna, che si chiama “Ritratti” ed è un disco che parla di storie femminili

Tanto per cambiare …

(ride) No, ma queste sono dei ritratti molto particolari. Abbiamo cominciato a lavorarci quasi in contemporanea con “Folli voli” e sono stata per un po’ di tempo come su due binari, poi “Folli voli” ha preso la sua strada e a questo altro disco continuo a lavoraci finché non sarà pronto.

Vorrei farti una domanda che un po’ una provocazione, visto che s’è parlato così tanto di mondo musicale femminile, se dovessi invece farti scrivere un brano da un cantautore uomo da chi vorresti fartelo scrivere?

Che domandona che mi hai fatto … Accidenti, beh, se fosse italiano, mi piacerebbe fosse Paolo Conte.

Ah, punti in alto ….

(ride) Beh, mi hai fatto tu la domanda, io l’adoro, perché trovo che sia uno che, sia che scriva in maniera ironica sia che non scriva in maniera ironica, abbia comunque una  poesia sottile, delle immagini straordinarie, mi piace moltissimo.

Se, invece, dovessimo allargare il discorso oltre confine?

Beh, andando all’estero mi piacerebbe un brasiliano, Chico Buarque de Hollanda, tu sai che anche lì i cantautori sono poeti.

Ma lì trovi molto poetici più per i testi o per le sonorità?

Per tutte due gli aspetti, mi piace molto la musica brasiliana, poi Chico racconta la vita con una sensibilità unica.

Quindi, restando all’Italia, potresti duettare con Joe Barbieri?

Yess (ride). Ma io ne ho fatti davvero tanti di duetti, con Eugenio Finardi, Cristiano De Andrè, Massimo Ranieri, Tosca, Rossana Casale, Platinette, Randy Crawford e tanti altri. A me piace molto condividere con gli altri l’esperienza della musica, essendo anche musico terapeuta.

Visto che siamo nella settimana del Festival di Sanremo, al di là del discorso fatto sulle presenze o, peggio, non presenze femminili, come ti è sembrato il Festival quest’anno?

Mi sembra che ci siano poche canzoni belle, però ci sono. Mi piace molto la canzone di Ron o meglio di Dalla cantata da Ron, mi piace la canzone di Barbarossa, quella di Bungaro e Pacifico cantata con la Vanoni. Mi piace quella dei Decibel che non piace a nessuno e non so perché …secondo me è scritta e cantata bene.

Forse il fatto di averla dedicata ad un’artista così importante e famoso ha fatto si che la gente pensasse che l’ha fatto per trarne vantaggio, un po’ come è avvenuto con Mirkoeilcane, con la sua canzone sui migranti … non può essere?

Guarda, l’ho pensato, poi però c’è il pop di Metal-Moro in cui cantano un brano sul terrorismo, quindi se fosse vero ciò che dici, che viene punita la strumentalizzazione, credo allora sarebbe grave strumentalizzare anche il terrorismo in una canzone, cosa su cui non concordo assolutamente. In fondo il brano dei Decibel è molto spirituale, intelligente e originale  Non sopporto i brani inutili invece, e ce ne sono…

Dei Volo, che mi dici? Mi pare di aver letto da qualche parte una tua esternazione …

Guarda, hanno fatto questo omaggio a Sergio Endrigo, sembrava una marcia funebre. Non si può fare una romanza di una canzone di Endrigo, non puoi fare un tributo ad uno dei massimi esponenti della canzone d’autore e, invece che entrare tu nel suo mondo, di rispettarne la semplicità la classicità, lo trascini a tutti i costi nel tuo … Poi l’hanno rallentata tanto che quasi mi sono addormentata, non ho parole.




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