venerdì, febbraio 28, 2014

Recensione CD "L'appartenenza" di Pippo Pollina

Pippo Pollina è reduce da un 2013 straordinario.

Nel maggio scorso ha festeggiato i suoi cinquant’anni di vita con tre straordinari concerti sold out nella “sua” Zurigo, ai quali hanno partecipato ospiti del calibro di Franco Battiato, Inti-Illimani, Linard Bardill, Konstantin Wecker, Martin Kälberer, Werner Schmidbauer, Giorgio Conte tanto per citarne alcuni.

In agosto ha poi concluso nella splendida cornice dell’Arena di Verona davanti a più di diecimila persone, la lunga e fortunatissima tournée legata al disco Süden, scritto a sei mani con Martin Kälberer e Werner Schmidbauer.

Poi una breve pausa, giusto il tempo per scrivere finalmente un album tutto in italiano o quasi. E’ stata una scrittura di getto ma in realtà pensiamo che questo disco lo meditasse e sedimentasse in cuor suo da tanto, perché L’appartenenza, così s’intitola il nuovo lavoro, è un vero e proprio concept album, segno evidente di una sorta di bilancio della propria esistenza, in cui il fil rouge che unisce le tredici tracce è proprio il concetto di appartenenza, intesa come tutte quelle cose e quei valori ritenuti importanti per la propria vita, cui si è legati, cui è legato il proprio nome e la propria firma, non tanto a livello artistico quanto a livello umano.

La canzone che più di tutte spiega il punto di partenza di quest’album è proprio la traccia omonima, una vera e propria dichiarazione d’intenti e di solide aderenze ai propri ideali, anche se ogni scelta di campo porta inevitabilmente a farsi domande sul proprio passato “Ci sarà nel silenzio / oscurità per vedere quello che non sono stato / quello che non ho compreso tutto l'amore atteso / tutto l'amore”, ma soprattutto sull’incerto futuro “Ma dove vai tempo che mi illudi? Cosa fai tempo che ...?”.

Non è, però l’unica canzone a parlarci chiaramente di appartenenza, basta ascoltare Cantautori. Pippo da sempre, con le proprie canzoni, è voluto entrare a far parte di chi scrive canzoni solo quando abbia davvero qualcosa da comunicare e che considera le canzoni veicoli privilegiati attraverso il quale far correre le idee. Eccolo allora cantare “Siamo tutti orfani di Lucio e di Fabrizio / non perché difetti a noi l'arguzia né il coraggio / ma é solo una questione di cuore e di paesaggio / di idee che mai diventano scorta d'equipaggio. / Siamo tutti orfani di Giorgio e di Gabriella / di Piero e di Luigi che riposan su una stella / parenti stretti di Enzo Sergio e di Gaetano /compagni di bevute di alcool e metano”. Se tutto questo non è senso di appartenenza.

Ancora, sempre a proposito di appartenenza, c’è una delle canzoni più intense e dolenti del disco Laddove crescevano i melograni, in cui Pippo spiega le ragioni profonde che l’hanno portato a lasciare l’Italia nel 1985. E’ canzone di dolci ricordi “lo sguardo ingenuo delle ragazze stava cambiando poco a poco / e le osservavo senza capire il gioco suadente del sorriso / che ricamavano su quella bocca alito dolce di fiordaliso” frammisti ad altri dolorosi “Crollavano tutti come birilli attori prima dell'abbandono / lo stato in cravatta al funerale e un attimo prima a firmare il condono” fino all’unica scelta possibile “E mi dicevo corri ragazzo prima che il germe della vergogna / possa vincere il tuo disprezzo possa ubriacarti come una spugna / e mi dicevo corri fai in fretta prima che uccidano la fantasia / con una scatola usa e getta con un controllo di polizia” non senza rimpianti però “Laddove crescevano i melograni ci torno ogni tanto di nascosto / a piangere l'uomo che non sono stato ad assaporare l'odore del mosto”.

Sempre in tema autobiografico, sebbene musicalmente molto diversa, tesa e vibrante di rock, è Sono chi sei sono chissà, in cui Pippo ripercorre, attraverso una serie d’immagini, la propria esistenza. Una canzone quindi fatta di bilanci, in cui l’immagine più bella potrebbe essere proprio questa “Sono la solitudine di una notte deserta l'inquietudine incompresa della libertà”, perché spesso scegliere di agire coerentemente per la libertà, porta a essere soli e incompresi.

C’è però forse una canzone, Da terra a terra, che più di tutte riesce a spiegare quale profonda amarezza possa scaturire dal vedere crollare davanti ai propri occhi certe impavide utopie “Io si c'avevo creduto a un mondo dove si uniscon le mani / da terra a terra queste mani nel sacro fuoco degli altipiani / in mezzo ai grattacieli alle fabbriche delle illusioni / fra le pagine dei vangeli fra le lacrime delle passioni” e in quei tristi momenti non resta forse che aggrapparsi alle persone che ci amano e ci vivono accanto “Tutto sarà tenerezza, laddove la giustizia è tenerezza / e il tuo sorriso è un lieve pensiero il peregrinare lento d'un veliero”.

Anche Risveglio, giocata su toni delicati e sognanti, vuol valorizzare l’importanza di chi condivide con noi gli stessi ideali “E sarò il tuo fiore nel giardino / la tua sofferenza la tua fatica / e del tuo sollievo la voce amica / che ti parlerà ...” in una dimensione quasi onirica “Tutto sarà il sogno mai sognato / e sarà preghiera sul sagrato / e tutto sarà il viaggio mai finito / vicino a te ... accanto a te ...”. Con lui la voce e la lingua tedesca del bavarese Schmidbauer.

Nel disco c’è spazio anche per l’amore, quell’amore viscerale per la propria terra natia “Ti vogghiu beni puru ca semu luntani / puru ca nun ti ricordi li me occhi lu me nnomi” che mai verrà meno “Ti pirdunu terra mia nun t`abbandunu / ca lu coru t'apparteni ora e sempri” e che, cantato nei solchi della tradizione in Ti vogghiu beni, segna il ritorno di Pippo alla propria lingua natia, impegnato in un toccante duetto con Etta Scollo, una delle voci più significative della Sicilia.

La Sicilia è sempre stata ben presente in Pippo e a un eroe di quella terra, don Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo 56º compleanno, per il suo costante impegno evangelico e sociale, è dedicata l’accorata ma delicata, E se ognuno fa qualcosa, in cui risuona, quasi come un’eco, una domanda “Ma chi è lei? / Ce lo dica Don Pino che di eroi ci nutriamo / per riempire quel vuoto, quel niente che siamo”.

Se la Sicilia, com’è ovvio che fosse, è molto presente in un disco che parla di appartenenza, nella track-list troviamo però anche Helvetia una canzone di stampo folk dedicata da Pippo alla Svizzera, la terra che l’ha accolto, cui canta questi bei versi quasi fossero rivolti alla propria amata “Tu mi hai guardato e mi hai capito/ senza parola proferire / e mi hai abbracciato con un dito / e mi hai baciato all'imbrunire. / E mi hai sfamato con un candito / mi hai regalato dieci lire. / E quando tutto precipitava /mi hai sussurrato non andar via / il mondo è grande ma la tua casa / ti aspetta ed ha già nostalgia / delle canzoni delle parole / delle tue malinconie / che fendono queste nebbie al sole / che oscurano le bugie”. Una Svizzera ben lontana dai tanti cliché che l’accompagnano e da quel essere spesso paese odiato senza alcun valido motivo.

Tra i valori più importanti, i legami più forti, non potevano certo mancare quelli con le persone con cui è vissuto, ecco allora due canzoni molto poetiche.

La prima, Anniventi, è dedicata al figlio tenendo però sempre ben presente un valore irrinunciabile come la libertà “Qualunque sarà la via / qualunque la tua compagnia / qualunque la tua idea. / Vai vai vai ...”. Un invito a guardare avanti sempre e comunque.

La seconda, Adesso che, dedicata invece alla madre e che si chiude con questi dolcissimi versi “E se ti sorprendo incerta lo sguardo lontano / ti seguirò senza farmi vedere … / Ti stringo lieve dammi la tua mano”.

Qualcuno, leggendo la track-list ci dirà: ma Mare mare mare? Ve ne siete forse dimenticati? No, assolutamente. E’ la canzone che, di fatto, apre il disco dopo la strumentale Preludio e in maniera spensierata, anche molto ironica, ironia resa ancora più percepibile dalla partecipazione di Giorgio Conte. In questo brano è espresso, in pochi versi, l’immenso desiderio di vivere una giornata al mare da parte di un uomo come Pippo che, nativo di Palermo, si è trovato catapultato a vivere per tanti anni in un paese come la Svizzera, in cui il mare non si vede neppure guardando con il binocolo. “Mare mare mare datemi una giornata al mare / sarò un idiota un superficiale un personaggio demenziale” così recita l’accattivante ritornello e sono sicuro che, se Pippo e Giorgio questa canzone l’avessero cantata a Sanremo, una volta tanto Festival della Canzone Italiana e Premio Tenco (per altro entrambi sempre freddi nei confronti di Pippo) avrebbero trovato il trait d’union.

Un grande disco, arrangiato e suonato magistralmente, se qualcuno ancora non l’avesse intuito.




















Artista: Pippo Pollina
Titolo album: L’appartenenza
Etichetta: Jazzhaus Records
Distributore: Artist First

Produzione artistica: Pippo Pollina, Martin Kälberer
Anno di uscita: 2014

Durata totale: 48:34

Elenco tracce:                                   
01. Preludio
02. Mare mare mare
03. Cantautori
04. Laddove crescevano i melograni
05. Sono chi sei sono chissà
06. Anniventi
07. Da terra a terra
08. Helvetia
09. Ti vogghiu beni
10. L’appartenenza
11. E se ognuno fa qualcosa
12. Risveglio
13. Adesso che

Brani migliori:
Da terra a terra
Laddove crescevano i melograni
Mare mare mare

Musicisti e Ospiti:
Pippo Pollina: voce, chitarre acustiche, chitarre classiche, piano acustico
Martin Kälberer: voce, programming, piano acustico, tastiere, percussioni, fisarmonica
Walter Keiser: batteria
Roberto Petroli: sassofoni, clarinetto, EWI
Stefania Verità: violoncello
Jean Pierre Von Dach: chitarre elettriche, chitarre acustiche

Giorgio Conte: voce (2)
Etta Scollo: voce (9)
Werner Schmidbauer: voce (12)

Link:

venerdì, gennaio 24, 2014

Cara! Una meteora di rara luminosità



Intervista a Patrizia Laquidara
di Fabio Antonelli

Ai fans di Patrizia Laquidara, agli internauti più incalliti, ai rabdomanti sempre in cerca di musica di qualità non sarà certo sfuggita l’apparizione sul sito dell’artista, nel mese di novembre dell’anno appena concluso, di “Cara!”, un’autoproduzione indipendente in edizione limitata prodotta dall'Associazione culturale Luna Nordestina e messa in vendita solo online e solo per un mese. Una meteora di rara luminosità. Ecco, per chi se la fosse persa, un’intervista con l’autrice di questo prezioso disco.   



Com’è nata l’idea di realizzare “Cara!”, un disco che ti vede per la prima volta in veste d’interprete e non di cantautrice?

Devo anzitutto premettere che io amo interpretare nella stessa misura in cui amo scrivere. A volte, anzi, l'essere solo interprete mi dà la sensazione di poter vivere il mio canto con maggior libertà. Cantare cose che io non ho scritto, storie che non conosco, che non so come sono nate, mi dà la possibilità di inventare mondi sempre diversi. Scrivere è un lavoro creativo, ma cantare è inventare. Se canto ciò che è stato scritto da qualcuno che non sono io, quella storia è un territorio completamente inesplorato, è come addentrarsi in un sentiero sconosciuto che non sai mai dove ti porta.
Di là di questo, ho tutta l'intenzione di scrivere ancora e molto. Quest’album, “Cara!”, è stato una specie di felice parentesi, quasi un appunto durante un periodo che mi vede invece concentrata sulla scrittura del mio prossimo album, che vorrei uscisse quest'anno. Ho sempre avuto tempi lunghi di gestazione. Sono molto meticolosa e critica con me stessa. “Cara!” invece è arrivato più facilmente, per questo parlo di parentesi felice. Mi sono seduta ad ascoltare e ho ripreso in mano cose che avevo già registrato in passato e che volevo far riascoltare e poi ho aggiunto brani nuovi, reduce anche dalla mia terza tournée in Brasile, che mi ha dato nuovi spunti, nuove conoscenze. Io, che come ho detto amo interpretare, ho trovato in Brasile un bacino immenso di perle preziose.  Ne è uscito così un disco piuttosto eterogeneo e “sui generis” dove la ricerca di un suono unico che accompagni tutto il disco non è una prerogativa. S’incontra invece una voce che si muove, che cambia nel tempo e che è cambiata dal tempo, che muta in base agli spazi e a dove risuona. Alcune cose sono state registrate in casa, altre in un eremo, altre in studio, altre ancora nelle stanze di una villa. E' soprattutto un lavoro autoprodotto che ho reso acquistabile solo per un mese sul mio sito ufficiale. Una sorta di regalo per le persone che mi seguono e che spesso negli anni mi chiedevano di poter ascoltare dei classici brasiliani da me interpretati. Tutto questo per far capire che “Cara!” è un progetto particolare e non il nuovo disco ufficiale con il quale presentarmi al pubblico dopo “Il canto dell’Anguana”.

In proposito, se però qualcuno leggendo questa intervista fosse interessato all’acquisto di “Cara!”, non può più farlo perché il disco era acquistabile solo fino alla fine di novembre? O si faranno delle eccezioni?

Si faranno delle eccezioni, perché la gente continua a richiedere il disco, perché è stato venduto bene ed è stato richiesto anche all’estero. Sono arrivate richieste dal Giappone, dalla Francia dal Brasile stesso ...  quindi ho deciso di venderlo ai miei concerti e di venderlo allo stesso prezzo con cui è stato venduto online nel mio sito. Questo perché una parte dei proventi sarà devoluta a un orfanotrofio che si chiama Copame e che ho visitato quest'anno durante il mio tour in Brasile e piu' precisamente a Santa Cruz do Sud. Con Giancarlo Bianchetti, che mi ha accompagnato durante tutta la tournée, abbiamo suonato all'interno dell'orfanatrofio ed è stata un’esperienza meravigliosa cantare di fronte a quei bambini che ci ascoltavano rapiti, assetati di musica, assetati di altro ... L'orfanotrofio ospita 42 bambini tra gli 0 e i 12 anni. E' un'esigenza forte per me mantenere un contatto con questa istituzione, con questi bambini, che mi permette anche in qualche modo di ricambiare, nel mio piccolo, il tanto che ho ricevuto da questo paese e da quest’ultimo viaggio.

Questa tua passione per la musica brasiliana nasce dalla lunga esperienza del triplice tour in Brasile o era una passione che avevi già dentro e, anzi, il tour in Brasile ne è stata la logica conseguenza?

(ride) No, sicuramente è la seconda che hai detto, il tour è stato una conseguenza. Infatti, come ti dicevo, le prime canzoni le ho registrate nel 2000 ...

Partono da lontano dunque.

Si, assolutamente. E’ anche vero che sono stata in Brasile per la prima volta nel ’91, ma quello è stato un viaggio che non aveva niente a che fare con la musica e anzi neppure conoscevo la musica brasiliana. E’ stata un'esperienza molto particolare, molto dura anche e in alcuni momenti drammatica, infatti, durante quel viaggio, ho visto gente morire, gente portata in prigione, ho visitato le favelas più povere del nordest ed era il periodo degli squadroni della morte. Durante la mia permanenza una notte uccisero diversi bambini nelle strade di Recife, sono stata vicina a chi lottava per la riforma agraria e ho visto i lavoratori della canna da zucchero dentro le piantagioni che lavoravano dalla mattina alla sera, senza alcun diritto, veri e propri schiavi. Sono poi tornata in questi luoghi, ma molto più avanti e già io ero cambiata, più pronta a vedere tutto ciò. Quel primo viaggio, invece, fu molto duro per me, molto penoso, anche se lo ricordo ora come un'esperienza preziosa e formativa per me, per la mia vita, per la mia visione del mondo. Dopo quel viaggio, al ritorno in Italia ho messo per molti anni da parte il ricordo di ciò che avevo visto e vissuto, tutto ciò che era così inconciliabile con la vita che vivevo ... che erano così penoso da ricordare.  Grazie alla musica poi mi sono riavvicinata a quel paese lontano, feroce e pieno di bellezza, espressa con la musica che fa e che dona al mondo. Mi sono così nuovamente riavvicinata a quel primo viaggio, che ormai avevo metabolizzato e a quel paese. In seguito il Brasile è sempre stato nei miei interessi e ci sono tornata spesso, portata soprattutto dalla musica fino alla mia ultima tournèe di quest'anno, durata un mese e mezzo, lunga seimila chilometri.



Tornando al disco, oltre a bellissimi brani pescati dalla migliore tradizione, troviamo splendide illustrazioni, dei veri e propri ritratti di te.

Si, le illustrazioni sono state realizzate da Miriam Pertegato, le ho chiesto di disegnare per me lasciandole però la massima libertà. Sapevo che lei avrebbe fatto un lavoro cosi bello. E poi ho chiesto a Giuli Barbieri, un'altra cara amica, di occuparsi della grafica. Cosi com’è successo per “Il canto dell'Anguana”, ci tengo ad avere l'ultima parola su ciò che poi uscirà, su ciò che mi rappresenterà. Seguo i miei lavori in toto perché la copertina, la grafica, come le foto, i colori, sono per me un prolungamento di ciò che si trova all'interno, della musica. Sapevo che con queste due amiche donne non avrei avuto nessun problema e che mi ero affidata a buone mani, a chi con me è capace di risuonare.

Una volta tanto non sei fotografata, ma ritratta attraverso dei disegni.

Volevo un lavoro più “poetico”, più evanescente e sapevo che potevo ottenerlo affidandomi ai disegni di Miriam, che potevo ottenerlo “rimandando” alla mia immagine invece che fotografarla. Tutto questo rispecchia anche l'idea di un disco “trasversale” rispetto ai miei lavori precedenti. Inoltre mi piace mettere insieme più forze, lavorare a un progetto comune dove c'e' spazio anche per la creatività altrui, com’è stato per questo lavoro e anche per "Il canto dell'Anguana". Questa volta però è' stato più facile ottenere il risultato, forse perché siamo donne, forse perché c'è una sensibilità comune, forse perché anch’io sapevo di potermi fidare della competenza e dell'arte di queste due donne. Alla fine la grafica mi ha ringraziato dicendomi che avevo svolto molto bene il mio ruolo di “direttore d'orchestra”. Ecco posso dire di essere soddisfatta, i disegni poi mi piacciono molto.

Anche a me, perché direi che s’inseriscono perfettamente in un libretto decisamente minimalista.

Si, hai ragione. E’ molto minimalista. L'ho voluto cosi. Infatti, non ho inserito nemmeno i testi, sebbene un testo, che ho cantato in italiano sia stato tradotto da me. Ho invece inserito alcune mie poesie che, chiamarle poesie, io che per la poesia ho un rispetto assoluto, mi sento sempre in imbarazzo. Li chiamo quindi testi poetici. Un testo che nasceva già in portoghese due anni fa e altri brevi appunti che si sposavano bene con ciò che volevo comunicare con la voce. Ho sempre un po’ di ritrosia nel far leggere le cose che scrivo se non sono dentro a una musica ma questa volta sono stata dolcemente spinta dalla mia grafica che, lette alcune mie cose, mi ha spronato a pubblicarle. D'altronde scrivo molto, racconti, fiabe, appunti, testi poetici e più volte mi è stato chiesto di pubblicarli. Credo che un giorno lo farò, dato che ho scritto sempre, ricordo il mio primo diario all'età di 8 anni. Ho almeno dieci scatoloni pieni di fogli, quaderni, diari su cui ho appuntato storie, impressioni, sogni, testi.



Di solito chiedo subito il perché di un certo titolo dato a un disco, non l’ho fatto fino ad ora, rimedio subito, perché “Cara”?

Lo spiego nel libretto.

Lo so lo so (rido), vorrei però lo spiegassi a chi ci legge.

Hai ragione. Beh, innanzitutto “cara” è una parola presente sia nella lingua italiana sia in quella brasiliana, anche se con significati totalmente diversi. In quest’ultimo tour, ho cantato anche in comunità che avevano una discendenza italiana, con figli e nipoti d’immigrati italiani. Spesso le persone che incontravo in questi posti mi facevano leggere le lettere dei primi immigrati e queste iniziavano tutte con “cara”: “cara moglie, cara fidanzata”, ecc. . Cara inoltre, come mi è cara la musica brasiliana, fonte di tanta gioia e conforto per me. Ma, soprattutto, “cara” in brasiliano significa “faccia” e in questo disco mi sono esposta soprattutto con la voce e la mia voce è la mia faccia, la mia identità. Ecco dunque perché “Cara!”.

Si può dire che quasi ti sei messa più a nudo qui, in veste d’interprete, che non nei tuoi dischi precedenti dove eri anche autrice dei testi?

Beh, in un certo senso si, quelle di “Cara!” sono tutte canzoni meravigliose che lasciano il segno. Alcune, essendo dei classici, sono anche molto difficili da interpretare perché hai alle spalle grandissime interpretazioni. Mi sono ritrovata spesso con la voce messa a nudo, accompagnata da una sola chitarra, da un pianoforte e un violoncello, da un'orchestra dove ho cantato in presa diretta, non potendomi permettere correzioni. E’ chiaro che la voce è così molto più “scoperta”.

Si, è proprio quello che intendevo dire. A tratti è quasi come se camminassi sospesa su un filo, soprattutto in quei passaggi più difficili, quando magari ti avventuri con la sola voce.

Si, anche se comunque penso che, in alcuni episodi, la voce venga fuori con una potenza che non ho usato nei miei dischi come “Funambola” o come “Indirizzo portoghese”.

Indubbiamente, potenza mista a fascino ed eleganza.

Grazie. Devo dire però che sono stata ottimamente accompagnata: con me nel disco compaiono musicisti come Paolo Birro, Giancarlo Bianchetti, Marumo Sasaki, solo per citarne alcuni ...

Ci sono date previste in cui presenterai questo disco?

No, nel senso che adesso sto già facendo delle date e anzi sto partendo con un tour prevalentemente teatrale che giungerà fino a quasi fine febbraio. Da marzo in poi si aprirà una nuova stagione, con delle novità. In questi concerti sicuramente inserirò qualcosa in più di brasiliano, per ricordare che esiste “Cara!” e per dare un filo logico a quello che sto facendo, però non saranno mai concerti che parlano solo del disco.

Tornando per un attimo alle tracce del disco, vuoi forse aggiungere qualche altra considerazione?

Questo è un disco in cui mi sono esposta tanto, è come un excursus. La prima registrazione è fatta nel 2000, l’ultima nell’ottobre del 2003. Si sente una voce che nel tempo è cambiata moltissimo. Quest’aspetto è per me interessante, perché contiene anche imperfezioni, contiene anche cose che possono risultare non sempre piacevoli. Per esempio, ho scelto alcuni pezzi, tra quelli cantati 10 anni fa, in cui ho messo in primo piano l’orchestrazione e non la voce, perché la voce era ancora immatura per interpretare certe cose. Però ho voluto ugualmente inserirle, perché si capisse come una voce, nel tempo, possa cambiare. Da questo punto di vista mi sono sentita molto scoperta, E’ stato dunque un modo per tornare in contatto con me, con la mia voce, un guardarmi allo specchio. C’è poi anche questa caratteristica del disco, di essere stato registrato in tempi e luoghi diversi. Qualcosa è stato registrato in uno studio di registrazione ma altre cose sono state registrate, come ho detto prima, in luoghi come una stanza della villa Sesso Schiavo a Sandrigo, la Chiesa dell'Eremo di Santa Maria di Isola Vicentina. Quasi tutti luoghi che non sono prefissati alla registrazione e quindi devo ringraziare la disponibilità delle persone che mi hanno concesso questi spazi. Oltre a ringraziare il chitarrista con cui collaboro, Giancarlo Bianchetti che ha fatto alcune riprese audio in maniera ottimale e che ha anche mixato alcuni brani, oltre ad aver suonato magistralmente, grazie anche al suo profondo amore per la musica brasiliana.



Scusa se riprendo un concetto già espresso, mi pare di aver capito che questo disco è stato il tuo modo di allontanarti dalla musica brasiliana per intraprendere un percorso totalmente diverso, puoi già anticipare qualcosa di ciò che sarà il nuovo disco o è un po’ presto?

Si, fare questo disco è stato una specie di catarsi, dove in qualche modo mi sono “liberata” di tanto materiale sonoro, nel senso che l'ho cantato, l'ho messo in circolo, l'ho liberato da me e da questo mi sono anche in qualche modo “smarcata”. Parlare del lavoro prossimo invece è prematuro, anche se, ascoltando i provini per il nuovo album, mi rendo conto che lì di brasiliano non c'è più niente ed è anche per questo che ho voluto fare un disco di cover brasiliane, per non portarmi poi questo materiale nel prossimo lavoro. Preferisco però non anticipare nulla perché ho bisogno di rifletterci ancora, capire quali nuovi percorsi intraprendere e, questo, si vedrà soprattutto con gli arrangiamenti e con chi li farà. E' una scelta che voglio fare in maniera accurata.

La tempistica?

Beh, anche qui è difficile fare previsioni, mi ritengo molto fortunata perché spesso mi richiedono collaborazioni, nell'ambito teatrale soprattutto. La conseguenza è che spesso mi trovo ad avere poco tempo per me, per lavorare sulle mie cose. Ad aprile ci sarà poi un progetto molto interessante, dove mi esibirò con un’orchestra. Sarò accompagnata da venti elementi e sarà un’esperienza molto bella, ma dovrò lottare con le unghie per ritagliarmi spazi da dedicare alla scrittura del mio nuovo disco e riuscire a canalizzare le energie necessarie alla realizzazione dell’intero progetto, che nei prossimi mesi diventerà assolutamente prioritario, se davvero vorrò uscire con il nuovo disco entro la fine del 2014.

Sito ufficiale di Patrizia Laquidara: http://www.patrizialaquidara.it
Patrizia Laquidara su Facebook: http://www.facebook.com/patrizia.laquidara.ufficiale

Ascolta Traccia 11. Io so che ti amerò : Eu sei que vou te amarhe-ti-amer-eu-sei 

mercoledì, dicembre 11, 2013

Intervista a Folco Orselli

di Fabio Antonelli

Folco Orselli: mi voglio consumare di curiosità

Folco Orselli, dopo aver realizzato “Generi di conforto” uno dei più bei dischi del 2011, in questo freddo inverno milanese è fortemente impegnato su più fronti contemporaneamente. Con Claudio Sanfilippo e Carlo Fava sta realizzando presso la Salumeria della Musica alla rassegna “Scuola Milanese”, ma allo stesso tempo con gli Arm on Stage sta promuovendo il nuovo disco “Aldrin”. Ecco cosa mi ha raccontato.


Il 18 novembre scorso, alla Salumeria della Musica di Milano, ha debuttato Scuola Milanese, una rassegna in nove serate a cadenza quindicinale, so che sei tra gli ideatori di questo progetto. Spiega quando, come e perché è nata questa idea.

Scuola Milanese nasce da una domanda che Carlo Fava, cui è venuta questa meravigliosa idea, ci ha posto durante una delle svariate cene tra amici in cui io, Claudio Sanfilippo, Max Genchi, Gianluca Martinelli e altri ospiti piacevolmente gozzoviglianti, organizziamo periodicamente, domanda che così recita: “Milano, secondo voi, è diventato un luogo anemico e ostile, figlio di un glorioso passato che abbiamo lasciato alle spalle, patria di personalità culturali e artistiche che hanno permesso di appuntare al bavero della città, un tempo, l’accezione di capitale morale, o potrebbe tornare a essere territorio di riscossa civica e umana, dante abbrivio a una rinascita che faccia da traino alla nostra deturpata Italia?”. Dopo una domanda del genere abbiamo aperto una buona bottiglia di rosso e dopo aver abbondantemente … riflettuto, ci siamo chiesti se non fosse il caso di provare a creare un appuntamento fisso nel cuore della Milano che amiamo, nel club che ha ospitato tanti dei nostri lives (la Salumeria della musica), per cercare di dare risposta a questo difficile quesito. E’ nata così l’idea di mettere a disposizione le nostre personali ricerche in musica, le esperienze dei tanti ospiti che hanno aderito con entusiasmo a questa “sfida”, la curiosità della nostra gente e non solo, per capire chi siamo noi milanesi e cosa è diventata Milano, che resta, a nostro parere, allegoria di città aperta e metropolitana.


Purtroppo non sono riuscito a essere presente alla prima, so però che ogni serata presenta ospiti in qualche modo legati a Milano, chi ha fatto da apripista e com’è stata l’accoglienza del pubblico?

La prima serata dal titolo “Milano se me lo dicevi prima”, (la prossima sarà il 12 dicembre dal titolo “Milano città aperta”), è stata accolta in un modo talmente entusiastico da risultare inaspettato. Abbiamo capito che la domanda, di cui sopra, è una domanda alla quale tanti cercano di dare risposta. Un pubblico curioso ha ascoltato la testimonianza di Giangiacomo Schiavi (vice direttore del Corriere della Sera) che ci ha raccontato di un “viaggio” con un camper facente tappa in parecchie zone della nostra città, in cui lui ha pernottato, raccogliendo illuminanti testimonianze di residenti che hanno dipinto dal loro punto di vista, un punto di vista davvero reale, la situazione dei loro quartieri. Ci siamo sbellicati dalle risate ascoltando uno stralunato e divertentissimo ritratto milanese di Antonio Cornacchione che, nella sua “surrealità”, ha richiamato quel modo meneghino di fare comicità, quel passo visionario che ricorda i primi Cochi e Renato, Andreasi, il maestro Enzo Jannacci: insomma la risata intelligente che a me manca parecchio. Per finire abbiamo ospitato l’eleganza e la maestria di un grande giornalista, scrittore, uomo di cultura come Antonio Lubrano che, oltre ad averci omaggiato con un contributo video, nel quale ha annunciato ironicamente la nostra fuga dalle responsabilità di un così ambizioso progetto attraverso un video ad apertura dello show in cui lui annuncia “telegiornalisticamente” la notizia, ci ha raccontato la sua esperienza di napoletano a Milano ricordando il suo “trauma” all’arrivo, negli anni ‘60, ma anche la terra dei sogni che, in quel periodo, Milano rappresentava. Sarà ancora così?

La rassegna si chiama, come già detto, Scuola Milanese. Vuol porsi come contraltare della sempre più citata scuola genovese o vuol essere un invito a cominciare un nuovo percorso dalla scuola, non solo come luogo in cui apprendere, ma come luogo di discussione, di crescita personale?

Di scuole in Italia ce ne sono tante, non siamo certo noi a intestarci quella milanese, abbiamo semplicemente sentito il bisogno di riaffermarla. Milano, dal punto di vista scenico o palcoscenico, ha insegnato un certo modo ironico, anzi auto-ironico, di stare sul palco, un modo di raccontare la vita scevro dalle immagini retoriche e dalla poetica affettata: la vita, il condurla è il soggetto; l’artista e la sua curiosità e sensibilità il mezzo; la cognizione di causa e il disincanto ironico gli ingredienti. Noi abbiamo ereditato queste ricette dai maestri che sono tanti, ne cito due per riassunto: Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Due facce della stessa medaglia, due splendidi esempi di scuola milanese, e fa niente se in passato ci siamo sentiti figli di padri che non ci volevano riconoscere, noi portiamo avanti la loro lezione. La scuola è ancora aperta e noi sediamo tra la gente, come ci hanno insegnato a fare.


Non so come sia stato Folco come studente, so solo che come musicista sa il fatto suo, non è pigro e ama sperimentare, tentare vie alternative. Tutto questo per dire che, il 26 novembre, è uscito il secondo episodio della tua vena psichedelica, quella facente parte del progetto “Arm on Stage”. Come si è arrivati a “Aldrin”? Partiamo proprio dal titolo, perché Aldrin?

Aldrin, Buzz Aldrin, è sceso per secondo sul suolo lunare, subito dopo Armstrong. Collins, il terzo, volteggiava in attesa sull’Apollo 11, la prima missione della Nasa con sbarco lunare. Riesci a immaginarti le emozioni? Le loro emozioni? Pare che Armstrong fosse davvero un asso del pilotaggio, tanto che quando arrivarono vicini al luogo di atterraggio, si rese conto che la zona non era quella, anzi era proprio fuori zona e la crosta lunare presentava una morfologia impossibile per l’allunaggio. Aldrin raccontò che Neil Armstrong prese a pilotare manualmente lo sbarco dirottando il “Lem”, deviando da una morte certa, in un luogo più consono alla discesa. Puoi immaginare le loro emozioni durante questa manovra? Che cosa si saranno detti quando nel viaggio di ritorno stavano per riabbracciare la terra? Sappiamo che Aldrin, quando allunò e scese dal Lem, la prima cosa che disse fu: “That magnificent desolation …” che magnifica desolazione … Quando tornò sulla terra la polvere lunare tramutata in cocaina, lo perseguitò per anni. Il suo sogno, immaginiamo partito dall’infanzia, si era trasformato in un incubo. La mancanza di attenzioni, rivolte soprattutto ad Armstrong, demolì la sua psiche tramutandolo in un alcolizzato cocainomane incapace di reagire per parecchi anni. Quanto dovrebbe essere forte e solido un uomo che ha attraversato lo spazio in un’epoca, il 1969, in cui la tecnologia era si in grado di portarlo lassù, ma comunque pionieristica, ed era tornato vivo? E invece, il crollo. Il nostro disco parte da questa vicenda per analizzare gli anfratti oscuri umani, rischiarati dalla volontà di salvare la propria esistenza e riconsegnarla, acciaccata, ma integra, alla meraviglia della rinascita … alla vita. Aldrin uscì dalla depressione, scrisse un’autobiografia di grande successo e ora è un uomo felice.

In questo disco entrano in gioco due nuovi elementi, mi riferisco ai produttori artistici Paolo Benvegnù e Michele Pazzaglia (vedi Hermann), qual è stato il valore aggiunto, se c’è stato, secondo te?

Paolo è un uomo del futuro. Si percepisce dalle sue movenze da antico pioniere. Ha un modo molto rinascimentale di comportarsi e di parlare, ma il rinascimento visto dall’umanesimo: futuro. Con gli Scisma era più avanti di qualsiasi altra formazione a quei tempi in Italia, ma si sa, questo non è un paese per avanguardisti: futuro. Quando siamo arrivati in studio, perché è nel tratto finale che ha apportato la sua visione ed esperienza, avevamo lavorato moltissimo a questo disco con Stefano Piro, al quale rinnovo la mia grande stima artistica e amicale, fraterna soprattutto. Devo dire che non ho mai visto un uomo combattere così strenuamente a corpo a corpo con un brano. Sembrava una lotta epica. Alessandro Sicardi ed io avevamo raggiunto un grado di soddisfazione abbastanza avanzato sulla pre-produzione, ma lui, Stefano, aveva qualcosa ancora da cercare, non era soddisfatto al 100% e quindi passava le notti a stanare la canzone. E aveva ragione lui. Arrivammo in studio con ancora le ferite aperte. Paolo Benvegnù, che fino allora si era visto e sentito poco, ha ricucito con una grazia speciale i lembi delle nostre battaglie. Ha risolto in maniera magistrale tutti i nostri dubbi e ci ha messo nella migliore condizione per registrare dal vivo in studio “Aldrin”. Michele Pazzaglia è stato il druido. Le ricette che gli consegnavamo erano realizzate in modo spettacolare. I suoni del disco sono quanto di migliore io abbia mai raggiunto. Il merito è di Michele Pazzaglia, braccio destro di Paolo anche nei suoi meravigliosi dischi: che coppia cazzo!

Dai primi ascolti, mi pare di poter dire che il disco suoni più come opera corale, mi spiego meglio. Ci sono meno improvvisazioni e meno assoli, c’è sempre la tua voce stupenda, ma ci sono anche più cori e maggiore ricerca melodica. Come mai questo parziale cambio di rotta?

Arm on Stage è evoluzione. Fratellanza umano/musicale. Navicella per il futuro. Un pass per il mondo. Un obiettivo raggiunto. Un punto d’arrivo artistico a prescindere da quello che succederà. Anche questa volta, come per la precedente, ci siamo dati appuntamento nel luogo che aveva creato la magia di “Sunglasses under all stars”: il passo del Sassello. Mio nonno aveva comprato questa piccola casa di montagna, in mezzo ad una riserva di caccia e noi lì abbiamo trovato, anche la seconda volta, il luogo ideale per ritirarci e lasciarci andare al meraviglioso gioco dello scambio in musica, che non ha niente a che vedere con i night! Non so se ci sia stato qualcosa di diverso e, se c’è stato, è successo in una seconda fase. I pezzi li abbiamo lasciati decantare per un anno prima di rimetterci le mani e partire con la pre-produzione che ci avrebbe portato a un grosso lavoro di analisi. Si, siamo stati più analitici questa volta. Abbiamo pensato di più alla forma canzone abbandonando il flusso prog di “Sunglasses”. Tutto il lavoro è pervaso da una maturità e da una voglia di perfezione, la perfezione a modo nostro, che nel primo disco si sente meno. Quando si tira in ballo il cervello, bisogna stare moooolto attenti. E’ un cavallo-drago imbizzarrito che ti proietta le sue caleidoscopiche visioni e noi ne avevamo quattro da far sedere al tavolo!

Gli Arm on Stage, in questa loro seconda uscita discografica, registrano una fuoriuscita dal 
gruppo, non è più della partita uno dei fondatori del gruppo, Claudio Domestico. Ritieni che gli Arm on Stage siano una band in grado di funzionare indipendentemente dagli elementi che la compongono o esistono punti cardine indispensabili?

Claudio ha partecipato alla fase creativa dell’album, la parte del Sassello. Lungo il disco ci sono anche le sue tracce in scrittura. Claudio (Gnut) è un musicista di un’intelligenza sopraffina e la sua dipartita dalla band è stato un duro colpo per tutti. Le dinamiche energetiche di gruppo si sono alterate. La sua scelta però, è stata abbracciata con amore da tutti e a un certo punto i restanti si sono guardati negli occhi e hanno scelto di continuare. Avevamo la sensazione di avere per le mani delle ottime canzoni. Arm on Stage ha reagito. Riguardo al fatto se Arm on Stage sia una band in grado di procedere anche senza i suoi restanti fondatori non saprei dirti. Credo di no, ma non ne sono certo. Arm on stage è un luogo aperto alla fantasia e alla creatività e, come tutti i luoghi, è visitato da energie diverse. Penso sia più includente che escludente. Chi vivrà vedrà.

Credi che “Aldrin” riesca con la sua sonorità molto accattivante aprirsi un varco oltre confine?

In questo disco, come ho già detto sopra, siamo stati più attenti a tutto: alla forma canzone innanzitutto, ai testi e anche alle pronunce. Abbiamo da poco firmato con una casa distributrice che lavora dall’Italia all’estero: AMS/BTF. Vogliamo portare il disco fuori dai confini, vogliamo giocare il campionato del mondo. Qualcuno, finalmente, ci ha iscritti al torneo. Ora sta a noi non arrivare ultimi ma … non credo.

Un’ultima domanda, quasi una provocazione, ma il vero Folco è quello dalla voce roca delle storie strampalate degli esordi, quello funky di MilanoBabilonia, quello jazzato e poetico di “Generi di conforto”, quello british di “Aldrin” o ancora dobbiamo vederlo nascere?

Il vero Folco non so neppur io chi sia però ho scoperto che è un buon modo per non rompersi i coglioni da solo. Ho capito che l’involucro e la mente che ci hanno fornito serve a correre, non a stare seduti, io mi voglio consumare di curiosità e come ha detto qualcuno: voglio che la morte mi trovi vivo.

Folco Orselli su Facebook: www.facebook.com/folco.orselli


venerdì, novembre 15, 2013

Intervista a Gianmaria Testa

di Fabio Antonelli

Il 14 ottobre è uscito “Men at work”, l’ultimo disco di Gianmaria Testa, in realtà un doppio cd live contenente 23 canzoni che percorrono una carriera ventennale e che racconta di una lunga tournée in Germania realizzata con musicisti straordinari e complici, il tutto accompagnato anche da un DVD che è la sintesi di un concerto registrato alle OGR di Torino, là dove una volta si riparavano le vaporiere. In questa lunga intervista si rivela un artista straordinario ma soprattutto una persona umilissima.



In questi giorni ho ascoltato e riascoltato all’infinito il tuo nuovo lavoro “Men at work” e devo dirti subito che m’è piaciuto davvero tanto.

Sei recidivo allora (ride).

Si, hai ragione sono recidivo e anche se poi in “Men at work”, di fatto, non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto già pubblicato precedentemente su disco, credo che ci sia più di un motivo per ascoltare questa tua nuova fatica con la massima attenzione, perché trovo questo disco estremamente sincero, sentito, suonato con grandissimo amore. Questo direi, in estrema sintesi, ciò che ho colto in questo doppio disco dal vivo. Allora vorrei chiederti subito come mai questa scelta di realizzare un disco dal vivo, dopo che avevi già pubblicato “Solo dal vivo”.

Si, dunque, il disco “Solo dal vivo” è nato in maniera davvero casuale, frutto del fatto che, alla fine di una tournée molto lunga, avevo quest’ultima data all’Auditorium a Roma, combinazione proprio il giorno dell’elezione di Alemanno a Sindaco di Roma. Me lo ricordo perché c’era nell’aria una specie di mestizia che mi è sembrata di cogliere a Roma, certamente l’avevo io e, in qualche misura, credo anche il pubblico. Siccome ero anche molto stanco, è venuto fuori un concerto, come dire, intenso. L’Auditorium, io non lo sapevo nemmeno, registra d’ufficio tutto quanto per archivio. Così è stato, la registrazione m’è stata poi inviata e subito, all’ascolto, c’è sembrato che nella registrazione fosse rimasta un po’ di quell’emozione, di quel che era successo quella sera e quindi abbiamo deciso di pubblicarla. Questo nuovo disco, invece, è stato voluto per diverse ragioni. La prima è che volevo rimanesse traccia di questo quartetto, con cui suoniamo insieme da parecchio tempo e, devo dire, non è orami solo un suonare insieme, ma è anche un legame diverso. L’occasione è stata questa tournée lunga in Germania, Austria e Lussemburgo, con la possibilità anche di registrarla. L’altra ragione è che i primi dischi, dopo alcune riedizioni, non ci sono più e quindi molte canzoni hanno perso la loro casa naturale. E’ vero che in rete c’è tutto però, insomma … ad alcune di queste canzoni abbiamo voluto ridare una casa, che è poi questo doppio disco.

Ma anche una nuova veste.

Questo inevitabilmente, però devo anche dirti che siamo talmente complici io, Giancarlo Bianchetti, Philippe Garcia e Nicola Negrini, che non faccio mai neanche una scaletta prima del concerto, mi limito a dire loro quale sarà il primo pezzo e poi si va. Loro poi sanno come comportarsi, secondo quel che dico o di quale chitarra prendo in mane, se non lo capiscono, gli dico io “Guarda Giancarlo che il prossimo pezzo devi suonarlo con la classica”. Tutto questo è una grande fortuna. L’unica cosa difficile di questo disco, è stato scegliere quale versione dei brani mettere, dato che c’è sempre un ampio spazio di libertà per ognuno anche nell’improvvisare, alla fine ci siamo trovati con magari tre o quattro versioni veramente belle di ogni pezzo. Alla fine c’era da sceglierne una e l'abbiamo fatto, ma con un certo rammarico per le altre.

Hai parlato anche di scelte di chitarre. In questo disco, com’era già successo per “Vitamia”, sono comparse le chitarre elettriche, che non erano mai state un tuo segno distintivo.

No, è vero è vero.

Come mai questa mutazione, per altro quasi necessaria in alcuni brani, dei quali magari parleremo in seguito?

Ma, guarda era cominciata già con “Da questa parte del mare”, in cui Bill Frisell aveva fatto degli interventi di chitarra elettrica. Come ho sempre detto, io non sono specialista di niente, di nessun genere musicale, semplicemente utilizzo i vari colori possibili nella musica, quindi secondo il tema che una canzone tratta scelgo, ad esempio se si tratta di una bossa nova certo non uso una chitarra elettrica, se è una habanera nemmeno, ma se parlo di persone che hanno perso il lavoro magari si e va bene proprio quel suono lancinante, perfino fastidioso per certi versi …

Ti riferisci a “Cordiali saluti”?

Si, per esempio in “Cordiali saluti” credo che Giancarlo abbia interpretato la canzone veramente bene, a suo modo l’ha ricantata, cogliendo perfettamente l’idea del testo, non sono certo io a dirgli quale tipo di distorsione usare, che cosa fare in quel pezzo, però credo che sia giusto. Certamente io non sono un rocker, su questo non ci sono dubbi, però certi colori a volte sono indispensabili per sottolineare la tensione che c’è in un testo.

Quando dicevo dell’uso quasi necessario delle chitarre elettriche per alcuni brani, mi riferivo appunto a quelle riguardanti il tema del lavoro, per altro presente anche nel titolo del disco.

Quella è proprio la ragione del titolo.

Foto di Nadia Cadeddu


Che poi forse più che il lavoro è l’assenza del lavoro, no?

Nelle canzoni si, ma nel titolo c’è più una ragione direi metafisica, rimango convinto che è inutile aspettarsi una qualche salvezza da un singolo o magari da un’elite di persone. Io penso che usciremo da questa crisi, che non è soltanto economica ma strutturale dell’occidente, solo in modo collettivo, con il lavoro di tutti sia dei mens sia delle donne.

Colgo l’occasione per dirti che, in questo disco, ho apprezzato molto una canzone che invece in “Vitamia” avevo capito poco. Mi riferisco a “Aquadub”, che qui è posta all’interno di un trittico sul tema del lavoro, insieme a “Cordiali saluti” e “Non scendo”, un trittico posto nel cuore del primo disco. Direi che finalmente ne ho colto a pieno il senso.

Quel “trittico” è come una microstoria. Un uomo è licenziato, quell’uomo non solo perde il lavoro ma perde anche il suo quotidiano, la sua ragione sociale. C’è dunque il tempo della protesta, il salire sui tetti di una fabbrica, ma ci sono anche i suoi sogni. Ogni persona che perde il lavoro perde il diritto alla vita. Tu t’immagini uno di cinquanta anni che è licenziato? Non riesce più a trovare un altro lavoro. Quando dicono esodati, questa parola un po’ esotica, in realtà parlano di persone che sono espulse dal consesso sociale, però quelle persone sono come noi, come te, come me, hanno una vita, i loro sogni, sono stati a visitare un acquario … tutto questo è improvvisamente cancellato. Quindi, prima di salire sul tetto di una fabbrica, quell’uomo pensa a quel che gli è successo.

Parlando di assenze, all’inizio del secondo disco, citi due personaggi che forse più di altri ti mancano in questo difficile situazione sociale, uno è Pier Paolo Pasolini, l’altro Fabrizio De André, del quale qui proponi una splendida versione di “Hotel  Supramonte”. Perché proprio loro?

Mah, avrei potuto citarne molti altri … Mi manca di Pasolini quel che ho detto nel disco, mi manca la sua preveggenza. Io sono stato, negli anni  ’70, uno di quelli che contestava Pasolini quando disse che, nei cortei studenteschi, lui stava dalla parte dei poliziotti. Io ero uno studente ma non ero un privilegiato, ero figlio di contadini, però era vero che, al liceo dove andavo io, il 90 % delle persone era figlio di farmacisti, medici … era ancora così in quegli anni, quindi questa è una cosa che ho capito solo dopo. Per esempio penso a quel che Pasolini disse sulla televisione in tempi, assolutamente non sospetti, parlando di vero fascismo della televisione. Mi manca un vero intellettuale come lui, che sappia raccontarmi anche il presente. Adesso un intellettuale così non lo trovo, lo cerco ma non lo trovo, oppure non lo capisco, può darsi che ci sia ma non lo capisco. Di De André, invece, forse ancor più della sua eredità artistica, mi manca la grande dignità con cui ha sempre professato il suo mestiere di cantautore. De André non è mai sceso sotto la soglia della dignità e ho sempre avuto l’impressione che scrivesse canzoni quando avesse realmente qualcosa da dire e non quando magari scadeva un contratto discografico. Ho scelto quella canzone, che mi piace moltissimo, che lui ha scritto con Bubola, perché rappresenta molto bene questa idea di dignità, nel senso che è stata scritta appena dopo la parentesi, molto complicata, anche molto triste, del rapimento suo e di Dori Ghezzi. Di questi cinque mesi passati nel Supramonte sardo, in quella canzone c’è soltanto il resoconto di quella fatica, neanche per un attimo c’è una, magari anche solo velata, verbale vendetta verso qualcuno, un’acrimonia e tutto questo l’ho trovato molto dignitoso. Questa è la ragione, oltre al fatto che mi piace, dell’averla cantata.

Riguardo alla scaletta che hai voluto dare a questo doppio live, nel primo disco cominci con “Le traiettorie delle mongolfiere” e “Nuovo”, due brani non dico allegri ma il primo almeno spensierato e poetico e il secondo sereno nel suo guardare al futuro, per concludere con “La giostra”. Può considerarsi una dimensione circolare che si chiude?

Mah, “Le traiettorie delle mongolfiere” e “Nuovo” sono due inizi per me, perché “Le traiettorie delle mongolfiere” è l’inizio del primo disco “Montgolfières” ed è anche una delle primissime canzoni che abbia mai registrato in vita mia, nel 1995. Adesso non ricordo bene se sia stata la prima, la seconda o la terza …

Canzone registrata per altro in Francia.

Si, con la Label Blue. Mentre “Nuovo” è il primo brano di “Vitamia”, quindi ho disegnato una specie di arco mio molto individuale e che non pretendo che nessuno capisca. Il disco si chiude con “La giostra” ma c’è una cosa che mi fa persino specie dirla, perché è davvero molto privata, ma uno dei problemi attuali molto grossi, delle colpe più evidenti di chi ha gestito il potere in questi vent’anni, è l’espropriazione dell’idea di futuro per i giovani. Io mi ricordo che, quando avevo vent’anni io, avevo un’idea del futuro come certamente migliore del presente e per questo, a modo mio, insieme con molti altri, combattevo. Poi tutto questo sappiamo che non s’è realizzato, ma il fatto stesso di poter immaginare un futuro migliore del presente che stai vivendo, ti permette di vivere meglio il presente, i ragazzi di adesso invece fanno fatica a immaginare un futuro, perché vivono una precarietà totale e questa è una delle grandi colpe che attribuisco ai potenti di turno. Chi ha figli come me, però, è per certi versi obbligato a immaginare un futuro, perché se lo vede davanti ogni giorno ed è obbligato a vederlo con una certa dose di ottimismo, per forza, come possibile, come vivibile. In fondo quello è il regalo che i bambini fanno a una generazione che, tutto sommato, più di altre ha tradito le generazioni future, perché io appartengo alla generazione che adesso comanda e che si sta mangiando anche il futuro dei propri figli.

Un altro aspetto che volevo sottolineare è questo, se nel primo disco il tema un po’ dominante, il cuore del disco è il lavoro, nel secondo il corpo centrale tratta il tema delle grandi migrazioni di questo tempo, penso a “Seminatori di grano”, “Ritals”, è così?

Si, hai ragione ci sono due cuori in questo disco, il primo è quello del lavoro, che è un tema centrale e l’ho messo lì davanti perché guarda, il disco “Da questa parte del mare” che ho scritto tutto sul tema delle migrazioni contemporanee è del 2006 ed io speravo che fosse un disco che rappresentava il passato recente e, un presente, ma che non avrebbe rappresentato un futuro, invece è sempre più presente. Forse ora ce ne accorgiamo di più tutti perché è successa una catastrofe immane, poiché le tragedie purtroppo sui media si misurano sulla quantità, ma questa qui invece è una tragedia sulla quotidianità, perché tutti i giorni succede e quindi l’ho messo lì, come cuore del secondo disco. Io penso sinceramente che, chiunque abbia con il tempo acquisito un diritto a un’audience o abbia chi gli pubblica le cose o abbia un microfono per parlare, abbia anche il dovere etico di non chiudere gli occhi davanti a quel che succede e, io, nel mio piccolissimo, cerco di farlo.

Restiamo ancora un attimo sulla scaletta del disco, il tutto si chiude, con un secondo bis “La ca sla colin-a”, un brano in dialetto, anzi penso sia il tuo unico brano scritto in dialetto, come mai proprio questo finale?

Si è l’unico pezzo da me scritto in dialetto. L’ho voluto cantare perché anche quello è un brano tuttora valido, l’ho scritto moltissimo tempo fa, forse non avevo neanche diciotto anni e l’avevo scritto in piemontese solo perché tutto il dialogo che l’ha generata è avvenuto in piemontese. Un dialogo tra questa donna, figlia di un muratore che non aveva mai posseduto in tutta la sua vita, una casa e il sottoscritto, alla Festa dell’Assunta nel paese dove sono nato. Lei, non so perché, l’ha detto a me che ero un ragazzo, forse perché era mancato da poco suo padre. Mi ha fatto vedere questa casa sulla collina e mi ha detto “Guarda com’è bella, l’ha fatta mio padre”. Non era completamente vero, perché suo padre faceva il manovale, quindi non è che l’avesse fatta lui, lui ci aveva lavorato. Poi però mi ha detto “Quando è morto, non siamo riusciti a pulirgli bene le unghie dalla calce che aveva sotto, però non ha mai posseduto una casa sua in tutta la sua vita”, poi mi ha detto “pensi che sia giusto?” ed io le ho detto “No, Maria, penso che non sia giusto” e allora ho scritto questa canzone.  Questa realtà è più che mai valida adesso, perché la forbice tra chi ha e chi non ha, si allarga ogni giorno di più. Mi pare che in Italia il 10% della popolazione possegga quasi il 70% dei beni italiani, quindi questa forbice è tornata a essere a livelli medioevali, c’è il vassallo, qualche valvassore, qualche valvassino ma soprattutto una bella quota di servi della gleba.

Foto di Marco Caselli Nirmal


Mi trovi, purtroppo, d’accordo. Volevo chiederti un’ultima cosa. Tu sei partito, musicalmente parlando, dalla Francia o per lo meno ha registrato il tuo primo disco in Francia e, curiosamente, anche questo tuo ultimo disco è stato registrato interamente all’estero, è solo una casualità o nasce dalla mancanza, in Italia, di attenzione verso la tua musica o, più in generale, verso la canzone d’autore?

No, dunque, il fatto di aver cominciato in Francia è stato in parte casuale, nel senso che dopo che avevo partecipato al Festival di Recanati, vincendo le edizioni del ‘93 e ’94, c’era stato qualche blandissimo interessamento in Italia, di quelle che una volta erano le major, che adesso insomma hanno ormai poco da dire. Questo interessamento prevedeva però che io diventassi qualcos’altro, per diventare in qualche modo appetibile e quindi diventare in qualche misura un prodotto interessante. Erano ancora anni in cui si poteva fare questo, ma a me non interessava, io avevo un lavoro e non avevo intenzione di modificare alcunché, non per presunzione, ma semplicemente perché penso che se io tolgo dalla mia musica, dalle mie canzoni, la parola “libertà”, ho tolto tutto. Non sono Mozart. Se togli le mie canzoni dalla musica mondiale, non cambia nulla, tutto va avanti uguale, invece se togli Mozart, allora tutta la musica successiva è diversa. Non mi andava di fare alcun tipo di cambiamento. La prima proposta seria che ho ricevuto è stata dalla Francia ed è stato abbastanza casuale. Poi bisogna dire che la Francia, o meglio Parigi, proietta molto più lontano di Roma o Milano, perché l’area francofona del mondo è molto più vasta, mentre l’area italofona è in Italia e basta. L’area francofona è molto grande e se riesci a suonare all’Olympia di Parigi, vorrà dire che poi riuscirai a suonare anche a Bruxelles, Ginevra e quindi poi anche ad Amsterdam, Vienna, Berlino e anche a Montreal, quindi poi anche a New York e Los Angeles. Questa è stata si abbastanza una conseguenza casuale. Invece, registrare questo disco all’estero, è stato totalmente casuale. C’è stata una lunga tournée in Germania e la fortuna che il fonico, che ci segue nella mitteleuropa, viene sempre lui a seguirci in quei paesi e, è attrezzato con uno studio mobile, quindi l’unica ragione è stata solamente questa.

Non è stata quindi né una scelta voluta, né una mancanza di attenzione dell’Italia verso la tua opera.

No, guarda, potendo scegliere, preferisco cantare di gran lunga in Italia che altrove, anche perché non devo spiegare un bel niente in Italia, le canzoni si spiegano da sé. Se canto in Olanda o in Germania o a New York, qualcosa invece devo dire, almeno per far entrare le persone nel mood di una canzone, anche perché io non ho mai avuto e non ho neanche adesso un pubblico di italo - tedeschi, italo - olandesi, italo - americani ecc. Sono, nella stragrande maggioranza, ascoltatori autoctoni, persone che parlano altre lingue, infatti, qualche mio amico mi dice “ma forse vengono perché non capiscono quello che canti”. Non lo so, potrebbe essere anche un’idea (ride). Nel disco le abbiamo tagliate, però nei lives c’erano le traduzioni di una persona. Ovunque io vada purtroppo, non parlando neanche l’inglese, parlo solo francese come lingua straniera ...

E neanche il tedesco, come s’intuisce dal disco …

(ride) si neanche il tedesco, chiedo sempre se c’è tra il pubblico qualcuno che sia bilingue e, quasi sempre, succede che qualcuno sale sul palco e traduce le cose che racconto tra una canzone e l’altra.

Ho capito, se sei d’accordo, direi che potremmo chiudere qui l’intervista, che dici?

Si si, anche perché altrimenti c’è da scrivere un libro addirittura (ride), grazie e alla prossima allora.

Foto di Paola Farinetti


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