domenica, settembre 04, 2016

10, il concept album dal titolo universale

di Fabio Antonelli

Cover CD "10"

Fabrizio Consoli è uno che bazzica gli ambienti musicali sin dagli anni ottanta quando fu session man al fianco di Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Dopo una fugace apparizione a Sanremo 1995, continuerà a scrivere e produrre diverse canzoni di successo per i Dirotta Su Cuba ed Eugenio Finardi). E’ del 2004 il suo secondo album “18 piccoli anacronismi” con cui vince il Premio Ciampi. Il terzo album è del 2009 con “Musica per ballare”, cui segue “Live in Capetown” (2012) ed una fervente attività concertistica soprattutto in Germania. Il 12 maggio del 2016 è uscito il nuovo atteso album, “10”. Sette anni sono quindi passati dal suo secondo album di inediti, ma sono stati anni spesi bene, il disco è di quelli che merita molta attenzione.

E' finalmente uscito ufficialmente, dopo una lunga gestazione seguita da un parto un po' travagliato, il tuo nuovo disco "10". Soprattutto i giovani potrebbero pensare si tratti di un disco incentrato sulla figura del top player in ambito calcistico. Non è propriamente così, anche se il disco è sicuramente un top player in ambito musicale per il suo valore. Spiega allora perché questo titolo così sintetico ma così pregno di significato.

Sono da tempo un convinto sostenitore, per molti motivi, del concept, come contenitore ideale per una raccolta di canzoni che aspiri a dire qualcosa in modo più o meno esplicito, tutti i miei ultimi tre album di inediti lo sono. In particolare, “10”, è una rilettura laica e contemporanea dei 10 comandamenti, ma naturalmente, la scelta del titolo non è stata così automatica. La natura del disco presupponeva calma nella scrittura, nella realizzazione, ma soprattutto nell'approccio ai comandamenti, e nei toni con cui cercavo risposte alla domanda che ha generato l'intero lavoro, e cioè: “Rispetto a queste regole che ritengo essere conquista e fondamento di civiltà piuttosto che dogma, cosa mi manca, oggi?”. Senz'altro, quindi, la strada più indicata non poteva essere il piglio del sermone o di chi ha capito tutto, ma il tono sommesso, semmai intimo e complice, proprio degli amanti, o di chi, tra sé e sé, cerca di capirci qualcosa, sussurrandosi risposte che non troverebbe ad alta voce. Così il primo titolo a cui ho pensato originariamente, è stato “Ten Whispers”, un po' perché speravo si rivolgesse a un mercato più internazionale, un po' perché la traduzione italiana è davvero brutta (dieci sussurri, brrr). Alla fine, e proprio per la velleità del disco di avere un titolo “buono per ogni evenienza”, dopo le prove del caso (Ten, Tzen, Dieci), ho capito che la strada migliore era anche la più semplice, quella che non necessitava traduzione alcuna: “10”.

A questo punto il titolo, direi perfetto, l'abbiamo archiviato, direi però che valga la pena spendere qualche parola per la copertina, quell'omino di carta scritta a mano, seduto a leggere un testo sacro da cui scaturiscono fiamme, non può lasciare indifferenti. Da chi è nata l'idea e come è stata sviluppata?

Mi ha sempre affascinato la comunicazione visiva delle grandi rock band del passato, fatta di elementi grafici molto marcati, a volte ridotti a un logo unico, riconoscibile al punto di sostituire il nome stesso della band, pensa alla lingua degli Stones o all'astronave dei Boston, solo per esempio. Così ho sempre cercato un segno grafico fortemente connotativo, capace di diventare icona del mio lavoro. Quando ho realizzato che siamo tutti molto simili all'omino di carta, fragili, accartocciati dalla vita, e pieni di parole, sentimenti ed emozioni, espresse o meno, ho capito di aver trovato l'elemento giusto. Così, l'omino di carta, negli anni, è diventato il leitmotiv della comunicazione del progetto, dai concerti agli strumenti che uso. Al punto che molto spesso le copertine e il loro "concept" nascono prima della musica, direi prima del titolo stesso dell’album. Così è stato per "Musica per Ballare", in cui l'omino si ascoltava il cuore con uno stetoscopio fatto con fil di ferro, scotch e una borchia da jeans, e a maggior ragione, per 10, in cui le fiamme generate dal libro sacro distruggono completamente l'omino di carta. Quando l'idea della cover di "10" mi ha colpito, sono stato quasi sopraffatto dalla forza evocativa dello scatto. Ho capito subito che l'estrema attualità della copertina di "10" ne fa un icona del nostro tempo, ma la sua contemporaneità non cancella il fatto che si tratti di un immagine senza età, perché da sempre l'uso improprio e strumentale di qualunque religione, ha finito per seminare distruzione, morte e sofferenza. Tecnicamente, l'omino è sempre reale, un pupazzetto tridimensionale, non c'è nulla di costruito al computer. Nel caso di '10', gli abbiamo realmente dato fuoco. Ho cercato un libro antico piccolo abbastanza, ho fatto incidere l'etichetta da un amica restauratrice, poi io e Max Soldati (che ha fatto gli scatti) abbiamo fatte un po' di prove, di luce, di posizione, e lo abbiamo acceso ... stando attenti a non mandare lo studio un fiamme!!  L'idea di base, essendo molto legata al contenuto del lavoro musicale, è sempre mia. Ma non appena l'idea è abbastanza a fuoco, di solito chiamo l'amico e artista Fabrizio Falchetto, che definirei un "Pittoscultore" (e che è il vero "Papà" dell'Omino), e gli chiedo di realizzarne uno sulla base delle mie indicazioni e necessità.  Da questo punto di vista, le copertine dei miei album sono dei veri e propri lavori d'arte concettuale e di artigianato empirico. Il risultato è che spesso le persone non ricordano me, ma l'omino. Bum. Centro.




Artigianale e geniale direi, poi è sempre meglio che le persone ricordino l'omino che non ricordino del tutto. Passando ora al contenuto vero e proprio, scorrendo le tracce, la prima cosa che balza all'occhio è che le canzoni non seguono l'ordine classico dei comandamenti, la scelta è stata dettata da motivazioni musicali?

Si, sono d'accordo, e il fatto che siano immagini "pensate per far pensare", le rende, nel senso bello del termine, "anacronistiche"... in fondo ciò che importa è bucare la scorza dell'indifferenza dettata dalla valanga di informazioni che riceviamo quotidianamente. Venendo alla sequenza dei brani, assolutamente si ... non ho mai dimenticato per un istante che si tratta di un lavoro musicale, e che alla fine per me è importante che la sua musicalità arrivi anche a chi magari, al momento, non vuole fermarsi ad approfondire i testi. Così scegliere l'ordine dei brani è stato davvero un lavoro importante, e nulla è stato lasciato al caso, neanche la distanza tra un brano e l'altro.

Ecco, allora vedo di stravolgere un po' questo lavoro certosino e ti chiedo subito di uno dei brani che più mi hanno colpito da subito per limpida bellezza, una bellezza direi assoluta. Si tratta di "Sirena" in cui affronti il comandamento "Non desiderare la donna d'altri". Credo che qui tu abbia raggiunta un livello di scrittura invidiabile, cito "Non chieder perché resto qui / A spettinare la spiaggia / A far cadere i tramonti uno ad uno / Come farfalle ubriache, come gocce di pioggia, / A tener chiuso un immenso futuro in valigia". Com'è nata?

Sirena è una canzone attorno alla quale ho girato per anni … succede, che la fortuna dell’intuizione, e la grande importanza del significato, fanno si che io affronti la scrittura con grande introspezione. La musica, o meglio l’armonia (gli accordi e il movimento che poi è stato ripreso dal pianoforte), esistevano già nel 2006, e facevano parte delle musiche dello spettacolo teatrale in cui recitavo con Max Pisu, “Autogrill”, come sottofondo al monologo finale “serio” di Max, e l’idea del testo è più o meno dello stesso periodo, sebbene io abbia chiuso la canzone solo un paio d’anni fa. Credo che uno dei motivi che hanno reso difficilissima - per me - la scrittura, è che non mai vissuto “Sirena” come una “canzone”, ma come un piccolo racconto “visivo”, nel senso che ho sempre immaginato fosse la traccia musicale di un cortometraggio.  E non vedo che altro può essere … Sirena è un vecchio ex pescatore, così chiamato perché racconta a tutti (allo sfinimento) che in gioventù ha salvato una sirena dalla rete. Innamoratosi perdutamente, ha passato il resto della sua esistenza fissando il mare e l'orizzonte, nel tentativo di rivederla, dimenticandosi di vivere, o se vogliamo scegliendo di non vivere altrimenti. Tollerato dagli avventori del bar in cui sopravvive, accudito dalla vecchia proprietaria del bar che lo lascia dormire nel retro, non si accorgerà mai che, proprio lei, un tempo giovane e bellissima, è la sirena di cui parla sempre, che ha abbandonato il suo elemento, il mare, la sua vita libera, per stare vicino a quest'uomo, reso cieco dall'idea che, in un altro tempo, si è fatto dell'amore.  Ecco, io credo che non esista uomo che non sia, in un modo o nell'altro, salvato, di più, redento, dall'amore della sua donna … ma, così, spesso restiamo innamorati dell’idea che ci siamo fatti dell’amore e della sua perfezione, in un altrove temporale che non visiteremo mai più, senza accorgerci che, come il canto di una sirena, non è in nessun modo reale, e che quest'idea poco o niente ha a che vedere con la natura stessa dell'amore … Proprio questo ha fatto sì che associassi “Sirena” al comandamento che citavi ... la riflessione su come, spesso, chi “desidera la donna d'altri”, non “riconosca” più la propria … La storia mi è apparsa da subito un metafora molto potente, e, seppure, in fondo, si tratti di un piccolo racconto minimale, la sua verità, ha spalancato le porte a una profondità che mi sorprende ad ogni ascolto. E che, credimi, tutt’ora fatico a comprendere appieno …



Dopo tanta profondità credo sia il caso di passare al brano che ha fatto da apri pista all'intero lavoro, mi riferisco a "La fidanzata" di cui è stato realizzato anche un bel video. Un brano trascinante, creato su ritmi latino-americani, però solo in apparenza spensierato perché qui in gioco vi è il futuro. Nel libretto, al titolo vi hai aggiunto una importante didascalia "Non permettere che le menzogne cambino la tua vita", credo sia davvero giunta l'ora che si torni tutti "a chiamare finalmente le cose con il loro nome e a non scordarlo più". Ormai siamo circondati da così tante false verità da far sempre più fatica a discernere il giusto, è così?

Per lunghi anni mi sono chiesto come fosse possibile che, più o meno velatamente, per i primi cinquanta anni di storia repubblicana, il potere in Italia fosse appannaggio dei soliti nomi, più o meno noti e, con mani pulite, ero anch'io con quanti speravano che la parola giustizia fosse tutt'altro che una parola, e che da lì potesse partire una sorta di nuovo “risorgimento civico”. A posteriori, capisco come invece avesse solo dato fiato alle trombe più forcaiole e, in fondo qualunquiste, del nostro paese. In realtà, ad oggi, nulla è cambiato … e poi, il capolavoro, Il “ventennio” Berlusconiano, che ha trasformato una democrazia imperfetta, in una videocrazia perfetta, in cui la verità è stata di chi ha urlato di più la propria e gli effetti sono ben lungi dall'essersi esauriti, anzi. Basta guardare un qualunque programma in cui ci sia un contendere. Con il passare del tempo, l'oggetto del dibattere ha perso sempre più consistenza e aderenza alla realtà, per trasformarsi in numeri, percentuali, cifre, che ognuno rivendica, ma che nessuno ha la minima idea di come verificare, né si prende la briga di contestare ... E la domanda è la stessa di allora. Com'è possibile? Il benessere e la televisione possono aver rincoglionito a questo punto un popolo che, dal Rinascimento alla Resistenza, solo per dire, ha dato al mondo così tanto? “La fidanzata” parla proprio di questo, è un grido di allarme, una sorta di “People have the Power” al contrario, che, attraverso la metafora forte della persona amata che non può più sentirci, perché inconsapevole, “in coma” (nel senso vaschiano del termine), racconta di come ancora, dopo vari “ventenni”, si finisca sempre per delegare il potere a chi la racconta meglio e ha i mezzi per farlo. Mentre il dibattere su debito pubblico e crescente, disuguaglianza sociale, su questo vivere al di sopra dei nostri mezzi depredando risorse naturali che dovevano essere dei nostri figli, è sempre e soltanto a margine, se non messo a tacere. E sono solo alcuni degli “effetti collaterali” di un mostruoso 'errore di sistema' che genera, e si nutre di, ignoranza.

E' davvero impressionante come in questo disco ci si possa sia lasciare irretire dall'accattivante musicalità delle canzoni e della tua voce calda e roca, sia voler cercare i significati più reconditi dei versi, insomma, se solo ti addentri un attimo tra le parole del disco ecco che emerge sempre una profondità d'animo e di pensiero sorprendente. Si potrebbe dire che qui non sono “solo canzonette” ma si fa cultura, però attenzione che "La cultura è una parola ambigua / Che non ha "niente a che vedere con" / E fra tutte le parole ambigue / E' quella che più riempie bocche vuote". Ho voluto citare scherzosamente i versi iniziali di "La cultura" (comandamento "Non uccidere"), ma in questo brano il discorso è tutt'altro che da ridere, anzi ...

Hai citato una delle tracce che più preferisco nel disco, sia perché musicalmente è quella che, al momento, rappresenta al meglio il mio mondo sonoro, sia perché racconta un altro aspetto secondo me drammatico della decadenza in atto a più livelli nel nostro paese. Non ha senso riprendere qui la polemica su quanto poco valorizziamo la nostra vera ricchezza, che già da solo vale l'accostamento al comandamento (non si uccide più soltanto con la spada, ma anche, e in questa parte del mondo direi soprattutto, con l'indifferenza). Porrei l'attenzione sull'uso strumentale della parola, che ho sentito spesso venir (ab)usata da personaggi il cui solo ed evidente scopo era gonfiarsi le tasche, mentre d'altra parte mi imbatto quotidianamente nello svilimento di chi, spesso con grandi sacrifici, cerca di immettere contenuti nella trama del tessuto sociale in cui vive, rinnovando, conservando, proponendo, facendo insomma 'cultura vera' nella mancanza assoluta di attenzione da parte di istituzioni, che spesso hanno nella loro stessa ragione sociale la parola stessa 'cultura'. Per non parlare del fatto che la cultura 'buona' genera sempre futuro, e persino 'controculture' costruttive, mentre esiste, e sta mettendo radici profonde, anche una cultura 'cattiva', che genera deserti, inaridimento sociale e mafie.

Il tema del futuro è molto presente tra le tracce del disco. In "Maria" canzone dedicata al comandamento "Onora il padre e la madre" ribalti il senso originale del comandamento, perché se si desidera "Un mondo nuovo, immacolato / Una parabola possibile / E un tempo in cui non sia peccato essere giovani" per i propri figli occorre che come genitori si cerchi di cambiare il mondo attuale "Un mondo in cui gli uomini uccidono per Dio / Dio che nemmeno gliel'ha chiesto". Canzone ricchissima di spunti, se ne potrebbe parlare per ore, a partire dallo stacco netto che ad un certo punto si avverte tra musica acustica ed elettronica, quasi una frattura generazionale ...

Si, hai afferrato esattamente il senso del cambio totale di piano sonoro... È una canzone estremamente emozionale, una delle due in cui mia moglie, al primo ascolto, è scoppiata in lacrime, l'altra è Sirena. 'Maria' è di una sincerità, per certi versi, crudele, totalmente spoglia di tutti i luoghi comuni che possiamo trovare nelle canzoni dedicate ai figli, ma, al tempo stesso, dalla quale traspira un amore totale. In 'Maria' ho cercato di non farmi nessun tipo di sconto, affrontando le mie paure di padre, compresa quella del fallimento, personale, laddove non generazionale, nel capire che rischiamo di lasciare ai nostri figli, insieme a un mondo più tecnologicamente evoluto, per certi versi più magico, anche un mondo emotivamente più arido e 'asettico', forse, e senz'altro più sporco e spaventoso, a mio avviso decisamente peggiore di quello che abbiamo trovato. Mi sembra sia, oggi più che mai prima, fondamentale insegnare fin dalla scuola primaria, insieme al rispetto di chi è venuto prima di noi, quello per chi verrà dopo.




Scusa il gioco di parole, ma credo ci sia un altro brano, mi riferisco a "Credo", in cui da subito, visto che poi è stato scelto per aprire e chiudere il disco, metti a nudo i tuoi sentimenti, basti pensare a versi come "Credo al coraggio e alla paura / E se c'è un suono che davvero lascia il segno / Non è il rumore dell'offesa, ma il silenzio di un amico". Il riferimento è al comandamento "Non nominare il nome di Dio invano", ma il discorso si fa al tempo stesso personale ed universale "Credo al bugiardo nello specchio / Che ogni sorriso sia geniale / perché non ce n'è uno uguale / Credo che in abito da sera o nuda / La verità sia vera". Il libretto riporta questa didascalia "Dio è in ogni cosa, così non importa quale nome gli dai, abbi fede, sempre", beh credo che Dio si sia infilato anche tra i versi di questa magnifica canzone.

Non conosco un altro modo di fare una canzone che contenga una qualche verità, se non quella di partire dal proprio sentire e in questo '10' non fa distinzione, per forza di cose tutte le canzoni del disco nascono da convinzioni e bisogni personali, soprattutto dalla necessità di razionalizzare le esperienze che mi costringono a prendere posizione rispetto alle 'grandi domande' della vita. Ma il mio lavoro tende sempre alla condivisione, alla speranza, cioè che la mia piccola verità arrivi a essere riconosciuta da altre piccole verità. In particolare per le due tracce a cui ti riferisci, il colore, direi 'l'umore' diversissimo (ferma e spavalda la prima, intima, riflessiva, quasi 'indifesa' quella in chiusura), è stato fortemente voluto, al punto che, mentre i testi sono nati nello stesso momento, le musiche sono arrivate a sei mesi di distanza. Il 'reprise' è nato di getto, sulla Milano-Genova, una mattina, mentre guidavo verso lo studio ... Nell'economia del disco, è chiaramente un momento topico, una specie di 'manifesto' dell'intero lavoro ... Una dichiarazione di fede laica, a sottolineare quanto io creda importante e necessaria l'esistenza di una spiritualità, seppure diversa, e con mille distinguo personali. E allo stesso tempo, la sua crescente mancanza, nel tipo di civiltà che si va delineando. Si, credo sia definitivamente importante avere fede, qualunque essa sia. Per il resto, in fondo, se riconosciamo noi stessi come una piccola azione della 'S.P.A ' divina, dobbiamo accettare il fatto che, in qualche modo, Dio si infili un po’ in tutta la musica, e in tutte le canzoni ... 😉

Se sei d'accordo vorrei abbandonare le tracce del disco nel loro dettaglio, perché credo che quanto detto sin qui sia già un ottimo biglietto da visita per un disco di grande profondità ma di altrettanto grande fruibilità. Parliamo piuttosto di una bella notizia, freschissima, il tuo disco è finito tra i 50 album votabili dai giurati del Premio Tenco, per l'assegnazione della Targa Tenco Migliore album in assoluto del 2016. Te l'aspettavi? Tu che in fondo sei sempre stato più conosciuto all'estero che in Italia, tanto che il tuo disco, se non sbaglio, è di prossima uscita in Germania con una grande etichetta. Che mi racconti in merito?

No, direi che non me lo aspettavo, assolutamente. Mi sembra una bella notizia, mi ha fatto molto piacere ... Spero che questo significhi che il disco avrà la possibilità di essere ascoltato (direi "scoperto") da più persone .... Tra l'altro, come ricordavi, ‘10’, dopo l'uscita italiana di maggio, per iCompany, il 23 settembre p.v. uscirà anche in Germania, Austria e Svizzera, per l'etichetta tedesca CHAOS, che è poi una delle etichette dei leggendari Studi Bauer di Ludwigsburg, pensa che sono quelli che hanno registrato il Köln Concert di Keith Jarrett. Entrare negli studi è come farsi un giro nella storia, per intenderci. Entrandovi, una delle prime foto, fra le molte appese ai muri del corridoio, ritrae Miles Davis, che era solito registrare da loro. Essere nel loro catalogo, sentire la stima dell'etichetta, è per me uno stimolo enorme nel cercare di lavorare sempre più seriamente. Tra l'altro è la prima volta che un mio lavoro viene pubblicato in un altro paese, e visto che da Ottobre inizierò un tour partendo proprio dalla Germania, è davvero una grande occasione per provare a salire un piccolo gradino ... Senza fretta, per carità. 



Permettimi un'ultima domanda, tornando a ‘10’, vedo alcune canzoni sono firmate Fabrizio Consoli e Gigi Rivetti, quanto ritieni importante questo vostro sodalizio? Tra le firme di ‘L’innocenza di Giuda”, compare anche Max Manfredi, com'è nata questa collaborazione? Non credi poi che in Italia sarebbe più utile per tutti una maggiore collaborazione fra musicisti, quasi fosse un antidoto alla sempre maggiore disaffezione verso la canzone d'autore?

Gigi Rivetti è una figura fondamentale, non solo nella realizzazione di 10, ma nell'intero "progetto" Fabrizio Consoli. Più di un braccio destro, quasi un alter ego pianistico, da quasi 15 anni tutte le fasi creative, con la sola esclusione dei testi, lo vedono presente. Abbiamo girato palchi di tutti i tipi, per mezza Europa, suoniamo praticamente a memoria, ed è per me davvero una presenza rassicurante. E' un pianista estremamente "intelligente", con una grande cultura musicale- spesso direttamente complementare alla mia, e nel tempo abbiamo ricercato e sviluppato insieme un linguaggio pianistico estremamente personale, in grado di caratterizzare la mia musica. Solo per farti capire, è molto facile aggiungere di getto qualche accordo jazz a una canzone, altrimenti molto cantautorale, magari per variarne o per "raffinarne" la scrittura armonica... ma nel 99 per cento dei casi l'ambientazione che ne risulta è quasi pianobaristica, d'altri tempi, in definitiva, tutt'altro che raffinata. Per arrangiare il piano di "Camera Con Vista" (era in Musica per Ballare, del 2009), ci abbiamo messo quasi un anno. Poi abbiamo trovato la chiave per un fraseggio che fosse insieme classico e   estremamente contemporaneo, insomma, mai scontato. E ora (ed è il caso dei pianoforti di 10), coi dovuti distinguo, rimaneggiamenti e sviluppi successivi, praticamente le parti che registriamo di getto nei provini, sono quelle che rimangono fino alla fine dei missaggi. Permettimi di citare gli altri personaggi che hanno formato il suono del disco, Silvio Centamore, che suona un insieme molto particolare di percussioni e batterie, acustiche ed elettroniche, Lele Garro, che ha suonato i contrabbassi, Fabio Buonarota, autore di quasi tutte le trombe del disco, insieme a Marco Milani, nostro storico trombettista. Un altro grande musicista e amico, che ha suonato con noi spesso lo scorso anno, è Daniele Moretto. Una presenza importante, come giustamente ricordavi, è Max Manfredi... Alla fine del disco, dopo anni di lavoro, mi sono accorto che non avevo più tempo ed energie per chiudere l'ultimo testo, "L'Innocenza di Giuda"... inoltre mi ero pericolosamente affezionato al suono di un testo che per oltre metà non andava bene. Considero Max un caro amico, e lo stimo tantissimo, come autore e come performer, e gli ho letteralmente chiesto aiuto. Abbiamo lavorato a chiudere il testo via Skype, è stato molto divertente direi. Poi, al di là di questo caso particolare, se me lo chiedi, non è di facile affrontare, a mio avviso, Il tema delle collaborazioni, soprattutto per sommi capi...Troppe gli elementi di disturbo, a partire da un economia inesistente, per arrivare, attraverso un percorso a ostacoli, alle diverse personalità ed ego più o meno ingombranti degli artisti... Personalmente, anche se in un ormai lontano passato ha dato risultati commercialmente rilevanti, non credo e non mi interessano le operazioni discografiche infarcite di ospiti più o meno di grido, almeno nella fascia di mercato in cui opero, e nella canzone in generale ... Anzi, tranne rare eccezioni (per esempio i live), le trovo di disturbo nella comprensione della personalità dell'artista e della canzone. Soprattutto se non particolarmente conosciuto. L'unico ospite in 10, ma si tratta di un "cameo" pensato, scritto e ritagliato esattamente per lui, è Tonino Carotone, nella "suite" iniziale, il Credo di apertura. Altra cosa, a mio avviso, e ne sento un grande bisogno, sarebbe il consociativismo, l'associazione, ma non per soli artisti. Vedi, per un artista, e per il suo lavoro, la sfida più grande è far sapere che esiste, e "conquistarsi" un pubblico. Ed è talmente grande la sfida, da rendere inutile la gran parte della nostra produzione musicale, e da far arenare persino progetti di grande potenziale, anche economico. L'associarsi, autoproducendosi, ma con il supporto, anche morale e strutturale, di una famiglia di colleghi, appassionati e quant'altro, potrebbe più facilmente aiutare l'artista, se non altro a sentirsi meno solo. Molti amici, colleghi, hanno iniziato a fare concerti insieme, ma la creazione di un circuito nazionale, la nascita di una "piccola scena", che in Germania permette a piccoli talenti di far crescere il proprio progetto mantenendo un alto standard, è ancora lontana. Ci avevo provato qualche anno fa, con un progetto che si chiamava "Slow Music", rifacendomi all'esperienza di valorizzazione della qualità di Slow Food, ma con scarsi risultati. Chissà che non vengano tempi più "Slow", anche per la musica.









mercoledì, luglio 20, 2016

Luigi Mariano: canzoni all’angolo, per scelta

di Fabio Antonelli

A sei anni dal suo esordio ufficiale con”Asincrono” (2010), disco accolto molto bene dalla critica e oggetto di più premi, Luigi Mariano, cantautore salentino, ma romano d’adozione, è appena tornato sulle scene con “Canzoni all’angolo”, un nuovo album, maturo, molto personale, in cui è emersa anche una vena rock forse fino ad ora repressa. Con lui, in questo nuovo lavoro, vi è la presenza di numerosi ospiti, per un disco tra i più belli di questo 2016. Ecco cosa mi ha raccontato.

Copertina CD "Canzoni all'angolo"


Il tuo disco "Asincrono" del 2010 è stato un disco molto ben accolto sia dal pubblico sia dalla critica e ripetersi, si sa, non è mai impresa facile. A distanza di sei anni da quel fortunato esordio torni al tuo pubblico con "Canzoni all'angolo", un disco che hai voluto simbolicamente dedicare a tuo padre scomparso due anni fa. Mi racconti la coloratissima copertina di questo tuo nuovo disco, che immagino sia ben più di una riuscita immagine fotografica.

Il nuovo disco è dedicato a mio padre Salvatore, che ho perso due anni fa. Era un commerciante di generi alimentari ed ha passato un'intera vita di duro lavoro tra uffici, camion, carrelli elevatori e pallet. I pallet in copertina, appesi alla parete alle mie spalle, sono dunque un omaggio al suo lavoro e rappresentano le radici da cui partire, per trovare la propria strada. Ho voluto simbolicamente dipingerli con i colori della mia creatività artistica, riscattando la sua vita fin troppo convenzionale. E, staccandomi da quella parete, ho preso la mia strada verso la chitarra, ossia la musica. In generale i colori della copertina rappresentano anche la mia reazione vitale (che musicalmente, nel disco, sfocia nel rock) alle tante amarezze vissute, di cui queste canzoni sono molto intrise.

Poiché hai parlato di amarezze, vorrei affrontare il titolo del disco che è anche quello della canzone in cui duetti con Neri Marcorè. Quanto pesa sentirsi sempre messi all'angolo? Oppure è quasi meglio tanto da cantare "quasi quasi ci ripenso e torno qui nell'angolo"?

Non essere capiti, o addirittura risultare totalmente invisibili, credo sia una pena per chiunque svolga un lavoro creativo che presupponga l'urgenza di comunicare con gli altri. Le canzoni all'angolo sono quelle dei tanti artisti di nicchia, a volte di estrema qualità (e non certo solo nella musica), di cui questo Paese spesso abbonda, ma cui non sempre la sorte offre poi una chance concreta per emergere. Finisce così con lo schiacciarli ancora di più nel loro piccolo cantuccio, scoraggiandoli, fino a spezzar loro le ali e costringerli a sparire. Questo può accadere in ogni campo delle attività umane, non solo nel campo artistico.  E' anche vero che, se si riuscisse a considerare "l'angolo" in modo diverso, ossia con meno frustrazione e con più amore per la riservatezza o per il basso profilo (concetti quasi inconcepibili, oggi), forse se ne potrebbe riscoprire un aspetto interessante, decisamente controcorrente rispetto a tempi così egocentrici e caotici, in cui tutti aspirano ingenuamente al viavai del centro piazza.

Com'è nata l'idea di cantare questo brano a due voci l'altra, come detto, quella di Neri Marcorè?

Avevo incrociato fugacemente Neri nel 2007, mentre suonavo in un locale romano di San Lorenzo: una stretta di mano e via. Nient'altro. L'ho rivisto a cena alcuni anni dopo e ho scoperto (con stupore) che mi stimava: aveva nel suo cellulare le canzoni del mio primo disco "Asincrono". Ho avvertito molta empatia reciproca, oltre che gusti musicali simili (Gaber su tutti). Così ho preso coraggio e ho pensato di proporgli il brano "Canzoni all'angolo": il suo garbo e la sua discrezione caratteriale, seppur di un artista ormai famoso e popolare, mi parevano sposarsi bene col concetto di "angolo" e di rapporti tra fama e invisibilità. O quanto meno, mi pareva potessero risultare argomenti a lui molto comprensibili, per sensibilità e visione del mondo. Così è stato e ne sono felicissimo. Anche perché Neri, dopo aver ascoltato tutto il disco in studio, ne ha amato profondamente ogni brano, abbracciandomi alla fine dell'ascolto di ogni traccia.

Luigi Mariano con Neri Marcorè

Quello con Neri non è l'unico duetto presente nel disco, un altro duetto molto divertente anche per l'ironia che pervade l'intero brano, dal titolo "L'ottimista triste", è quello con Mino De Santis. Vorrei che mi parlassi del brano e di lui, a più forse sconosciuto ma personaggio di grande talento.

Conosco Mino appena dall'estate del 2012, ma sembriamo amici d'infanzia. C'è una corrispondenza emotiva fraterna, che ci ha portato con facilità a scrivere assieme "L'ottimista triste", sebbene Mino (da cavallo di razza e battitore libero) vesta abbastanza di rado i panni del coautore. L'idea musicale del brano è mia, nonché la psicologia del personaggio (sfigato ma ottimista) e il titolo. Ho presentato a lui un mio testo che mi convinceva poco e gli ho chiesto di metterci mano. Il personaggio è rimasto identico, ma fa cose completamente diverse dal mio testo precedente. E inoltre è più simpatico e accattivante. Mino De Santis è un miracolo e un tesoro inestimabile, non solo per il Salento. La sua poesia, profondissima e popolare, ironica e geniale, è patrimonio dell'umanità. I suoi bozzetti della vita di provincia, con le piccole ipocrisie di paese, ma anche con la bellezza dei ricordi e della terra, rimandano a un Salento più antico e romantico, fatto di dignitosa semplicità, che in certe sacche resiste ancora ma che purtroppo si sta perdendo. Per simili artisti come Mino, non sarà mai la lingua dialettale l'ostacolo per la loro diffusione, anche a livello nazionale: il talento straripa e la poesia si fa strada ovunque.

Dev'essere che artista valido attira artista valido se, in un altro tra i brani più interessanti e allo stesso tempo ironici del disco ti sei trovato a condividere il brano "Fa bene fa male" con uno tra i musicisti più sensibili del panorama italiano, ossia Simone Cristicchi. Com'è nata questa intelligente canzone e come mai hai pensato di condividerla con Simone?

Ci siamo conosciuti in un locale romano di San Lorenzo nell'estate del 2003, in cui suonavamo entrambi, e abbiamo scoperto d'avere molto in comune, soprattutto l'amore per il teatro civile e per la canzone d'autore del passato. Gli regalai tutti i monologhi di Gaber, che non conosceva: lo folgorarono. Lui ricambiò donandomi la videocassetta (forse non esistevano ancora, in giro, i DVD!) di "Vajont", l'indimenticabile spettacolo di Marco Paolini. L'amicizia è stata immediata, insomma. L'ho incoraggiato in tutto il suo percorso, fino alla vittoria di Sanremo, e certo io non mi sono meravigliato della sua decisa svolta teatrale, sulla scia dei suoi maestri Paolini, Celestini o Mario Perrotta: fin dall'inizio era attratto da quel mondo. Tanti anni fa mi regalò un monologo-sfogo, scritto da lui e recitato da un suo amico attore, che si chiamava "La musica dei supermercati": era un elenco di nomi dell'attualità, un po' critico, snoccciolati da un recitato incalzante e parossistico. Quando ho scritto "Fa bene fa male", nel novembre 2015, ho subito pensato a lui, perché anche la mia canzone conteneva un elenco-sfogo, tra Rino Gaetano e Remo Remotti. Simone ha accettato subito: "La faccio!", mi ha risposto. Ed è stato di parola.

Luigi Mariano con Simone Cristicchi

Dentro questo tuo nuovo progetto trova dimora "Come orbite che cambiano", una dolcissima canzone dedicata apertamente a Stephen Hawking e alla sua prima moglie Jane. Che toccanti i versi finali "Mettimi gli occhiali portami i giornali come tanto tempo fa" ... com’è nata questa canzone?

La scintilla è arrivata da un film che mi ha toccato il cuore, "La teoria del tutto", con l'interpretazione magistrale di Eddie Redmayne, premio Oscar miglior attore protagonista, nei panni appunto dell'astrofisico Stephen Hawking. Di Hawking avevo sentito parlare per la prima volta vent'anni fa da un mio coinquilino abruzzese che studiava Fisica e che mi aveva passato alcuni suoi libri molto divulgativi sullo spazio. Mi sono ritrovato al cinema, nel gennaio 2015, e ho capito che sullo schermo andavano in scena la nascita e poi la fine di una grande storia d'amore, in cui la malattia dello scienziato era diventata una gabbia asfittica e mortale, sia per lui sia per sua moglie. E la decisione di Hawking di lasciare Jane, che tanto aveva fatto per lui, era in realtà un grande atto d'amore: un modo per liberarla. Queste dinamiche dolorose mi hanno fatto pensare alla fine di una mia storia d'amore del passato, molto importante. E ho capito che, così come successe per "Edoardo", potevo utilizzare anche stavolta la storia di qualcun altro per parlare di me in modo sincero e forte. La musica al piano già c'era da qualche mese e aspettava l'ispirazione giusta: ho solo dovuto scrivere il testo su quei binari musicali.

Luigi Mariano

C'è una canzone in questo disco che mi ha subito affascinato sia per l'intelligenza con cui è stata scritta sia per la veste musicale che le è stata cucita, mi riferisco a "Scambio di persona". Come t'è venuta l'idea? Ogni scambio di persona è una fuga dalle proprie responsabilità? Vuol dire questo il verso "diventiamo dei serpenti a ogni scambio"?

Esattamente. Ho pensato a Erri De Luca e a come, per difendere una semplice idea, sarebbe stato disposto a finire persino in galera. Ho pensato che uno come lui fosse una vera eccezione italica. E che invece, per la maggior parte, esistesse tanta vigliaccheria in giro. Ecco, volevo raccontare questa vigliaccheria infantile e creare un personaggio "opposto" a Erri De Luca: ossia uno che, pur di salvarsi, avrebbe rinunciato del tutto alle sue idee. Il brano è un rock blues energico e abbastanza classico, che cerca di fare appunto a pezzi uno dei difetti peggiori degli italiani: il non volersi mai assumere le proprie responsabilità. Partendo dalla precisa volontà di scrivere un brano sul tema, ho fatto venir fuori una vicenda dai contorni surreali ed estremi, con finale a sorpresa, in cui cercavo contrappassi punitivi all’estrema meschinità e negatività del personaggio.

A volte, uno le responsabilità le fugge per meschinità, a volte, invece, uno la vita cerca di viverla a pieno, mettendoci tutto se stesso però non è detto che si usi le "armi" giuste. In "Mille bombe atomiche", il brano che apre il disco, al protagonista che si guarda allo specchio fai dire "E con le bombe una ferita non la puoi richiudere". E' sempre così difficile essere a posto con la propria coscienza?

Per chi ha un alto senso dell'etica e dell'onestà intellettuale, sì: è difficile. Si cerca sempre il pelo nell'uovo per criticare se stessi. Se quest'atteggiamento sconfina verso l'ossessione, credo sia un difetto grave e vada limato e corretto. Se invece è vissuto solo come generica "tendenza" a far bene, credo di preferirlo agli atteggiamenti sbarazzini e spregiudicati del personaggio di "Scambio di persona". Penso che ciò che conta sia essere veri. Quando lo si è, anche i "grilli parlanti interiori" arrivano ad azzittirsi. Ammetto che questo è ciò che è accaduto totalmente con questo disco: ho davvero pochissimo da rimproverarmi, perché è semplicemente la mia fotografia di questi ultimi quattro anni. Qualsiasi cosa diversa sarebbe stata una forzatura poco sincera. E anche il brano d'apertura, "Mille bombe atomiche", rappresenta al massimo questo denudarmi: è stata scritta mentre mio padre era in fin di vita e rappresenta tutta la rabbia malinconica e le esplosioni intime ed emotive che sentivo nello stomaco, avvolto dalla consapevolezza che non sarei riuscito a salvarlo. Questo mi rendeva fuori di me. Allo specchio non riuscivo più a riconoscermi, ma anche in quella rabbia, che mi aveva alterato lineamenti e comportamenti, a guardarci bene c'ero io: con la mia verità e difficoltà di quel momento.


In questo tuo nuovo lavoro credo ci siano versi folgoranti, tra questi quelli che chiudono la delicatissima canzone "Quello che non serve più": "Avrò provato a far entrare tutto il mare in un secchiello finché tutto era possibile ma poi ho capito che era solo un grande abbaglio e ho cominciato a vivere". Di una bellezza disarmante ... me ne parli?

Citi uno dei brani più personali e spudoratamente sinceri del disco. La canzone nasce dal ricordo del carattere di mio padre e di ciò che mi ripeteva: "Non buttare mai nulla, perché può sempre servire". La sua generazione era nata da genitori (i miei e i nostri nonni) che arrivavano dalla guerra, da tante privazioni. La necessità di risparmiare e dare valore a ogni piccola cosa li aveva indotti a insegnare ai figli come utilizzare al meglio anche i materiali di scarto, per reinventarsi ogni giorno oggetti utili, magari da costruire con le proprie mani da qualcos'altro. Mio padre era il primo di otto figli e su di lui certo la trasmissione di un'eredità ideale era stata più diretta e ossessiva. Perciò mio padre non buttava mai via le cose. Dopo la sua morte, per esempio, ho scoperto nel suo ufficio pile di vecchi giornali e tantissimi altri oggettini, accumulati senza un motivo apparente, se non (credo) il legame con un qualche ricordo. Metteva sempre da parte mio padre, in qualche angolo: anche cose inutilizzabili o in apparenza inutili. Per imitazione, sono stato come lui per molto tempo. Quante cose inutili conserviamo nel nostro hard disk, per esempio? Ho compreso poi negli anni, divenendo adulto, che invece bisogna avere il coraggio di rinnovarsi, di cestinare e di smettere di raccontarsi la favoletta del "tutto può sempre servire". Smettere insomma di obbligare il nostro infinito "mare intimo" a restare stretto in un secchiello. Valiamo di più. E abbiamo più possibilità. Lo si può capire staccandoci dalla paura di perdere per strada pezzi del nostro passato e aprendoci al nuovo. Via le zavorre: si può davvero rinascere.

Se sei d’accordo abbandonerei questo viaggio a zig zag tra le tracce del disco, anche per lasciare ai lettori il piacere di scoprire il resto (tra cui anche una cover in italiano di “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen). Chiuderei l’intervista con una notizia fresca fresca, la vittoria con "Canzoni all'angolo" del Premio Lunezia DOC 2016, uno dei premi più importanti nell’ambito della canzone d’autore. Magari questo riconoscimento non riuscirà a far uscire queste tue nuove canzoni dall’angolo però …


Il "Premio Lunezia" ricevuto dal mio disco è giunto all'improvviso, in modo inatteso e non cercato: sarà questo forse uno dei motivi del mio genuino entusiasmo alla notizia (oltre che per il prestigio del premio). È un orgoglio poter dividere un simile riconoscimento con tutti coloro che ci hanno speso tempo, cuore, energie e anche soldi per realizzare l'obiettivo comune e dar vita a "Canzoni all'angolo". Se il disco avrà fortuna o meno, e o se uscirà dall'angolo per raggiungere il centro piazza, io non lo so. Sarebbe bello che viaggiasse per conto suo: è un desiderio comune tra i bravi genitori, nei confronti dei figli. Quindi auguro al disco di viaggiare tanto e di farsi conoscere e apprezzare in giro. Da parte mia, e da padre riservato, dico che restare un po' all'angolo a osservare da lontano la crescita di un figlio, in fondo, non mi dispiacerebbe.




lunedì, giugno 20, 2016

Fabio Caucino e "I movimenti del gatto”, quell’irrefrenabile voglia di cantare

di Fabio Antonelli



Fabio Caucino, cantautore torinese con alle spalle già tre buoni album oltre ad innumerevoli collaborazioni, è tornato all’opera con un nuovo album intitolato “I movimenti del gatto”, uscito nel maggio del 2016. Un disco che mi ha sorpreso, sin dal primo ascolto, per l’immediatezza e la piacevolezza delle musiche cui però non vengono mai meno testi intelligenti, a tratti ironici, a tratti malinconici, sicuramente mai banali.

E' appena uscito "I movimenti del gatto" il tuo quarto disco e la prima cosa che voglio sottolineare è la semplicità e allo stesso tempo poeticità della copertina del tuo nuovo lavoro, opera di un certo El Gato Diaz, me ne racconti la genesi?

Sveliamo subito l'arcano che mi vede sdoppiato nella persona di Fabio quando compongo e canto e del mio pseudonimo di El Gato Diaz che lavora con la grafica. Ho cercato l'essenziale, una linea continua che si potesse trasformare e lasciare spazio alla pura creatività. Questa traccia che srotola un gomitolo è il filo conduttore di tutto il lavoro di composizione di questo nuovo disco. La semplicità e la leggerezza contengono già molti degli aspetti ancestrali e primari dell'uomo che purtroppo nasconde attraverso le sovrastrutture che si crea e che non riesce più a riconoscere. Ho cercato solo di dipanare questo groviglio.

Beh, credo che ci sia riuscito in pieno, è da molto che non mi capitava di ascoltare un disco e ritrovarmi da subito a canticchiare alcuni ritornelli. Non credi che, a volte, la canzone d'autore si prenda davvero troppo sul serio per cui all'impegno a tutti i costi subentrino anche pesantezza e noia?

Penso che ci siano momenti in cui sia necessario utilizzare una scossa, altri in cui si possano usare modi differenti, apparentemente più leggeri per poter lasciare un segno. Molte volte la pesantezza è data dal fatto che l'artista non è più sincronizzato con la realtà ma si canta addosso. Non dobbiamo mai dimenticare che quello che proponiamo non è per noi ma per chi ascolta. La grande sfida della canzone di qualità oggi è quella di riportare la musica a essere espressione popolare di temi universali che sono sopiti sotto la cenere ma non spenti. Arriviamo ormai da troppi anni in cui la musica ha perso il suo ruolo sociale. La melodia, l'ironia e la leggerezza possono essere dei buoni strumenti per far tornare le persone a pensare in modo critico e a riconoscersi in una comunità.

Cover CD "I movimenti del gatto"

"I movimenti del gatto", oltre che essere il titolo di questo tuo nuovo progetto, è anche il titolo del singolo da cui è nato un video con tue bellissime animazioni. Un brano accattivante, che è come se lo avessi dentro il cuore da sempre ... nasce subito il desiderio di riascoltarlo all'infinito. Forse perché in fondo è il canto di un desiderio universale, che troppo spesso si ha quasi paura di esprimere?

Ti ringrazio perché mi confermi ciò che dicevamo prima. E' stato molto istruttivo per me osservare con attenzione la vita comunitaria dei miei gatti, da cui ho imparato la spontaneità, le contraddizioni, i bisogni e soprattutto la gratuità del gesto. Nella società veloce e individuale di oggi è più complicato esprimere i concetti di gentilezza, di utopia e ascolto che non il contrario. Sono sicuro che tutti li possediamo ma dovremmo scegliere di tornare ad un passo più lento entrando nelle cose dal retro bottega, non accontentandoci delle apparenze della vetrina del negozio.

Già, un po' come accade in "Il paese del sol", uno dei brani musicalmente di più di facile presa, pur trattando in punta di piedi temi molto sensibili, fino all'amara conclusione "Ma io mi sento ancora ... sol, senza un futuro e sempre ... sol, in questo bel paese del Sol".  E' così?

Questa canzone è la storia infelice di un'amara constatazione, dello scollamento totale tra la politica e la società, tra l'ottimismo velato da una finta partecipazione con l'aggravante, da parte del potere, di scaricare sulle fasce più deboli e meno strutturate il peso del loro fallimento. L'indifferenza e la non curanza dei problemi sembrano costruiti ad arte affinché il qualunquismo possa proliferare.

Proseguiamo questo giro itinerante tra i solchi del tuo nuovo disco, c'è una canzone che sembra quasi uscire da una radio americana di tanti anni fa e che fa venir voglia di affrontare sereni, a testa alta, il nuovo giorno. Mi riferisco a "Beautiful Girl", potere dell'amore?

Ci sono delle idee che rimangono latenti e all'improvviso devono uscire. Non so per quanto tempo ho guardato una foto di mia moglie che ho appeso nel mio studio, sopra il pianoforte. Un giorno l'ho osservata meglio, ho messo le mani sul pianoforte e la canzone era già lì. Bisognava solo coglierla ... potere dell'amore.

In questo disco direi che si alternano meravigliosamente stati d'animo fra loro molto distanti, se a un tratto ci imbattiamo nell'ironica e scanzonata, "La ballata della domenica" che a tratti ricorda lo Jannacci per Cochi e Renato, con un accenno finale "andare camminare lavorare" al grande Ciampi, subito dopo si è avvolti nella struggente, nebbiosa malinconia, di "Torino". In Fabio Caucino come convivono questi sentimenti? Alla fine chi ha la spunta?

Quando scrivo un brano, penso prima a cosa dire, soprattutto se ho qualcosa da dire. Poi viene il sentimento. Se ciò che si fa è vero ci sarà sempre un contrasto tra gli stati d'animo. Mentre si vive quello che capita in ogni istante è una contrapposizione. Basta non fare confusione, utilizzare un sentimento per volta, prendersi il tempo giusto per ciò che ci accade, nel bene e nel male. A volte è bello sapersi prendere in giro, portare il paradosso nella normalità per poter ripensare ai nostri difetti; a volte è altrettanto bello commuoversi davanti all'orizzonte della tua città sapendo che quello che vedi non sono solo mattoni e pietre ma la vita stessa di una comunità che evolve.

Prendersi il tempo ... un po' come fa il "vecchio che osserva paziente, pensando al coraggio del tempo, un ragazzo che sale lentamente" in "Il viaggio", il brano che apre l'album. Anche se il protagonista non sembra voler fermarsi ma uscire, andare via, anche sotto il temporale? Il viaggio è la metafora della propria esistenza?

Ci sono delle volte in cui la vita ti offre due possibilità. Io persi mio padre molto giovane e quindi non ho avuto modo di confrontarmi con lui come avrei voluto in età più consapevole. Il destino mi ha fatto incontrare Luciano, un esempio di coerenza, anarchia e onestà che mi ha fatto interrogare molte volte sul senso del nostro approccio alla vita. Questa chance mi ha offerto un secondo padre con cui ho condiviso davvero tante cose e il brano di apertura del disco è un omaggio appassionato a un uomo che non cercava le cause perse ma le cause giuste per le quali valesse la pena battersi. Purtroppo in questo mondo molte volte le due cose coincidono. Ecco perché tutto il disco è dedicato a mio suocero. Questa domanda esistenziale nonostante parta da un esempio personale diventa immediatamente universale e letto da ognuno attraverso le lenti della propria esperienza.




L'amore sotto le sue svariate forme è spesso presente nelle tue canzoni, d'altronde l'amore è parte essenziale della vita di ogni essere umano, c'è una canzone "Un atto d'amore" che ne parla in maniera sublime, attuale e direi universale. Credo che di atti d'amore ce ne sia un gran bisogno, ora più di sempre, non credi?

Un atto d'amore è una canzone che doveva dare un messaggio definitivo, Non è vero che la non scelta sia una delle opzioni. In questo caso avevo bisogno di affermare che l'atto della scelta avviene sempre a monte, poi si trovano le strategie e le regole. Per quanto riguarda il processo d'immigrazione forzata di questi ultimi anni bisogna prima definire se si sta da una parte o dall'altra e poi agire. Questo concetto può essere considerato profondamente cristiano ma anche totalmente laico. E' una questione di visione del mondo. Ed io ho voluto ribadire da che parte sto.

Nel continuo alternarsi di sentimenti che anima questo disco s’innesta anche una canzone come "Nevicata nel parco", dall'atmosfera così francese direi, in cui all'inverno del paesaggio sembra corrispondere anche l'inverno del rapporto tra i due protagonisti, così almeno mi suggeriscono i versi "e cadono sulle vite cadono sopra il nostro inverno" e il finale "Ti vedo sparire nel dubbio di un bacio non dato". E' così?

In questa canzone ho esplorato il parallelo che può esistere tra le stagioni e i sentimenti. Argomento già sviscerato abbondantemente se non fosse che il parco di cui parlo è quello che si trova sotto casa mia ed è diventato il set ideale per sentimenti contrastanti. E' lo stesso, ad esempio, che mi ha portato a scrivere la ballata della domenica. Nel caso della canzone che hai citato tutti gli anni durante la prima nevicata stagionale, faccio in piena notte una passeggiata mentre il cielo incontra la terra e tutto assume sembianze sfumate. Questo scenario mi ha dato modo di descrivere una relazione non risolta che almeno una volta nella vita è capitata a tutti.

Per concludere il nostro tour tra le tracce del tuo nuovo disco non ci resta che parlare di "Potessi darti". A volte le canzoni che chiudono un album sembrano essere messe lì solo perché in qualche modo si deve chiudere, non mi sembra certo il caso di questa canzone d'amore, intensissima. Basti dire che la traccia e, quindi anche il disco, si chiude con questi versi "Se potessi sfiorare il tuo viso, lo potessi sfiorare davvero, davanti al fuoco a parlar del futuro, perché nessuno di noi muoia invano”. Mica paglia, come direbbe Antonio Silva, no?

La canzone che chiude il disco è una preghiera, una speranza. E' l'incontro tra due persone che riescono a toccare i loro cuori attraverso una lettera, attraverso la parola scritta. Mi ha sempre intrigato il concetto che si possa fisicamente sfiorare qualcuno attraverso il pensiero. La scelta di inserire questo brano alla fine è stato meditato insieme alla produzione per parecchio tempo. Alla fine ci è sembrata una chiosa coraggiosa in cui ho voluto riaffermare il primato del valore sentimentale nella sua accezione più alta rispetto a qualsiasi pragmatismo comunque giustificato. Come si suol dire ho cercato di chiudere il cerchio. Devo ringraziarti per avere avuto la pazienza di voler entrare nelle pieghe di ciò che di solito passa in fretta come le canzoni. Anche questo vuol dire prendersi il proprio tempo.




mercoledì, maggio 04, 2016

Con Massimiliano Larocca i Canti Orfici di Dino Campana diventano grandi canzoni

di Fabio Antonelli


Massimiliano Larocca
Sono passati ormai due anni (2014) dalla pubblicazione di “Qualcuno stanotte” un album che, grazie all’incontro di Massimiliano Larocca e la band strumentale dei Sacri Cuori, ha segnato una virata verso il rock da parte del cantautore di Firenze. Durante questi due anni Larocca ha ripreso in mano un vecchio amore mai sopito, quello per la poesia di Dino Campana e, proseguendo la collaborazione con i Sacri Cuori, cui s’è aggiunta la preziosa presenza di Riccardo Tesi, ha pubblicato “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.

Il tuo amore per Dino Campana è un sentimento che parte da lontano, ricordo di aver sentito un "demo" molto casalingo in cui mettesti in musica un pugno di liriche del poeta, ora hai dato però alla luce "Un mistero di sogni avverati", un disco vero e proprio, anzi un gran bel disco. Perché questo titolo? Si riferisce al tuo rapporto con Dino Campana?

Il lavoro sui versi di Campana, hai ragione tu, è iniziato oltre quindi anni fa in occasione di un laboratorio / spettacolo teatrale per il quale mi fu chiesto di lavorare musicalmente sui versi del poeta di Marradi, ma il mio amore per lui risaliva a molto prima, all'adolescenza addirittura, quando lo scoprii e lo amai in mezzo ad altre figure "decadenti" del rock e della letteratura. Mi colpiva il fatto che ci fosse un poeta mio conterraneo che parlava con grande Visione e grande Lirismo di luoghi e di un mondo che era esattamente quello che mi trovavo accanto a casa. Il titolo è una citazione da una sua poesia misconosciuta "Une femme qui passe", non facente parte dei Canti Orfici, ma che ho inserito nel disco. "Un mistero di sogni avverati" riassume perfettamente la tensione, l'ambiguità, l'elettricità della poesia campaniana. Sospesa tra luce e buio.

Ad aiutare l'ascoltatore a entrare nella poetica di Dino Campana sottolineandone, come hai detto tu, la frammentarietà e l'ambiguità, ma anche una certa visionarietà, ha sicuramente contribuito l'artista Enrico Pantani con le tavole che ha disegnato per questo tuo disco. Un contributo fondamentale direi, non credi?

Conosco Enrico dai tempi dell'Università e già allora ci accomunava l'amore per Campana, oltre a quelli per gli scrittori beat. Ci siamo persi per più di dieci anni, durante i quali lui si era nel frattempo affermato come illustratore, pittore, artista a tutto tondo. Ho subito sentito la vicinanza tra il suo modo così crudo e disincantato a volte eppure così lirico e profondo e la poetica di Campana. Le sue illustrazioni per le poesie scelte per il disco allargano direi notevolmente il respiro e lo spettro di questo progetto. Soprattutto i suoi coloro sono profondamente Campaniani.

Cover CD "Un mistero di sogni avverati - Massimiliano Larocca canta Dino Campana"
Diciamo che per realizzare questo disco, fortemente voluto, come si evince anche dalle tue parole, ti sei avvalso di una bella squadra. Cominciamo da Riccardo Tesi, che non ha bisogno di presentazioni e che credo tu non abbia scelto solo perché toscano come te. Com’è nata questa vostra collaborazione e quanto ha contribuito nel dare questa splendida veste musicale all'intero lavoro?

A Riccardo iniziai a parlare di questo progetto "incompiuto" su Dino Campana già tre anni fa, accennandogli alla mia idea, netta e chiara da subito nella mia testa: ovvero che questo disco dovesse essere la risultante dell'incontro alchemico / sonoro tra il suo mondo e quello dei Sacri Cuori, che lui ancora non conosceva. Con Tesi avevo già collaborato per "La breve estate", disco del 2008 anche se, quei suoni più acustici e cantautorali, li avevo già abbandonati da tempo, però sapevo che da questo incontro sarebbe nato qualcosa di speciale e di nuovo, perché avrei portato sia Tesi sia i Sacri Cuori, fuori dagli ambiti musicali in cui solitamente agiscono. In effetti, Riccardo Tesi che si sente in quest’album, a mio avviso, svela un suo aspetto di musicista / arrangiatore che forse, in Banditaliana, è un po' più sacrificato. Riccardo in questo disco si è rivelato un grande arrangiatore anche in una chiave diversa, più rock e anche indie se vogliamo. Chi l'avrebbe mai detto? È un grande musicista, un melodista fantastico e ha orecchio per il rock molto più di quello che la gente possa pensare.

Riccardo Tesi e Massimiliano Larocca
Riccardo Tesi però non è l'unico ospite di questo importante progetto, sebbene abbia contribuito alle sonorità di questo disco in maniera, direi decisiva. Cito la presenza di Nada, soprattutto perché in questo tuo lavoro la sua voce non è stata utilizzata in veste di cantante, ma di voce recitante in "La sera di fiera", uno dei Canti Orfici più belli, che conobbi attraverso una magistrale interpretazione di Carmelo Bene. Perché lei e perché proprio questo canto?

Aldilà dell'ammirazione sconfinata che ho sempre avuto per Nada, il cui excursus artistico ha pochi eguali in Italia, nell'ultimo anno è nata quest’amicizia e questa collaborazione molto gratificante. Prima abbiamo lavorato assieme a un progetto di laboratori musicali con ragazzi disabili, nel quale è nata "La canzone dell'amore" scritta da noi due assieme ai ragazzi, che poi lei ha utilizzato proprio come brano-chiave del suo nuovo disco. La sua partecipazione al progetto Campana rientra quindi in quest’anno di lavoro a stretto contatto ma, come dici tu, non ho utilizzato e pensato a Nada in quanto lei e in quanto ospite, ho pensato alla sua voce, che è una sorta di entità autonoma, per "La sera di fiera", perché è una poesia molto intima e delicata ma anche molto crudele. C'è la solitudine dei luoghi affollati, ma ci sono anche le stelle e la poesia della notte: chi meglio di Nada poteva restituirci queste immagini e queste impressioni? E’ forse uno dei momenti più emozionanti del disco. Certamente per me.

Quella di Nada non è, però la sola voce recitante presente nel disco, c'è un altro prestigioso ospite che ha donato la sua voce e il suo accento straniero a "Il russo", si tratta del musicista e produttore australiano Hugo Race. Com'è nata l'idea di affidare a lui questo recitato?

L'idea degli ospiti, come detto, non è intesa in senso tradizionale. Race, a suo modo, come Nada, è una "voce" che porta con sé un preciso immaginario e un ampio mondo. Sono voci interiori, quelle di Campana. Cosi le ho intese, come dialoghi tra il poeta e la sua Musa, oppure con le sue Ossessioni. Nello specifico, Hugo di fatto interpreta Il Russo, questa figura drammatica che Campana incontrò in una delle sue numerose degenze psichiatriche e il suo accento straniero rende bene la sensazione di straniamento che è propria del racconto dei Canti Orfici.

Chiuderei il discorso passando alla dimensione live. Ovviamente, credo, non ti sarà possibile avere con te tutti questi preziosi contributi, ricordo per altro la presenza nel disco anche di Cesare Basile oltre ovviamente ai già citati Sacri Cuori, ma penso che queste canzoni siano così belle da poter funzionare alla perfezione anche in dimensione "light". Con che tipo di formazione porterai in giro questo lavoro? Hai già date imminenti da segnalare?

Le canzoni sono strutturalmente semplici ed essenziali, come si conviene alla poetica dei Canti Orfici, ma intorno abbiamo costruito con Tesi e Sacri Cuori molta bella musica che vorremmo proporre al pubblico per com’è stata concepita. Questo per dirti che no, non è prevista una versione light, ma che presenteremo lo spettacolo solo quando ci saranno le condizioni per farlo integralmente. Del resto la storia "dietro" al disco come ti dicevo, è, oltre a quella di Campana e della sua poetica, proprio l'incontro tra Tesi e Sacri Cuori, tra due mondi sonori che mischiandosi hanno creato questo sound che è nel disco che tutti riteniamo molto personale e originale. Non è canzone d'autore, non è folk, non è rock o roots. È Poesia Europea Musicale Colorita, come diceva Campana. Sarebbe un peccato non riproporla per ciò che è.

Allora, cari lettori, tutti presenti all'Unaetrentacinquecirca di Cantù, questa domenica 8 maggio, per la presentazione del disco “Un mistero di sogni avverati – Massimiliano Larocca canta Dino Campana”.






venerdì, aprile 22, 2016

Le crude ma sincere emozioni post-ideologiche di Giorgia del Mese

di Fabio Antonelli

Copertina CD "Nuove Emozioni Post-Ideologiche"


La cantautrice Giorgia del Mese, campana di origini, ma ormai toscana d’adozione, torna con il suo terzo lavoro discografico intitolato “Nuove Emozioni Post-Ideologiche“. Il nuovo progetto esce a cinque anni dal disco d’esordio ”Sto Bene” e a tre da ”Di Cosa Parliamo”, che vide la collaborazione importante di artisti come Paolo Benvegnù, Alessio Lega, Alberto Mariotti, Fausto Mesolella e fu prodotto e arrangiato da Andrea Franchi. Anche nel nuovo lavoro le collaborazioni importanti non mancano, così come l’apporto di Andrea Franchi, ma è soprattutto Giorgia, con la maturità dei suoi testi e l’energia delle sue musiche a tracciare una nuova via per la canzone d’autore, regalando nuove emozioni post-ideologiche.

Partirei, se sei d’accordo, dalla copertina del disco, quasi monocromatica, semplice, ma molto efficace nell'esprimere, il contenuto del disco che, forse ancor più dei due precedenti lavori, guarda la dura realtà circostante con lacerante lucidità ma che lassù, oltre quella fitta boscaglia di altissimi alberi, sembra lasciar intravedere una luce ... E' così?

Si è cosi, abbiamo scelto una prospettiva da cui guardare, ed è dal basso, in un contesto evocativo e quasi didascalico del tempo che viviamo: la foresta, per simboleggiare una contemporaneità complessa e insidiosa, ma la prospettiva guarda in alto, alla ricerca di una presa d'aria, di una boccata di freschezza che in questo disco si ricerca e afferma.

Musicalmente si può dire che ti sei mossa all'insegna della continuità, dentro sonorità rock ed elettroniche, mettendoti ancora una volta nelle mani di Andrea Franchi che, come per il precedente "Di cosa parliamo”, ha curato la produzione, gli arrangiamenti oltre che suonare questo progetto intitolato "Nuove emozioni post-ideologiche". Credi sia un sodalizio artistico destinato a durare, viste le soddisfazioni ricevute da entrambi? Chi ha scelto il titolo del disco, perfetta sintesi del contento dei tuoi testi?

Il produttore artistico è una figura importante nei miei lavori perché non ho mai considerato il cantautorato in modo classico o solo come narrazione, quindi il sound è identitario e su quello sperimentiamo, con Andrea Franchi, che anche in questo disco ha messo una firma importante. Era da molto tempo che stava pensando a una produzione francamente elettronica e post rock e così ne è venuto fuori un disco impetuoso e abbastanza inedito nel panorama indie-rock.

Il titolo?

Tutto mio!

Che si tratti di emozioni forti lo s'intuisce sin dalla prima traccia "Una nuova visione" in cui, dentro un abito rock assai tirato, canti "È tutto cosi post ideologico / Il male / Come usciremo da sta fine di merda / Come usciremo senza una sostanza / Come si esce da questo seicento". La fine delle ideologiche non ha portato davvero nulla di buono, è come fossimo dentro un nuovo seicento?

In realtà il Post -ideologico fa riferimento a una nuova ideologia in voga che ha sedotto anche molta sinistra: il qualunquismo populista e demagogico che promette di "Fare" senza un riferimento a una storia ideologica e politica col risultato di imborghesire e annacquare le coscienze di una classe che al massimo abdica a tutte le conquiste più importanti per aspirare al meno peggio ...



Si potrebbe quasi definire un'ideologia del nulla, ma tu non hai certo peli sulla lingua ad affrontare le tematiche con grande lucidità. Penso a un altro brano duro e teso come "Caro umanesimo". E' un crogiolo di versi taglienti come lame "Al casinò per giocare / A Berna a rubare / A Cuba a scopare / In Albania a costruire" o "Non ce ne frega niente / Dell’internazionale / Di questa gente / Caro umanesimo / Caro umanesimo / Siamo morti tutti / Democraticamente". Non c'è forse peggior male dell'ipocrisia?

“Caro umanesimo” è un brano che è venuto fuori e rimasto così ... è un urlo d’impotenza verso l’incapacità, anche di una sinistra antagonista o rivoluzionaria, di offrire accoglienza, solidarietà e salvare la vita a milioni di persone che scappano per vivere meglio e che, in questi giorni, sono anche caricate dalla polizia e mortificate, vendute dalle leggi degli stati. L'ipocrisia, in questi casi, si trasforma in razzismo democratico o in elemosina da elargire, mentre la soluzione per me è l'Apertura delle Frontiere.

Anche quando canti l'amore, però, non è mai né un amore banale né facile, non c'è mai un distacco dal reale e dal sociale, mi riferisco a "Bello trovarti", in cui per altro troviamo Andrea Mirò la prima ospite del tuo disco. Che cosa dire di versi come questi "Il sentimentalismo che ci ha fatto morire / sei tutto quello che volevo dire / quando mi dici che di classe si muore / e noi stiamo benissimo cazzo amore"?

L'amore è un’emozione che può essere raccontata in modo rigoroso e comunque non retorico, dipende da come vivi le tue relazioni e personalmente credo che la condivisione degli ideali e di un’etica sia la forma di amore più alta e serena.

Questa tua visione dell'amore, però, visto non solo come esperienza chiusa e privata, emerge anche in un'altra canzone d'amore "Soltanto tu", in cui è presente anche l'inconfondibile voce di Peppe Voltarelli. C'è quel duro contrasto tra "Tutto il dolore degli altri / Dentro i miei spazi / Dentro i miei pasti" e "Nei tuoi panni solo tu / Nei tuoi inciampi solo tu / Negli istanti che solleverai / Soltanto tu". Ti è stata ispirata da un'esperienza personale?

“Soltanto tu” è il brano più solipsistico e filosoficamente pessimista di tutto il disco, è un’amara presa d'atto che in alcuni momenti si è soli nell'affrontare le proprie fragilità e la condivisione non è di aiuto ... sono solo fatti tuoi. Per fortuna non sempre!  La voce di Voltarelli in questo brano è meravigliosa, potente, inquieta e profonda. Una bomba!

In questo disco, un po' come avevi fatto nel precedente, hai volto circondarti di vari amici musicisti. L'ultimo che vado a citare è Francesco Di Bella, anche se sarebbe dovuto essere il primo in realtà, perché l'album è stato anticipato dal bellissimo video di "Lacreme", in cui tu appunto duetti con lui nella revisione di questo storico brano dei 24 Grana. Com'è nata questa collaborazione e perché proprio con questo brano?

Gli artisti che hanno collaborato a questo disco sono musicisti importanti e di prestigio, ma sono soprattutto persone per bene, umanamente alte e questo per me fa la differenza. Con molta umiltà ed entusiasmo si sono messi in questo progetto senza risparmiarsi, gliene sono molto grata! Con Francesco Di Bella c’è un’amicizia profonda che va avanti da alcuni anni, grazie anche a Salerno: la città dove sono nata e dove lui vive attualmente. Sono stata una grande fan dei 24 Grana e quando ho potuto conoscere e avviare con Francesco la nostra amicizia, è stata una gioia poter proporre una cover di "Lacreme", a mio avviso una delle canzoni più belle e potenti scritte in napoletano.



In fondo, in questo disco c'è molto amore, anche se sempre difficoltoso da vivere. Personalmente amo molto "Fuoco tutto" da cui traggo questa immagine che mi ha colpito molto "Mentre scegli pietre per l’assalto / fuma un po’ più piano / cosi blocco quei tuoi occhi / dove prende fuoco tutto". Mi parli di questo bel brano?

“Fuoco tutto” è un brano che racconta un incontro avvenuto in un pomeriggio di agosto caldissimo, con un cielo cupo e gonfio, in cui ero a casa di Francesco Di Bella. Anch’io mi sentivo così cupa e gonfia, Francesco è riuscito a descrivermi, a parlare delle mie forze e delle mie fragilità come non avrei mai immaginato ... è esploso oltre ogni mia diga difensiva con la sua profondità. Un Pomeriggio di amicizia che ricorderò per sempre.

Direi di lasciare ai lettori il piacere di scoprire gli altri brani di questo emozionante disco. Vorrei, invece, chiudere l'intervista con una domanda più personale, legata un po' a quanto mi hai appena detto: quanto la musica, lo scrivere canzoni ti ha aiutato "ad avere gli occhi alti e fieri / e essere allegri lo stesso", come canti in "Tutto a posto"?

La musica, a volte,  salva la vita … altre volte può distruggerla ... a me è capitata la prima.