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venerdì, novembre 15, 2013

Intervista a Gianmaria Testa

di Fabio Antonelli

Il 14 ottobre è uscito “Men at work”, l’ultimo disco di Gianmaria Testa, in realtà un doppio cd live contenente 23 canzoni che percorrono una carriera ventennale e che racconta di una lunga tournée in Germania realizzata con musicisti straordinari e complici, il tutto accompagnato anche da un DVD che è la sintesi di un concerto registrato alle OGR di Torino, là dove una volta si riparavano le vaporiere. In questa lunga intervista si rivela un artista straordinario ma soprattutto una persona umilissima.



In questi giorni ho ascoltato e riascoltato all’infinito il tuo nuovo lavoro “Men at work” e devo dirti subito che m’è piaciuto davvero tanto.

Sei recidivo allora (ride).

Si, hai ragione sono recidivo e anche se poi in “Men at work”, di fatto, non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto già pubblicato precedentemente su disco, credo che ci sia più di un motivo per ascoltare questa tua nuova fatica con la massima attenzione, perché trovo questo disco estremamente sincero, sentito, suonato con grandissimo amore. Questo direi, in estrema sintesi, ciò che ho colto in questo doppio disco dal vivo. Allora vorrei chiederti subito come mai questa scelta di realizzare un disco dal vivo, dopo che avevi già pubblicato “Solo dal vivo”.

Si, dunque, il disco “Solo dal vivo” è nato in maniera davvero casuale, frutto del fatto che, alla fine di una tournée molto lunga, avevo quest’ultima data all’Auditorium a Roma, combinazione proprio il giorno dell’elezione di Alemanno a Sindaco di Roma. Me lo ricordo perché c’era nell’aria una specie di mestizia che mi è sembrata di cogliere a Roma, certamente l’avevo io e, in qualche misura, credo anche il pubblico. Siccome ero anche molto stanco, è venuto fuori un concerto, come dire, intenso. L’Auditorium, io non lo sapevo nemmeno, registra d’ufficio tutto quanto per archivio. Così è stato, la registrazione m’è stata poi inviata e subito, all’ascolto, c’è sembrato che nella registrazione fosse rimasta un po’ di quell’emozione, di quel che era successo quella sera e quindi abbiamo deciso di pubblicarla. Questo nuovo disco, invece, è stato voluto per diverse ragioni. La prima è che volevo rimanesse traccia di questo quartetto, con cui suoniamo insieme da parecchio tempo e, devo dire, non è orami solo un suonare insieme, ma è anche un legame diverso. L’occasione è stata questa tournée lunga in Germania, Austria e Lussemburgo, con la possibilità anche di registrarla. L’altra ragione è che i primi dischi, dopo alcune riedizioni, non ci sono più e quindi molte canzoni hanno perso la loro casa naturale. E’ vero che in rete c’è tutto però, insomma … ad alcune di queste canzoni abbiamo voluto ridare una casa, che è poi questo doppio disco.

Ma anche una nuova veste.

Questo inevitabilmente, però devo anche dirti che siamo talmente complici io, Giancarlo Bianchetti, Philippe Garcia e Nicola Negrini, che non faccio mai neanche una scaletta prima del concerto, mi limito a dire loro quale sarà il primo pezzo e poi si va. Loro poi sanno come comportarsi, secondo quel che dico o di quale chitarra prendo in mane, se non lo capiscono, gli dico io “Guarda Giancarlo che il prossimo pezzo devi suonarlo con la classica”. Tutto questo è una grande fortuna. L’unica cosa difficile di questo disco, è stato scegliere quale versione dei brani mettere, dato che c’è sempre un ampio spazio di libertà per ognuno anche nell’improvvisare, alla fine ci siamo trovati con magari tre o quattro versioni veramente belle di ogni pezzo. Alla fine c’era da sceglierne una e l'abbiamo fatto, ma con un certo rammarico per le altre.

Hai parlato anche di scelte di chitarre. In questo disco, com’era già successo per “Vitamia”, sono comparse le chitarre elettriche, che non erano mai state un tuo segno distintivo.

No, è vero è vero.

Come mai questa mutazione, per altro quasi necessaria in alcuni brani, dei quali magari parleremo in seguito?

Ma, guarda era cominciata già con “Da questa parte del mare”, in cui Bill Frisell aveva fatto degli interventi di chitarra elettrica. Come ho sempre detto, io non sono specialista di niente, di nessun genere musicale, semplicemente utilizzo i vari colori possibili nella musica, quindi secondo il tema che una canzone tratta scelgo, ad esempio se si tratta di una bossa nova certo non uso una chitarra elettrica, se è una habanera nemmeno, ma se parlo di persone che hanno perso il lavoro magari si e va bene proprio quel suono lancinante, perfino fastidioso per certi versi …

Ti riferisci a “Cordiali saluti”?

Si, per esempio in “Cordiali saluti” credo che Giancarlo abbia interpretato la canzone veramente bene, a suo modo l’ha ricantata, cogliendo perfettamente l’idea del testo, non sono certo io a dirgli quale tipo di distorsione usare, che cosa fare in quel pezzo, però credo che sia giusto. Certamente io non sono un rocker, su questo non ci sono dubbi, però certi colori a volte sono indispensabili per sottolineare la tensione che c’è in un testo.

Quando dicevo dell’uso quasi necessario delle chitarre elettriche per alcuni brani, mi riferivo appunto a quelle riguardanti il tema del lavoro, per altro presente anche nel titolo del disco.

Quella è proprio la ragione del titolo.

Foto di Nadia Cadeddu


Che poi forse più che il lavoro è l’assenza del lavoro, no?

Nelle canzoni si, ma nel titolo c’è più una ragione direi metafisica, rimango convinto che è inutile aspettarsi una qualche salvezza da un singolo o magari da un’elite di persone. Io penso che usciremo da questa crisi, che non è soltanto economica ma strutturale dell’occidente, solo in modo collettivo, con il lavoro di tutti sia dei mens sia delle donne.

Colgo l’occasione per dirti che, in questo disco, ho apprezzato molto una canzone che invece in “Vitamia” avevo capito poco. Mi riferisco a “Aquadub”, che qui è posta all’interno di un trittico sul tema del lavoro, insieme a “Cordiali saluti” e “Non scendo”, un trittico posto nel cuore del primo disco. Direi che finalmente ne ho colto a pieno il senso.

Quel “trittico” è come una microstoria. Un uomo è licenziato, quell’uomo non solo perde il lavoro ma perde anche il suo quotidiano, la sua ragione sociale. C’è dunque il tempo della protesta, il salire sui tetti di una fabbrica, ma ci sono anche i suoi sogni. Ogni persona che perde il lavoro perde il diritto alla vita. Tu t’immagini uno di cinquanta anni che è licenziato? Non riesce più a trovare un altro lavoro. Quando dicono esodati, questa parola un po’ esotica, in realtà parlano di persone che sono espulse dal consesso sociale, però quelle persone sono come noi, come te, come me, hanno una vita, i loro sogni, sono stati a visitare un acquario … tutto questo è improvvisamente cancellato. Quindi, prima di salire sul tetto di una fabbrica, quell’uomo pensa a quel che gli è successo.

Parlando di assenze, all’inizio del secondo disco, citi due personaggi che forse più di altri ti mancano in questo difficile situazione sociale, uno è Pier Paolo Pasolini, l’altro Fabrizio De André, del quale qui proponi una splendida versione di “Hotel  Supramonte”. Perché proprio loro?

Mah, avrei potuto citarne molti altri … Mi manca di Pasolini quel che ho detto nel disco, mi manca la sua preveggenza. Io sono stato, negli anni  ’70, uno di quelli che contestava Pasolini quando disse che, nei cortei studenteschi, lui stava dalla parte dei poliziotti. Io ero uno studente ma non ero un privilegiato, ero figlio di contadini, però era vero che, al liceo dove andavo io, il 90 % delle persone era figlio di farmacisti, medici … era ancora così in quegli anni, quindi questa è una cosa che ho capito solo dopo. Per esempio penso a quel che Pasolini disse sulla televisione in tempi, assolutamente non sospetti, parlando di vero fascismo della televisione. Mi manca un vero intellettuale come lui, che sappia raccontarmi anche il presente. Adesso un intellettuale così non lo trovo, lo cerco ma non lo trovo, oppure non lo capisco, può darsi che ci sia ma non lo capisco. Di De André, invece, forse ancor più della sua eredità artistica, mi manca la grande dignità con cui ha sempre professato il suo mestiere di cantautore. De André non è mai sceso sotto la soglia della dignità e ho sempre avuto l’impressione che scrivesse canzoni quando avesse realmente qualcosa da dire e non quando magari scadeva un contratto discografico. Ho scelto quella canzone, che mi piace moltissimo, che lui ha scritto con Bubola, perché rappresenta molto bene questa idea di dignità, nel senso che è stata scritta appena dopo la parentesi, molto complicata, anche molto triste, del rapimento suo e di Dori Ghezzi. Di questi cinque mesi passati nel Supramonte sardo, in quella canzone c’è soltanto il resoconto di quella fatica, neanche per un attimo c’è una, magari anche solo velata, verbale vendetta verso qualcuno, un’acrimonia e tutto questo l’ho trovato molto dignitoso. Questa è la ragione, oltre al fatto che mi piace, dell’averla cantata.

Riguardo alla scaletta che hai voluto dare a questo doppio live, nel primo disco cominci con “Le traiettorie delle mongolfiere” e “Nuovo”, due brani non dico allegri ma il primo almeno spensierato e poetico e il secondo sereno nel suo guardare al futuro, per concludere con “La giostra”. Può considerarsi una dimensione circolare che si chiude?

Mah, “Le traiettorie delle mongolfiere” e “Nuovo” sono due inizi per me, perché “Le traiettorie delle mongolfiere” è l’inizio del primo disco “Montgolfières” ed è anche una delle primissime canzoni che abbia mai registrato in vita mia, nel 1995. Adesso non ricordo bene se sia stata la prima, la seconda o la terza …

Canzone registrata per altro in Francia.

Si, con la Label Blue. Mentre “Nuovo” è il primo brano di “Vitamia”, quindi ho disegnato una specie di arco mio molto individuale e che non pretendo che nessuno capisca. Il disco si chiude con “La giostra” ma c’è una cosa che mi fa persino specie dirla, perché è davvero molto privata, ma uno dei problemi attuali molto grossi, delle colpe più evidenti di chi ha gestito il potere in questi vent’anni, è l’espropriazione dell’idea di futuro per i giovani. Io mi ricordo che, quando avevo vent’anni io, avevo un’idea del futuro come certamente migliore del presente e per questo, a modo mio, insieme con molti altri, combattevo. Poi tutto questo sappiamo che non s’è realizzato, ma il fatto stesso di poter immaginare un futuro migliore del presente che stai vivendo, ti permette di vivere meglio il presente, i ragazzi di adesso invece fanno fatica a immaginare un futuro, perché vivono una precarietà totale e questa è una delle grandi colpe che attribuisco ai potenti di turno. Chi ha figli come me, però, è per certi versi obbligato a immaginare un futuro, perché se lo vede davanti ogni giorno ed è obbligato a vederlo con una certa dose di ottimismo, per forza, come possibile, come vivibile. In fondo quello è il regalo che i bambini fanno a una generazione che, tutto sommato, più di altre ha tradito le generazioni future, perché io appartengo alla generazione che adesso comanda e che si sta mangiando anche il futuro dei propri figli.

Un altro aspetto che volevo sottolineare è questo, se nel primo disco il tema un po’ dominante, il cuore del disco è il lavoro, nel secondo il corpo centrale tratta il tema delle grandi migrazioni di questo tempo, penso a “Seminatori di grano”, “Ritals”, è così?

Si, hai ragione ci sono due cuori in questo disco, il primo è quello del lavoro, che è un tema centrale e l’ho messo lì davanti perché guarda, il disco “Da questa parte del mare” che ho scritto tutto sul tema delle migrazioni contemporanee è del 2006 ed io speravo che fosse un disco che rappresentava il passato recente e, un presente, ma che non avrebbe rappresentato un futuro, invece è sempre più presente. Forse ora ce ne accorgiamo di più tutti perché è successa una catastrofe immane, poiché le tragedie purtroppo sui media si misurano sulla quantità, ma questa qui invece è una tragedia sulla quotidianità, perché tutti i giorni succede e quindi l’ho messo lì, come cuore del secondo disco. Io penso sinceramente che, chiunque abbia con il tempo acquisito un diritto a un’audience o abbia chi gli pubblica le cose o abbia un microfono per parlare, abbia anche il dovere etico di non chiudere gli occhi davanti a quel che succede e, io, nel mio piccolissimo, cerco di farlo.

Restiamo ancora un attimo sulla scaletta del disco, il tutto si chiude, con un secondo bis “La ca sla colin-a”, un brano in dialetto, anzi penso sia il tuo unico brano scritto in dialetto, come mai proprio questo finale?

Si è l’unico pezzo da me scritto in dialetto. L’ho voluto cantare perché anche quello è un brano tuttora valido, l’ho scritto moltissimo tempo fa, forse non avevo neanche diciotto anni e l’avevo scritto in piemontese solo perché tutto il dialogo che l’ha generata è avvenuto in piemontese. Un dialogo tra questa donna, figlia di un muratore che non aveva mai posseduto in tutta la sua vita, una casa e il sottoscritto, alla Festa dell’Assunta nel paese dove sono nato. Lei, non so perché, l’ha detto a me che ero un ragazzo, forse perché era mancato da poco suo padre. Mi ha fatto vedere questa casa sulla collina e mi ha detto “Guarda com’è bella, l’ha fatta mio padre”. Non era completamente vero, perché suo padre faceva il manovale, quindi non è che l’avesse fatta lui, lui ci aveva lavorato. Poi però mi ha detto “Quando è morto, non siamo riusciti a pulirgli bene le unghie dalla calce che aveva sotto, però non ha mai posseduto una casa sua in tutta la sua vita”, poi mi ha detto “pensi che sia giusto?” ed io le ho detto “No, Maria, penso che non sia giusto” e allora ho scritto questa canzone.  Questa realtà è più che mai valida adesso, perché la forbice tra chi ha e chi non ha, si allarga ogni giorno di più. Mi pare che in Italia il 10% della popolazione possegga quasi il 70% dei beni italiani, quindi questa forbice è tornata a essere a livelli medioevali, c’è il vassallo, qualche valvassore, qualche valvassino ma soprattutto una bella quota di servi della gleba.

Foto di Marco Caselli Nirmal


Mi trovi, purtroppo, d’accordo. Volevo chiederti un’ultima cosa. Tu sei partito, musicalmente parlando, dalla Francia o per lo meno ha registrato il tuo primo disco in Francia e, curiosamente, anche questo tuo ultimo disco è stato registrato interamente all’estero, è solo una casualità o nasce dalla mancanza, in Italia, di attenzione verso la tua musica o, più in generale, verso la canzone d’autore?

No, dunque, il fatto di aver cominciato in Francia è stato in parte casuale, nel senso che dopo che avevo partecipato al Festival di Recanati, vincendo le edizioni del ‘93 e ’94, c’era stato qualche blandissimo interessamento in Italia, di quelle che una volta erano le major, che adesso insomma hanno ormai poco da dire. Questo interessamento prevedeva però che io diventassi qualcos’altro, per diventare in qualche modo appetibile e quindi diventare in qualche misura un prodotto interessante. Erano ancora anni in cui si poteva fare questo, ma a me non interessava, io avevo un lavoro e non avevo intenzione di modificare alcunché, non per presunzione, ma semplicemente perché penso che se io tolgo dalla mia musica, dalle mie canzoni, la parola “libertà”, ho tolto tutto. Non sono Mozart. Se togli le mie canzoni dalla musica mondiale, non cambia nulla, tutto va avanti uguale, invece se togli Mozart, allora tutta la musica successiva è diversa. Non mi andava di fare alcun tipo di cambiamento. La prima proposta seria che ho ricevuto è stata dalla Francia ed è stato abbastanza casuale. Poi bisogna dire che la Francia, o meglio Parigi, proietta molto più lontano di Roma o Milano, perché l’area francofona del mondo è molto più vasta, mentre l’area italofona è in Italia e basta. L’area francofona è molto grande e se riesci a suonare all’Olympia di Parigi, vorrà dire che poi riuscirai a suonare anche a Bruxelles, Ginevra e quindi poi anche ad Amsterdam, Vienna, Berlino e anche a Montreal, quindi poi anche a New York e Los Angeles. Questa è stata si abbastanza una conseguenza casuale. Invece, registrare questo disco all’estero, è stato totalmente casuale. C’è stata una lunga tournée in Germania e la fortuna che il fonico, che ci segue nella mitteleuropa, viene sempre lui a seguirci in quei paesi e, è attrezzato con uno studio mobile, quindi l’unica ragione è stata solamente questa.

Non è stata quindi né una scelta voluta, né una mancanza di attenzione dell’Italia verso la tua opera.

No, guarda, potendo scegliere, preferisco cantare di gran lunga in Italia che altrove, anche perché non devo spiegare un bel niente in Italia, le canzoni si spiegano da sé. Se canto in Olanda o in Germania o a New York, qualcosa invece devo dire, almeno per far entrare le persone nel mood di una canzone, anche perché io non ho mai avuto e non ho neanche adesso un pubblico di italo - tedeschi, italo - olandesi, italo - americani ecc. Sono, nella stragrande maggioranza, ascoltatori autoctoni, persone che parlano altre lingue, infatti, qualche mio amico mi dice “ma forse vengono perché non capiscono quello che canti”. Non lo so, potrebbe essere anche un’idea (ride). Nel disco le abbiamo tagliate, però nei lives c’erano le traduzioni di una persona. Ovunque io vada purtroppo, non parlando neanche l’inglese, parlo solo francese come lingua straniera ...

E neanche il tedesco, come s’intuisce dal disco …

(ride) si neanche il tedesco, chiedo sempre se c’è tra il pubblico qualcuno che sia bilingue e, quasi sempre, succede che qualcuno sale sul palco e traduce le cose che racconto tra una canzone e l’altra.

Ho capito, se sei d’accordo, direi che potremmo chiudere qui l’intervista, che dici?

Si si, anche perché altrimenti c’è da scrivere un libro addirittura (ride), grazie e alla prossima allora.

Foto di Paola Farinetti


Sito ufficiale di Gianmaria Testa: http://www.gianmariatesta.com/

Pagina ufficiale di Gianmaria Testa su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Gianmaria-Testa/32076592660

venerdì, dicembre 16, 2011

Recensione del live di Gianmaria Testa a Milano

Gianmaria Testa in concerto a Milano, poesia piena di umanità





di Fabio Antonelli

Artista
Gianmaria Testa

Luogo
Teatro Dal Verme - Milano

Data
13.12.2011


Martedì 13 dicembre, Gianmaria Testa, l'ex ferroviere di Cuneo che scrive e canta poesia, ha fatto tappa a Milano con il suo tour di presentazione del nuovo album "Vitamia", per la precisione l'ha fatto nella bella cornice del Teatro Dal Verme, ultima di una serie di date italiane e giusto prima di tornare all'estero in Austria, Germania, Svizzera, Francia, paesi che hanno ormai imparato ad amarlo più di noi italiani, forse troppo presi dalle manovre o meglio dalle tasse del nuovo governo, giacché il teatro era pieno per metà ed è stato davvero un peccato perché di concerti così non se ne vedono tutti i giorni.

Prima di tutto perché Testa è sicuramente uno dei punti cardini dell'attuale canzone d'autore italiana, sebbene sia giunto alla pubblicazione del suo primo disco "Montgolfières" (per altro pubblicato con l'etichetta francese Label Blue) solo all'età di trentasette anni, ha saputo poi recuperare il tempo "perduto" pubblicando una serie di dischi notevoli, fino alla vittoria nel 2007 della Targa Tenco come "Migliore album in assoluto dell'anno" con l'album "Da questa parte del mare", bellissimo "concept" sul tema attualissimo dell'emigrazione.

Secondo validissimo motivo è che per l'occasione era accompagnato da un quintetto d'eccezione, quei musicisti che lo accompagnano ormai da tempo e con il quale ha un affiatamento meraviglioso, una vera delizia vederli all'opera sia in veste totalmente acustica sia in quella più elettrica, nuove sonorità piano piano introdotte da Testa nel suo ultimissimo lavoro.

Devo ammettere che vederlo suonare una fender stratocaster mi ha fatto un certo effetto e personalmente continuo a preferirlo nella veste più minimalista, anche la più estrema, proprio come quando solo voce e chitarra ha voluto dedicare una toccante "Ritals" al campo rom appena incendiato Torino, dopo aver prima spiegato che il termine "rital", insegnatogli dallo scomparso amico scrittore Jean-Claude Izzo, marsigliese ma di padre salernitano, ha un po' la stessa valenza dispregiativa del nostro "terrone" e sta a indicare quei francesi di origine italiana che neppure dopo anni di vita in Francia, riuscivano ancora a pronunciare correttamente la "r" francese.


E' però, evidentemente, solo una questione di gusti e non certo di qualità, sebbene Testa, nel presentare la canzone "Cordiali saluti", un funky che è una lettera di licenziamento ispirata all'omonimo libro di Andrea Bajani, romanzo in cui il protagonista vive giornate lavorative a scrivere lettere di licenziamento, guardando i colleghi "in esubero" che ripongono gli oggetti personali dentro piccole scatole e si avviano lentamente verso casa, ha voluto scherzare sul tema dicendo che dopo quel pezzo a esser licenziato come chitarrista elettrico sarebbe dovuto essere proprio lui.

Un Testa scherzoso e molto cordiale, che ha speso belle parole per presentare alcuni passi cruciali della sua scaletta, in cui ha sapientemente miscelato i pezzi nuovi ad altri provenienti dai dischi precedenti come "Polvere di gesso", brano applaudito sin dalle prime note.

Un altro momento clou è stato quello in cui ha illustrato la genesi di "Lele", una canzone del nuovo disco scritta trentacinque anni fa, ma pubblicata solo ora, ispirata alla triste vicenda letta allora in un breve trafiletto pubblicato da un giornale che si chiamava Gazzetta del Popolo, un bel titolo, anche se il giornale non era un granché aggiunge Testa, lì chi scriveva raccontava del suicidio di una madre evidenziando due aspetti, che la donna era meridionale (allora, ha spiegato Testa, molte erano le donne del sud che salivano nelle Langhe per sposare contadini per procura) e che il suo gesto non teneva in considerazione i figli che lasciava. La canzone ha poi spiegato, è rimasta lì tanti anni ma ora è diventata di un'attualità disarmante e le donne di oggi, soprattutto le tante emigranti giunte da ogni parte del mondo, ancor più di allora sono davvero l'anello forte della società, come ha ben scritto Nuto Revelli nel suo libro "L'anello forte", però come sempre sono anche quelle che subiscono maggiormente ogni momento complicato della società.

Società attuale già complessa di suo senza che ci sia la necessità di creare ulteriori falsi problemi, ma la stupidità umana non ha limiti spiega Testa in un altro momento del concerto, quando spiega "20 mila Leghe (in fondo al mare)", non certo una trasposizione del capolavoro di Jules Verne, bensì una filastrocca che narra di come, partendo dal Capo di Buona Speranza, i mari cominciarono a volersi dividere, fino ad arrivare alla separazione finale dei due atomi d'idrogeno da quello di ossigeno perché in maggioranza, la conseguente scomparsa dell'acqua e la fine del mondo.

Non c'è alcuna speranza allora per l'uomo di oggi? Forse si, quella di aggrapparsi ai sogni come speranze, come suggerisce "La giostra", giocosa e festosa canzone scelta da Testa per chiudere il suo concerto.

Il pubblico, anche se non numerosissimo, è però calorosissimo con lui che ricambia con un primo bis in cui esegue due bellissime canzoni "Come le onde del mare" tratta dal suo primo disco "Montgolfières" e "Come al cielo gli aeroplani" l'inedito brano contenuto nel suo precedente disco live "Solo dal vivo".

Poi, richiamato ancora una volta sul palco dagli interminabili applausi del pubblico, propone una canzone solo voce e chitarra, a suggello dell'intera intensa serata e come sincero augurio in un periodo davvero amaro sotto ogni punto di vista, in cui l'unica ricetta possibile forse, è quella di cercare di affrontare la profonda crisi in atto, attraverso la vicinanza, ecco allora la magnifica "Dentro la tasca di un qualunque mattino".

E' davvero la fine, resta il ricordo di un concerto impeccabile quanto emozionante, ma ciò che più conta è che la poesia in musica di Gianmaria Testa ha fatto breccia nei cuori di ognuno, una poesia piena di umanità.

Le foto sono gentilmente concesse da Paola Mombrini.


Musicisti
Gianmaria Testa: voce e chitarra
Roberto Cipelli: pianoforte
Giancarlo Bianchetti: chitarre
Claudio Dadone: chitarre
Nicola Negrini: contrabbasso e basso elettrico
Philippe Garcia: batteria

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