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lunedì, marzo 09, 2020

Fiumanò Domenico Violi: “9 minuti 9” Sospeso tra utopia e sogno, cercando di continuare a vivere, nonostante tutto.


di Fabio Antonelli

9 minuti 9, il titolo del nuovo album di Fiumanò Domenico Violi, sono i minuti trascorsi tra l’iniezione fatale di tre fiale nelle vene del condannato a morte e il suo decesso che “cosi’, recitano testimoni e giornalisti accreditati, è stato veloce e indolore tutto in soli nove 9 minuti 9”. Detto così, sembra quasi di entrare in un horror e non si tratta neppure di un film frutto della fantasia di un bravo sceneggiatore, no qui siamo nella vita reale o meglio, nell’anticamera della morte reale, in quei pochi istanti, 9 minuti per l’esattezza, prima che “giustizia” sia fatta, ma “non in mio nome” come recita Alessandro Haber sempre nel brano che dà il titolo all’album.

Facciamo però un passo indietro, dall’ultimo suo album pubblicato, Il Biciclettista (2008), così ben accolto da pubblico e critica, sono passati quasi undici anni, davvero tanto in un mondo, non solo musicale, dove tutto passa, dove il tempo scorre veloce e quasi nulla lascia traccia ed ora, eccolo all’improvviso ricomparire con un album che sorprende, positivamente, sin dalla copertina frutto della geniale creatività di Lorenzo Fantetti capace di riassumere in una illustrazione il contenuto di questo stupendo concept album, in cui un disincantato poeta, sospeso tra utopia e sogno, soffre e piange con quelli che come il condannato a morte di 9 minuti 9, tra le colpe maggiori ha soprattutto quella di aver ricevuto un conto troppo salato per i propri errori, perché “Assassinato o giustiziato è solamente un piccolo dettaglio che serve a far sentire più leggera la coscienza di uno stato”.

Ma si può essere condannati e dimenticati anche in maniera meno cruenta e appariscente, come quei poveri cristi protagonisti del dolente Nu cantu anticu, descritti in un dialetto dalle indubbie radici mediterranee ma che in fondo è una sorta di nuovo esperanto, nel loro viaggio della speranza, nel loro abbandonare la propria terra per non farvi più ritorno, un canto antico appunto, presente da sempre nella storia dell’umanità, fatto di dolore, comune a tutti i condannati a fuggire, a migrare altrove.




Oppure condannati all’oblio come il protagonista di Bruno e la giberna, uno di quei soldati che in millenni di storia dell’umanità hanno perso la propria vita e i propri affetti “Davanti alla tradotta chi sbuffava / Restaru poi mbrazzati tuttu u tempu / Brunu ed Annare sua moglie incinta / Che non avrebbe mai, mai più rivista”, partendo per una guerra non voluta, un giovane che solo la penna di Domenico ha tolto dall’ombra per vedersi restituita dignità di uomo.

Certo, il carcere e il dramma di chi vi è costretto a vivere, la fanno da padroni nel disco, in cui ci sono davvero canzoni stupende come ad esempio la poetica La finestra a vapore, presente anche a fine disco nella versione dialettale I sta finestra mpannata, in cui vi è descritta tutta la sofferenza di chi può guardare il mondo attraverso una finestra, senza poterlo davvero vivere, pensare ai propri amori senza poterli abbracciare. È davvero un’immagine toccante quella dipinta dai versi “Come un uomo tornato bambino / Scrivo il tuo nome sul vetro / La finestra a vapore è un sipario / Sul viale imbiancato da poco”.

La vita in carcere si srotola senza alcun sussulto, senza variazioni, sempre uguale a sé stessa e Ad ogni alba, con la sua toccante poesia il suo incedere lento è poesia allo stato puro fino a quel finale che ci trascina dentro tutti, perché “Per ogni Lazzaro / Che non farà ritorno / Lo stato, tutti noi / Avremo perso un'altra volta ancora”.




In carcere ogni giorno è proprio uguale all’altro, solo le ore d’aria o quelle di visita, interrompono la monotonia di una vita quasi in apnea ed è in questi momenti che possono nascere magari amori inattesi come quello, a ritmo di valzer, tra una direttrice carceraria ed una reclusa “Fu che lei / Nell'ora d'aria / Si fece avanti / Spingendo forte / Sui suoi seni / E sui suoi fianchi” descritto con delicatezza sopraffina in L’ultimo valzer, oppure, aver luogo incontri strazianti come quelli di un padre che, nel ricevere visita da una figlia che non ha visto nascere e non ha potuto crescere, continua a rivivere ogni volta che la vede i propri sensi di colpa per l’impossibilità di tornare indietro “Sopra ogni stella / Una ninna nanna nuova / Come un'altra vita che vorrei / Per restituirti ciò che ti h rubato / Ogni sorriso, ogni attimo perduto / La consapevolezza di ciò che ho lasciato”, Zuccaredda è il titolo di questa dolcissima canzone, un piccolo gioiello.

Si sa che in carcere ci finisce chi deve scontare proprie colpe, ma non sempre la storia è facilmente decifrabile, non sempre i libri di storia ci aiutano a capire fino in fondo. Come ironizzava lo stesso Edoardo Bennato “Quanti libri di storia / tutta la civiltà / c'è un elenco di buoni / i cattivi metà / sono tutti schedati... / ma che bella città...” non è sempre così facile tracciare i confini tra buoni e cattivi, ecco allora che in Briganti, come già fatto anche da un altro Bennato, il fratello Eugenio, Domenico Violi ci invita a rileggere sotto un’altra luce la storia del brigantaggio del nostro meridione.

Così come trovo bello che nel disco non si racconti solo di personaggi famosi ma anche degli ultimi, perché in fondo tutto il concept è proprio uno sguardo pieno di umanità sugli ultimi, su coloro cui la storia non riserverà mai una riga, ma per fortuna ci sono canzoni come Trentottesimu parallelo, storia di stazioni ferroviarie nate e morte lontane nel tempo, piene di amori e di ricordi, ovviamente raccontante ancora una volta nel dialetto di Domenico.

Ho volutamente lasciato per ultimo i brani Con i piedi nudi che mi porto in tasca e Non in mio nome, perché credo che con la title-track costituiscano quasi un trittico, il cuore del disco, brani importanti e per gli ultimi due Fiumanò ha pensato di coinvolgere due grandi personaggi che subito hanno accolto il suo invito ed hanno offerto la loro voce e la loro testimonianza a questa lotta per la vita, contro la pena di morte, si tratta di Moni Ovadia e di Alessandro Haber.

Anzi, a dire il vero, per ultimo lascio la canzone che, invece, apre il disco, si intitola Tra le pieghe del tempo, perché trovo sia di rara bellezza, ci racconta di una donna, Giulia, che con il pensiero ripercorre la sua esistenza, una vita che le ha riservato tante amarezze e che vorrebbe riconciliarsi con chi le ha dato amore incondizionatamente, ma si rende conto che ormai non c’è più tempo per rimediare alle incomprensioni, ai tanti errori, perché la morte non avvisa del proprio arrivo “Perché a certi dolori / Non si arriva mai pronti / Perché certi dolori / Non ci lasciano mai” e questa è una dolorosa situazione vissuta da tanti”.




In definitiva, direi che è quasi riduttivo ritenere 9 minuti 9 solamente un disco. Scritto e suonato da Domenico attraverso il linguaggio del jazz, senza che la musica sovrasti mai i testi, rappresenta un vero e proprio progetto, un manifesto, una testimonianza viva destinata ad essere sviluppata in più direzioni, a creare una rete, a sviluppare collaborazioni, a creare coscienze.

Ascoltatelo con il cuore aperto e sono sicuro che, ascolto dopo ascolto, saprà rivelarvi nuove sfaccettature, ulteriori significati, stimolerà approfondimenti, certamente non vi lascerà mai indifferenti.

Chiudo con una speranza, di non dover aspettare così tanti anni per ascoltare un nuovo progetto di Fiumanò Domenico Violi, perché di artisti come lui c’è davvero un gran bisogno.















Fiumanò Domenico Violi
9 minuti 9

Dogimi Edizioni Musicali – 2019
Distribuito da Egea Music / Incipit Records


Tracce                                               
1.      Tra le pieghe del tempo
2.      Nu cantu anticu
3.      Trentottesimu parallelo
4.      Briganti
5.      Bruno e la giberna
6.      Con i piedi nudi che mi porto in tasca
7.      Non in mio nome
8.      9 minuti 9
9.      L’ultimo valzer
10.  La finestra a vapore
11.  Sotto una pioggia leggera
12.  Zuccaredda
13.  Ad ogni alba
14.  I sta finestra mpannata
15.  9 minutes 9

Crediti
Fiumanò Domenico Violi: voce e chitarra
Franco Testa: contrabbasso e basso elettrico
Paolo Birro: pianoforte e tastiere
Elio Rivagli: batteria
Stefano Pisetta: batteria e percussioni
Giorgio Coccilovo: chitarre
Marco Brioschi: tromba
Pietro Tonolo: sax soprano
Fausto Beccalossi: fisarmonica cromatica
Daniela Savoldi: violoncello
Betti Vittori, Sara Picone, Marco Bertoli: cori
Moni Ovadia: voce (7, 8, 15)
Alessandro Haber: voce (8) 

Parole e musica Fiumanò Domenico Violi
Produzione esecutiva per Dogimi Edizioni: Fiumanò Domenico Violi
Produzione artistica e arrangiamenti: Franco Testa

Registrato da Carlo Miori presso Only Music Studio, Bruino (TO), eccetto La finestra a vapore registrata da Emilio Rossi presso Phoenix Studio, Castel Mella (BS) e Briganti, registrata da Beppe Cunico presso X-Land Studio, Zugliano (VI)

Mixaggi: Beppe Cunico, Franco Testa e Fiumanò Domenico Violi presso X-Land Studio, Zugliano (VI), assistente di studio Matteo Marchioni

Mastering e transfer per vinile: Maurizio Biancani presso Fonoprint Studios (BO), assistente di studio Claudio Adamo

Illustrazioni, progetto grafico e layout di Lorenzo Fantetti

Fotografie e poesia di Marco Cinque


Foto in studio di Luca Gazzola

Sito ufficiale di Fiumanò Domenico Violi
Fiumanò Domenico Violi su Facebook

venerdì, maggio 25, 2018

Se per arrivare “In testa alle classifiche” … allora …


di Fabio Antonelli

Carlo Mercadante, per chi non lo conoscesse, è un cantautore siciliano, per la precisione di Barcellona Pozzo di Gotto, ma un cantautore decisamente fuori dagli schemi, basti pensare che nel 2014 pubblica a “rate” l’album “7 briciole lungo la strada” (Isola Tobia Label 2014). Direi che è un cantautore difficilmente classificabile ma per questo ancor più interessante ed eccolo ora mettersi in gioco con un nuovo sorprendente album “In testa alle classifiche” (Isola Tobia Label 2018). Ce ne parla qui, in maniera originale, come non poteva esserlo?

Cover CD "In testa alle classifiche"


Direi di partire, come mia consuetudine, dalla copertina, una foto con un primo piano su fronte ed occhi. Sulla fronte vi campeggia un bel codice a barre con il tuo nome e il titolo dell'album "In testa alle classifiche", gli occhi sembrano un po' quelli tanto espressivi di un Carmelo Bene. Direi che il protagonista ha un unico chiodo fisso nella testa?

Paragone meravigliosamente pesante! È un concept sull'ossessione del successo, sull'arrivismo. Mettere da parte le proprie idee e diventare accondiscendenti, facendo quello che gli altri vogliono ascoltare pur di ottenere fama. Mettersi in vendita. Il codice a barre mi sembrava rendere l'idea.

Giusto, un concept album. Già questa è quasi una novità nel panorama musicale attuale, per lo più questo disco è davvero musicalmente vario perché in questo concept il protagonista, un povero cantautore che vuole raggiungere a tutti i costi la cima delle classiche, si trova a dover dare ascolto ai consigli di molti personaggi, alcuni davvero bizzarri e non mancano neppure alcuni nomi importanti ad interpretarli, vero?

Sì. Prima di ogni canzone c'è un personaggio che mi consiglia sul brano giusto che dovrei proporre per scalare le classifiche. L'ufficio stampa (Daniela Esposito, il mio vero ufficio stampa) colleghi, gente che ascolta la radio, e qualche voce nota come quelle di Elena Ledda e Caparezza. E io ... che accetto tutti i consigli man mano che scorre l'ascolto pur di essere quello che gli altri vogliono che io sia.

Carlo Mercadante - Foto di Tamara Casula


Io ho trovato il disco molto intelligente, profondo, ma anche, grazie a questa sorta di sceneggiatura che lega i brani fra loro, molto divertente. Credi però che questa compattezza dell'intero progetto possa finire per danneggiare ogni singola canzone? Nel senso che i vari pezzi, ascoltati singolarmente, potrebbero perdere l'intrinseco valore?

Dubbio che mi sono posto. Ma alla fine mi interessava raccontare più la storia. Anche per la pubblicazione in digitale ero in difficoltà. Poi ho stabilito che l'ironia, l'autoironia dovevano rimanere per dare il senso che avevo in mente. C'è un gioco di fondo. Perché toglierlo?

Assolutamente d'accordo. Nell'altrettanto ironico libretto che accompagna il disco, sono riportate alcune tue riflessioni che si concludono con "Niente di impegnativo. Solo musica ... E' solo un gioco" che ricorda tanto il “sono solo canzonette” di Edoardo Bennato, ma io ci credo poco. Mi spiego meglio, le canzoni è vero sono molto ironiche, anche auto ironiche, ma dietro questa veste anche un po’ scanzonata e divertente, secondo me si cela un'acuta analisi e una forte critica che non riguarda solo il mondo musicale, quello è forse solo un pretesto, ma che ha come bersaglio la nostra realtà sociale. Dico una fesseria?

Dire cose sorridendo è il mio modo di comunicare. Mi piace giocare. Sta a chi ascolta stabilire se dietro un messaggio apparentemente comico c'è una verità importante. Contrariamente al ruolo del cantautore disperato che cerca il consenso ritengo che l'ascoltatore debba sforzarsi di comprendere il gioco e metterci il suo nell'interpretazione della proposta. Quello non è ruolo mio. Lo lascio a chi ha voglia di essere attivo nell'ascolto.

Entrando un po' più nel disco, ad un certo punto al protagonista viene proposto di fare un po' come nei talent, il suggeritore di turno gli dice che in fondo se non è nessuno, non può permettersi di scrivere in maniera credibile canzoni d'amore e allora tanto vale affidarsi ad una cover ... nello specifico una splendida interpretazione di "Ma che sarà" di Edoardo Bennato (guarda caso). Cosa ne pensi sia dei talent televisivi sia delle tante cover band che riempiono locali e piazze?

Non demonizzo i talent ma fare una distinzione tra persona di spettacolo e artista è importante. Nessun artista si sottoporrebbe a un giudizio o alla gogna di un televoto perché un artista dice il suo e basta. Chi fa spettacolo, invece, è completamente sottomesso al gradimento, ne dipende. Inoltre delegare al pubblico la responsabilità di votare il talento è il più grande atto di codardia discografica degli ultimi anni, ci si toglie la responsabilità di scegliere testando direttamente prima ancora il gradimento del prossimo "prodotto". "Se papa Giulio avesse delegato per far prima / al televoto il nome del pittore per la sua Sistina / di certo Michelangelo sarebbe andato a casa / ma oggi ammireremmo tanti bei gattini in posa", l'ho scritto in versi quello che penso. Le cover band sono un discorso a parte, sono una palestra per tanti e che ben vengano, il discorso riguarda l'impossibilità di distinguere un dopolavorista da un operatore dello spettacolo, ovvio che l'hobbista si svenda per due birre e metta in crisi chi fa questo lavoro h24. Per quel che mi riguarda ho fatto tour meravigliosi in stalle e mulini pur di evitare locali e adesso mi sto approcciando al teatro. La musica d'autore deve avere spazi e attenzione. I locali, com'è giusto che sia, devono vendere birra e risparmiare sulla musica. Anche se nessuno li obbliga a fare live.

Hai parlato di locali, di teatro? Quale ritieni possa essere la giusta collocazione per le date di presentazione del disco che immagino tu stia predisponendo? Come sarà dal vivo lo spettacolo vista anche la particolarità del disco con i vari interventi "esterni" alle canzoni?

Lavoro ormai da anni per portare la mia musica fuori dai locali. Niente contro, ci sono cresciuto come tutti ma ho anche l'esigenza di raccontare con piccoli monologhi le cose. Ho presentato il disco al teatro Kopò seguendo un canovaccio e proponendo per la prima volta dei monologhi, tra l'altro accompagnato da una band che mi ha garantito un muro sonoro eccezionale (Giuseppe Scarpato, Marco Polidori, Paolo Baglioni). Ho avuto un ottimo riscontro e ho tolto le paure di dosso per poter adottare questa formula. Quando la gente ti dice che due ore sono passate in un attimo è confortante. Adesso sto lavorando per un tour teatrale da portare in giro. Vediamo che succede …

Carlo Mercadante - Foto di Tamara Casula


Io spesso ho avuto occasione di guardare i tuoi video interventi presenti su Facebook o YouTube e non avevo dubbi sulle tua capacità di far volare due ore di spettacolo ... Se sei d'accordo, vorrei farti un'ultima domanda, tesa a incuriosire un po' chi ci legge. Del disco ho apprezzato tantissimo la tua personalissima interpretazione di "Vitti na crozza", proprio perché così diversa dalla versione di Modugno, vorrei però mi dicessi a quale delle tue creature sei più affezionato o meglio ti rappresenta. Io credo di saperlo, però a te la parola.

Oddio ... è la domanda alla quale si risponde "non posso sceglierne una, sono tutte figlie mie". In realtà il gioco delle opinioni degli intermezzi mi permette di spaziare tantissimo. "Gli amanti di Galway" mi ha permesso di scrivere una canzone d'amore che ho sempre fatto fatica a proporre. "Non bisogna credere al cantante" è intimamente mia. Se ne devo citare una cito la ghost track "Era settembre" perché è la conclusione del disco e dà il senso al concept. Sono io nella mia stanza a scrivere solo per me e non per gli altri e poi perché è il mio gancio con il prossimo album. Come? non ve lo dico … giochiamo insieme.

Accidenti, avessi scommesso avrei vinto! Lasciamo allora aperta questa porta sul futuro e direi godiamoci il presente, ok?

C'avevi azzeccato? Eheheheh