sabato, aprile 04, 2020

Max Manfredi: dalla scimmia all'elicriso


di Fabio Antonelli

A qualcuno che ha bazzicato, in questi giorni di forzata clausura, sulla pagina Facebook del cantautore genovese Max Manfredi non saranno certo sfuggiti tre video casalinghi di altrettanti brani inediti, segno che qualcosa bolle nel calderone creativo dell’artista. Magari i tempi non saranno brevi, a causa dell’emergenza attuale, ma sicuramente ci sarà un nuovo disco dopo l’apprezzatissimo “Dremong”. Come starà, però, vivendo questi giorni di quarantena, uno come Max, abituato a girare l’Italia utilizzando l’amato treno, quello che gli ha ispirato anche  la splendida canzone “Il treno per Kukuwok”?



Non sembra quasi vero che un refrain diffusissimo, prima che scoppiasse questa pandemia, fosse “come mi piacerebbe poter passare un po’ del mio tempo tranquillamente a casa mia” mentre ora, invece, sembra che tutti siano ossessionati da come vivere le giornate trascorse in casa, questo tempo di reclusione forzata. Mi ricordano tanto i protagonisti della tua Il morale delle truppe con quei versi finali “È sul fronte che la pace sembra una buona idea… / quando poi si torna a casa, si rimpiange la trincea”.  E’ così anche per te?

No. Ho scritto quei versi perché fiutavo la situazione. Una situazione, diciamo così, di disponibilità bellica in tempo di pace, però a discolpa di molti c'è da dire una cosa: non tutti possono passare un periodo di tranquillità senza essere assaliti da beghe burocratiche e problemi economici. Anzi, quasi nessuno. Quindi capisco il malumore e la confusione mentale che si esprime, come può, principalmente attraverso i "social", più di rado anche per strada, nella società. Io stesso, che sono molto pigro, comincio a essere stufo dell'inattività forzata e, soprattutto, delle restrizioni logistiche che non mi permettono di porre a mano a molti lavori cui sto dietro.

Uno di questi lavori credo sia il disco nuovo, poiché grazie a un paio di video casalinghi hai anticipato due inediti Elicriso (il cui titolo è già spiazzante rispetto al comune sentire) e la scanzonata Scimmia grigia, mentre con un altro bel video hai regalato ai tuoi estimatori la splendida Nostra Signora della Neve. Credi che il nuovo disco in qualche modo risentirà di questi strani giorni?

La risposta è di nuovo no. Anche se io sto lavorando a questo disco a Savona, quindi l'opera risente della mia impossibilità di spostamento. E' giocoforza che in questi giorni il lavoro sia di sedimentazione e non di sperimentazione diretta, ma soprattutto il disco, non per quanto riguarda la sua poesia ma come oggetto, risentirà della fine dell’industria discografica. Io e i miei amici dovremo quindi inventarci delle buone strategie per permettere agli interessati di comprarlo. Non è più come una volta, come ai tempi dei miei due primi dischi, in cui il successo o il mancato successo erano chiaramente ascrivibili a capacità, incapacità o poteri contrattuali altrui. Qui dovremo fare tutto da soli, o in... join venture con qualcuno. L'avventura è quindi a due facce: quella meravigliosa della creazione artistica e quella, spesso spiacente ma necessaria, della promozione e della vendita. Non parlo di distribuzione, quella è una chimera. Quindi, se - ad esempio - ai tempi di Luna persa la distribuzione c'era ed era abbastanza buona, oggi questo discorso non ha più senso, temo.

Un po' per tenere alto il morale delle truppe, scusa se prendo ancora in prestito i tuoi versi, un po' per mantenere i contatti durante questo periodo d’inattività forzata, tu, Federico Sirianni e i Lady Lazarus vi siete inventati una bella iniziativa, vero?

Credo di sì. Si chiama Quarantena Tour e, oltre ad essere una pagina aperta a post di quasi ogni tipo - anche se prevalentemente musicali - è anche un programma di video commentati in diretta da noi e dagli spettatori. Siamo noi che scegliamo artisti e video, e se loro son contenti, li mandiamo in streaming. In questo modo cerchiamo di garantire l'alta qualità delle proposte. La pagina di Quarantena Tour è su Facebook (https://www.facebook.com/groups/590881615102407/), chiunque può iscriversi e aggiungersi ai quasi 4200 che abbiamo avuto finora. Le puntate le facciamo ogni sabato sera alle 21.30. Si possono fare anche donazioni, metà delle quali va in beneficenza per l'ospedale di Sestri Levante.

Abbiamo parlato del tuo nuovo disco, del Quarantena Tour, non è che a stare chiusi in casa ci sia da fare più che in tempi normali? Ti resta libero del tempo per oziare? Ricordo che Carlo Muratori mi disse che senza oziare lui non sarebbe mai riuscito a scrivere le sue canzoni, insomma che l'ozio non è fare nulla ma lasciare liberi i pensieri. Tanti in questi giorni, non riescono a scrivere nulla di nuovo, forse perché la mente è assorbita dalle preoccupazioni, tu che ne pensi?

Non ho il problema di scrivere qualcosa di nuovo, se viene, viene. Ho tanta di quella materia pregressa! Le cose vecchie - o antiche - diventano nuove appena le riscrivi. Son capace a trasformare una canzone vecchia fino a renderla nuova e quasi irriconoscibile. Invece di lasciarmi copiare le frasi dagli altri, le autocopio. Intanto vado in esplorazione del mondo dei suoni... ma per farlo, a casa mia, adesso non sono attrezzato. Così resto in attesa. Le preoccupazioni (che purtroppo in questo periodo di forzata vacanza non mancano) possono fino a un certo punto ostacolare il dipanarsi dell'attività creativa, fosse anche un'attività silente. L'effetto Doppler fu scoperto dall'inventore durante una guerra in trincea. Quando Oscar Wilde si diceva stanchissimo dopo aver tolto e rimesso una virgola dal suo manoscritto in una giornata intera, non bluffava. Di più, io son convinto che i fenomeni creativi, spesso, vadano avanti a vuoto, da soli, come una ruota della preghiera o come dà luce una candela in una stanza buia senza nessuno. D'altra parte un amico che hai intervistato da poco, un po' sulla falsariga di Wilde, una sera mi disse: "Oggi ho rifiutato due lavori interinali... sono esausto". E non aveva torto. Tutto ciò che è burocrazia, mediocrità illiberale, obbligo o almeno proposta morale apparentemente irragionevole, continua a spandere i suoi miasmi anche in nostra temporanea assenza. Le mosche di Belzebù non finiscono di ronzarci attorno e distrarci. Ma a volte è proprio nella distrazione che si trova il lampo della necessità poetica.

Un'ultima domanda, proprio partendo dal concetto di distrazione. Spesso ho l'impressione, stando in casa, che, quantunque una giornata sia lunga senza poter uscire e incontrare persone, ci siano comunque tanti elementi di disturbo che alla fine facciano solo perdere tempo. Il curiosare su Facebook o su YouTube, può essere, in effetti, una delle cause, ma può anche essere occasione di piacevolissime scoperte, c'è in tal senso qualcuno che ti ha davvero stupito e con il quale, magari a emergenza finita, vorresti incontrare e magari collaborare artisticamente? Consideriamolo uno sguardo fiducioso al domani...

Qualcosa può interessarci, incuriosirci. Con Quarantena Tour, programmatori e spettatori hanno spesso buone sorprese. Purtroppo l'ultima collaborazione che mi piaceva, quella con Giorgio Li Calzi, è naufragata per vari motivi. Sono rimasto però con quattro o cinque canzoni scritte con lui, che trovo notevoli. Sarà mia cura ripensarle, rileggerle e orchestrarle. E poi c'è una collaborazione necessaria e continua, durante le registrazioni: quella con i "miei" musicisti di sempre e quella con i Lady Lazarus, che mi seguono passo passo nella realizzazione del disco. Direi che ce n'è d'avanzo.


giovedì, aprile 02, 2020

Marco Ongaro: le prigioni di un Casanova senza colpa


di Fabio Antonelli

E’ da poco passata la mezzanotte, sto quasi per spegnere il cellulare e per coricarmi quando, all’improvviso, come un flash, mi viene in mente l’amico Marco Ongaro. Chissà se sarà ancora sveglio, comincio a farmi delle domande su come starà vivendo queste giornate di forzata immobilità dentro le mura di casa, lui che è sempre in moto perpetuo, che si divide tra teatri e festival, tra la sua Verona e l’amata Parigi, tra le canzoni d’autore e i libretti d’opera. Mi faccio forza e gli mando un WhatsApp, chiedendogli se è ancora sveglio, se non lo disturbo, in cuor mio so che non mi manderebbe mai a quel paese e, allora, ne approfitto…




In questi giorni di forzata quarantena, se non tutti ma quasi, si sono fatti dispensatori di buoni consigli su come vivere questi giorni di clausura imposta, tu cosa non consiglieresti mai? O meglio cosa non faresti mai neppure sotto tortura?

Guardare la televisione. Non possiedo un apparecchio televisivo dal 2005 e mi reputo più felice della media umana già solo per questo. Naturalmente disposizioni e ordinanze trovano comunque modo di raggiungermi, e le subisco come tutti, ma al netto della retorica che le accompagna.

Tu sei uno che non ha mai avuto problemi di scrittura, tanto che un giorno mi confidasti che per te scrivere è come un bisogno fisiologico come l'andare in bagno ... In questi giorni ti è altrettanto naturale scrivere o la mente è troppo distratta da altri pensieri?

Scrivo principalmente su commissione, per il teatro o per l’editoria, come copywriter o come librettista. Seguo l’impulso di una richiesta. Qualcuno mi invita a un progetto e mi sento automaticamente, miracolosamente ispirato. Con la depressione economica indotta dal lockdown, soprattutto in ambito culturale e artistico, le commissioni pagate diminuiscono ma non il bisogno di interventi pensati per il futuro. Scrivo sì, quando me lo si chiede, ma anche suono. La costrizione al chiuso mi ha fatto riscoprire il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ogni giorno, prevalentemente al mattino. Non mi viene da scrivere canzoni, però. Diciamo che la scrittura spontanea scarseggia, risente della cattività. Lo diceva Sartre che la libertà è condizione indispensabile per la scrittura. Pellico ha scritto in prigione e Gramsci pure, ma io non sono ancora abbastanza rassegnato a questi arresti domiciliari, è presto per farne oggetto creativo. Preferisco la reazione di un Casanova che dopo essere evaso dai Piombi, e solo allora, narra dell’incarcerazione e della fuga.

Mi hai detto di aver riscoperto il piacere di suonare il pianoforte e cantare, ma canti tue canzoni o canzoni di altri, quale è la colonna sonora di questi strani giorni?

Prevalentemente canzoni mie. Recuperate, con spazi di assolo swing da area Canzoni per adulti o Archivio Postumia, cioè quelle adatte al pianoforte. Per alcune persone care ne registro sul cellulare una al giorno e la invio via WhatsApp. Un modo di essere vicini in momenti in cui non ci è permesso. Ma ho anche tradotto Homburg dei Procol Harum e mi ritrovo a suonare per mio gusto A wither shade of pale nella versione originale, col suo incedere da Bach omogeneizzato. Una sorta di recupero delle melodie dell’infanzia, un riappropriarmene facendole mie, aggirandomi nei loro meandri conservati segreti e inaccessibili fino a poco tempo fa. È la tipica operazione che Benjamin definirebbe “del morente”, sebbene fisicamente non mi sia mai sentito più sano di adesso. Sono sano, ma i governi del mondo mi trattano come un malato, e questo non mi euforizza. È una situazione in cui si trovano più a loro agio gli ipocondriaci: finalmente la loro nazione li capisce.

Quindi riassumiamo un po', niente televisione, scrivi, suoni e canti, ma la lettura? Fa parte anch'essa di queste tue giornate da Casanova recluso senza alcuna colpa?

Come prima cosa, il dovere: ho letto La peste di Camus, pur prediligendo ancora Lo straniero. Ora sto rileggendo l’Eneide, dopo aver riletto Iliade e Odissea. Leggo sempre molto e preparo le lezioni di scrittura creativa e teatrale che tengo on line per la Scuola di teatro del Teatro Stabile di Verona. Il contatto on line per il teatro è un ossimoro, il mezzo televisivo vince infine sulla compresenza fisica teatrale. Che tristezza. Che Quaresima colossale. Mi sono ritirato da qualche chat di gruppo: non potendomene andare da casa ho scelto di andarmene almeno da lì. Baudelaire sosteneva fosse da includere nella Carta dei Diritti dell’Uomo il “diritto di andarsene”. L’ho onorato simbolicamente abbandonando qualche chat.

Non abbiamo parlato di cinema fino ad ora, ovvio che in questi giorni non si possa frequentare il cinema come luogo, ma la “settima arte” entra a far parte delle tue giornate da recluso?

Oh sì. Molti film in streaming, molti più di prima. Occasione di recuperare pellicole perse per problemi di distribuzione o di tempo. Quello è l’unico aspetto davvero vacanziero di questa reclusione, una scorpacciata di un paio di film al giorno nei fine settimana. Così i vari aspetti narrativi, intrattenimento o riflessione, i generi thriller o commedia o dramma si alternano insieme a ciò che ne rimane dopo averli consumati: emozioni volatili, stilemi ritriti, a volte autentica comunicazione artistica. In quest’ultimo caso si accende la gratitudine. Tra artefatto, artificio e arte le distanze restano incolmabili e il cinema, espressione collettiva e industriale dell’ingegno, è un’ottima cartina tornasole che svela le intenzioni, illuminandole o lasciandole appassire.

Il cinema è la chiave d'accesso all'ultima domanda, traggo spunto dal film El hoyo di Galder Gaztelu-Urrutia, ambientato in un edificio che si sviluppa sottoterra suddiviso in piani. La particolarità di questa prigione verticale è che al piano 0, situato in cima all’edificio, sono presenti dei cuochi con il compito di imbandire una larga tavola, la "piattaforma", con i piatti preferiti di tutte le persone imprigionate nei piani sottostanti. Ogni piano è numerato e due compagni ogni mese vengono spostati da un livello all’altro insieme, se entrambi sopravvissuti, in maniera casuale. La stanza presenta un lavandino con cui lavarsi, degli asciugamani per pulirsi, ma solo un gabinetto. La piattaforma scende verticalmente attraverso il "buco", una gigantesca apertura al centro di ogni piano. Non avendo cibo con sé, i prigionieri hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta al piano superiore. Il protagonista del film è Goreng, uno dei volontari della sperimentazione che decide di entrare nell’edificio per smettere di fumare, del tutto incosciente della reale situazione, portando con sé il libro Don Chisciotte della Mancia, poiché ad ognuno dei presenti è concesso di portare con sé un solo oggetto. Ovviamente ad ogni coppia presente ad ogni livello sarà concesso di cibarsi degli avanzi di coloro che stanno ai livelli superiori ... ma lasciamo il film, che comunque offre molti spunti di riflessione, se tu avessi la possibilità di avere con te un solo oggetto, durante questo periodo di imposti arresti domiciliari, cosa sceglieresti, cosa riterresti irrinunciabile?

Per la molteplicità degli usi, senza dubbio un computer. Può fare da pianoforte, chitarra, giradischi, cinema e telefono, da scrittoio e carta e penna, da libro e specchio, da registratore e posta, da finestra, porta della percezione, forma inconsapevole di poesia, scrigno dei ricordi, magazzino delle idee. E si fottano J.J. Rousseau e il suo idiota “buon” selvaggio.


lunedì, marzo 09, 2020

Fiumanò Domenico Violi: “9 minuti 9” Sospeso tra utopia e sogno, cercando di continuare a vivere, nonostante tutto.


di Fabio Antonelli

9 minuti 9, il titolo del nuovo album di Fiumanò Domenico Violi, sono i minuti trascorsi tra l’iniezione fatale di tre fiale nelle vene del condannato a morte e il suo decesso che “cosi’, recitano testimoni e giornalisti accreditati, è stato veloce e indolore tutto in soli nove 9 minuti 9”. Detto così, sembra quasi di entrare in un horror e non si tratta neppure di un film frutto della fantasia di un bravo sceneggiatore, no qui siamo nella vita reale o meglio, nell’anticamera della morte reale, in quei pochi istanti, 9 minuti per l’esattezza, prima che “giustizia” sia fatta, ma “non in mio nome” come recita Alessandro Haber sempre nel brano che dà il titolo all’album.

Facciamo però un passo indietro, dall’ultimo suo album pubblicato, Il Biciclettista (2008), così ben accolto da pubblico e critica, sono passati quasi undici anni, davvero tanto in un mondo, non solo musicale, dove tutto passa, dove il tempo scorre veloce e quasi nulla lascia traccia ed ora, eccolo all’improvviso ricomparire con un album che sorprende, positivamente, sin dalla copertina frutto della geniale creatività di Lorenzo Fantetti capace di riassumere in una illustrazione il contenuto di questo stupendo concept album, in cui un disincantato poeta, sospeso tra utopia e sogno, soffre e piange con quelli che come il condannato a morte di 9 minuti 9, tra le colpe maggiori ha soprattutto quella di aver ricevuto un conto troppo salato per i propri errori, perché “Assassinato o giustiziato è solamente un piccolo dettaglio che serve a far sentire più leggera la coscienza di uno stato”.

Ma si può essere condannati e dimenticati anche in maniera meno cruenta e appariscente, come quei poveri cristi protagonisti del dolente Nu cantu anticu, descritti in un dialetto dalle indubbie radici mediterranee ma che in fondo è una sorta di nuovo esperanto, nel loro viaggio della speranza, nel loro abbandonare la propria terra per non farvi più ritorno, un canto antico appunto, presente da sempre nella storia dell’umanità, fatto di dolore, comune a tutti i condannati a fuggire, a migrare altrove.




Oppure condannati all’oblio come il protagonista di Bruno e la giberna, uno di quei soldati che in millenni di storia dell’umanità hanno perso la propria vita e i propri affetti “Davanti alla tradotta chi sbuffava / Restaru poi mbrazzati tuttu u tempu / Brunu ed Annare sua moglie incinta / Che non avrebbe mai, mai più rivista”, partendo per una guerra non voluta, un giovane che solo la penna di Domenico ha tolto dall’ombra per vedersi restituita dignità di uomo.

Certo, il carcere e il dramma di chi vi è costretto a vivere, la fanno da padroni nel disco, in cui ci sono davvero canzoni stupende come ad esempio la poetica La finestra a vapore, presente anche a fine disco nella versione dialettale I sta finestra mpannata, in cui vi è descritta tutta la sofferenza di chi può guardare il mondo attraverso una finestra, senza poterlo davvero vivere, pensare ai propri amori senza poterli abbracciare. È davvero un’immagine toccante quella dipinta dai versi “Come un uomo tornato bambino / Scrivo il tuo nome sul vetro / La finestra a vapore è un sipario / Sul viale imbiancato da poco”.

La vita in carcere si srotola senza alcun sussulto, senza variazioni, sempre uguale a sé stessa e Ad ogni alba, con la sua toccante poesia il suo incedere lento è poesia allo stato puro fino a quel finale che ci trascina dentro tutti, perché “Per ogni Lazzaro / Che non farà ritorno / Lo stato, tutti noi / Avremo perso un'altra volta ancora”.




In carcere ogni giorno è proprio uguale all’altro, solo le ore d’aria o quelle di visita, interrompono la monotonia di una vita quasi in apnea ed è in questi momenti che possono nascere magari amori inattesi come quello, a ritmo di valzer, tra una direttrice carceraria ed una reclusa “Fu che lei / Nell'ora d'aria / Si fece avanti / Spingendo forte / Sui suoi seni / E sui suoi fianchi” descritto con delicatezza sopraffina in L’ultimo valzer, oppure, aver luogo incontri strazianti come quelli di un padre che, nel ricevere visita da una figlia che non ha visto nascere e non ha potuto crescere, continua a rivivere ogni volta che la vede i propri sensi di colpa per l’impossibilità di tornare indietro “Sopra ogni stella / Una ninna nanna nuova / Come un'altra vita che vorrei / Per restituirti ciò che ti h rubato / Ogni sorriso, ogni attimo perduto / La consapevolezza di ciò che ho lasciato”, Zuccaredda è il titolo di questa dolcissima canzone, un piccolo gioiello.

Si sa che in carcere ci finisce chi deve scontare proprie colpe, ma non sempre la storia è facilmente decifrabile, non sempre i libri di storia ci aiutano a capire fino in fondo. Come ironizzava lo stesso Edoardo Bennato “Quanti libri di storia / tutta la civiltà / c'è un elenco di buoni / i cattivi metà / sono tutti schedati... / ma che bella città...” non è sempre così facile tracciare i confini tra buoni e cattivi, ecco allora che in Briganti, come già fatto anche da un altro Bennato, il fratello Eugenio, Domenico Violi ci invita a rileggere sotto un’altra luce la storia del brigantaggio del nostro meridione.

Così come trovo bello che nel disco non si racconti solo di personaggi famosi ma anche degli ultimi, perché in fondo tutto il concept è proprio uno sguardo pieno di umanità sugli ultimi, su coloro cui la storia non riserverà mai una riga, ma per fortuna ci sono canzoni come Trentottesimu parallelo, storia di stazioni ferroviarie nate e morte lontane nel tempo, piene di amori e di ricordi, ovviamente raccontante ancora una volta nel dialetto di Domenico.

Ho volutamente lasciato per ultimo i brani Con i piedi nudi che mi porto in tasca e Non in mio nome, perché credo che con la title-track costituiscano quasi un trittico, il cuore del disco, brani importanti e per gli ultimi due Fiumanò ha pensato di coinvolgere due grandi personaggi che subito hanno accolto il suo invito ed hanno offerto la loro voce e la loro testimonianza a questa lotta per la vita, contro la pena di morte, si tratta di Moni Ovadia e di Alessandro Haber.

Anzi, a dire il vero, per ultimo lascio la canzone che, invece, apre il disco, si intitola Tra le pieghe del tempo, perché trovo sia di rara bellezza, ci racconta di una donna, Giulia, che con il pensiero ripercorre la sua esistenza, una vita che le ha riservato tante amarezze e che vorrebbe riconciliarsi con chi le ha dato amore incondizionatamente, ma si rende conto che ormai non c’è più tempo per rimediare alle incomprensioni, ai tanti errori, perché la morte non avvisa del proprio arrivo “Perché a certi dolori / Non si arriva mai pronti / Perché certi dolori / Non ci lasciano mai” e questa è una dolorosa situazione vissuta da tanti”.




In definitiva, direi che è quasi riduttivo ritenere 9 minuti 9 solamente un disco. Scritto e suonato da Domenico attraverso il linguaggio del jazz, senza che la musica sovrasti mai i testi, rappresenta un vero e proprio progetto, un manifesto, una testimonianza viva destinata ad essere sviluppata in più direzioni, a creare una rete, a sviluppare collaborazioni, a creare coscienze.

Ascoltatelo con il cuore aperto e sono sicuro che, ascolto dopo ascolto, saprà rivelarvi nuove sfaccettature, ulteriori significati, stimolerà approfondimenti, certamente non vi lascerà mai indifferenti.

Chiudo con una speranza, di non dover aspettare così tanti anni per ascoltare un nuovo progetto di Fiumanò Domenico Violi, perché di artisti come lui c’è davvero un gran bisogno.















Fiumanò Domenico Violi
9 minuti 9

Dogimi Edizioni Musicali – 2019
Distribuito da Egea Music / Incipit Records


Tracce                                               
1.      Tra le pieghe del tempo
2.      Nu cantu anticu
3.      Trentottesimu parallelo
4.      Briganti
5.      Bruno e la giberna
6.      Con i piedi nudi che mi porto in tasca
7.      Non in mio nome
8.      9 minuti 9
9.      L’ultimo valzer
10.  La finestra a vapore
11.  Sotto una pioggia leggera
12.  Zuccaredda
13.  Ad ogni alba
14.  I sta finestra mpannata
15.  9 minutes 9

Crediti
Fiumanò Domenico Violi: voce e chitarra
Franco Testa: contrabbasso e basso elettrico
Paolo Birro: pianoforte e tastiere
Elio Rivagli: batteria
Stefano Pisetta: batteria e percussioni
Giorgio Coccilovo: chitarre
Marco Brioschi: tromba
Pietro Tonolo: sax soprano
Fausto Beccalossi: fisarmonica cromatica
Daniela Savoldi: violoncello
Betti Vittori, Sara Picone, Marco Bertoli: cori
Moni Ovadia: voce (7, 8, 15)
Alessandro Haber: voce (8) 

Parole e musica Fiumanò Domenico Violi
Produzione esecutiva per Dogimi Edizioni: Fiumanò Domenico Violi
Produzione artistica e arrangiamenti: Franco Testa

Registrato da Carlo Miori presso Only Music Studio, Bruino (TO), eccetto La finestra a vapore registrata da Emilio Rossi presso Phoenix Studio, Castel Mella (BS) e Briganti, registrata da Beppe Cunico presso X-Land Studio, Zugliano (VI)

Mixaggi: Beppe Cunico, Franco Testa e Fiumanò Domenico Violi presso X-Land Studio, Zugliano (VI), assistente di studio Matteo Marchioni

Mastering e transfer per vinile: Maurizio Biancani presso Fonoprint Studios (BO), assistente di studio Claudio Adamo

Illustrazioni, progetto grafico e layout di Lorenzo Fantetti

Fotografie e poesia di Marco Cinque


Foto in studio di Luca Gazzola

Sito ufficiale di Fiumanò Domenico Violi
Fiumanò Domenico Violi su Facebook

domenica, gennaio 26, 2020

Claudio Sanfilippo, un disco che viene dal passato


di Fabio Antonelli

E' da poco uscito BOXE, il nuovo disco di Claudio Sanfilippo, un album in cui il cantautore milanese ha raccolto 14 canzoni scritte tra il 1981 e il 2017, tutte chitarra e voce, “parole e musica a mani nude”, come l'ha definito lui stesso nel bel libretto che è inserito nel disco. Un disco meravigliosamente fuori moda, da gustarsi lentamente, come questa intervista.



Quanto è bella la copertina di questo BOXE, uno splendido scatto bianco e nero, una schiscetta con il tuo cognome e nome incisi sul coperchio, fotografata dall'alto. Mi racconti la sua genesi e chi è l'autore della foto?

Il disco era chiuso, mixato e masterizzato, per la copertina c’erano un paio di idee sulle quali stavo ragionando, ma non avevo ancora deciso nulla. Poi dal “sottotetto” è arrivata la sorpresa, per puro caso: in uno scatolone c'era questa “schiscetta” (in italiano gavetta, portavivande) che mia madre aveva fatto fare nel 1963 per mandarmi all’asilo, avevo tre anni e ai tempi dalle suore di S.Rita, in via Ponzio a Milano, non c’era la mensa; ogni bambino doveva presentarsi con il cibo preparato a casa, e così mia madre fece incidere il mio nome. Quando l’ho vista è stato un attimo, il richiamo era perfetto, a partire dal titolo, lo stesso della canzone che apre, dedicata a mio padre che era mancato da poco. Inoltre è perfettamente tonda, richiama la forma di un disco che che raccoglie 14 canzoni inedite scritte dal 1981 al 2017, una specie di autobiografia musicale inconscia, la mia natura profonda. L’accostamento con “l’origine” non poteva essere migliore, e così ho chiamato Lorenzo De Simone, l’amico fotografo che mi segue da anni nei concerti, che ha fatto lo scatto e che per l’occasione ha fotografato alcuni angoli domestici che illustrano il libretto. La grafica è stata poi affidata ad Alessia Casati, che segue da anni le mie proposte “visive”. Questa è la storia della copertina.




Prima di parlare delle canzoni, vorrei soffermarmi sul libretto perché offre parecchi spunti, dalle foto piene di ricordi personali, di chitarre, tanto passato. Mi ha colpito la tua definizione "Parole e musica a mani nude", aggiungere io come oggi non si fa più. Si può definire un disco partito da molto lontano?

E’ un disco nato in maniera del tutto casuale, non avevo nessuna intenzione di andare in studio a registrare, era appena uscito Ilzendelswing, l’album in milanese di ispirazione country-folk che ho realizzato insieme a Massimo Gatti. E’ successo che abbiamo organizzato una serata di ascolto attento in uno studio in cui ho registrato quasi tutti i miei album, il Maxine di Rinaldo Donati, volevamo testare una chitarra classica baritono che mi aveva appena costruito un liutaio bravissimo che si chiama Fabio Zontini. La serata, per chitarra e voce, davanti a una ventina di amici, è stata magica, e così abbiamo deciso di replicare il giorno dopo, con l’intenzione di registrare, questa volta senza pubblico. In due pomeriggi abbiamo messo in fila 14 canzoni che raccontano 40 anni di musica scritta, scelte al volo nel repertorio inedito che negli anni è diventato molto corposo. Sono canzoni che potevano entrare in tanti miei dischi e che per motivi casuali sono rimaste fuori, tutto è successo in modo veloce, sfogliando il libro dei miei testi. Poi, nel corso della registrazione, ho suonato tante chitarre diverse: la baritono classica, che è un po’ la protagonista di questo disco, e le acustiche, le elettriche… in fondo si tratta anche di una dedica personale allo strumento che mi accompagna da quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni, nel 1976.



Da questo tuo racconto, in cui ci parli di un parto del disco quasi del tutto casuale e di una raccolta  di canzoni scritte nell’arco di quarant’anni, magari per dischi diversi, ci si sarebbe potuti aspettare una miscellanea eterogena di brani, magari fra loro lontanissimi, il tutto, invece, forse favorito anche dalla scelta di proporre questi piccoli gioielli così come sono nati, voce e chitarra, suona quasi come un concept album, dove il tema è la quotidianità, il fare a pugni con la vita stessa, una vita che non sempre ci sorride. E’ solo una mia impressione?

No, credo che la tua impressione sia corretta. Evidentemente il mio modo di affrontare quel tipo di registrazione, così improvvisato e figlio di un’immersione profonda, solo per chitarra e voce, mi ha messo nelle condizioni di scegliere brani che in modo inconscio dipingono un quadro coerente. Sono tutte canzoni che cercano l’incontro, la prossimità, tutto si gioca sul piano empatico, emozionale. La scelta di non aggiungere altri strumenti mi ha aiutato a non lasciarmi sedurre da “distrazioni musicali” di altro tipo, anche se avrei potuto chiamare qualche amico musicista per “colorare” qua e là certe atmosfere. Ne sarebbe uscito un album con risvolti interessanti dal punto di vista sonoro, ma l’intenzione era proprio quella di restare “nudi e crudi”, con il desiderio di restituire le canzoni nella versione più vicina a come le avevo scritte. In questo senso è anche un disco che vuole riportare tutto all’origine di questa arte, o artigianato, secondo i gusti. E il titolo, BOXE, è anche la metafora di questa operazione, in un momento culturale molto confuso, in cui l’autenticità sembra non appartenere più alla modalità di ascolto. E’ un album anacronistico e al tempo stesso attualissimo, almeno per questa intenzione di non perdere il filo di ciò che è la canzone d’autore (o la canzone d’arte, come dice bene il mio collega e amico Max Manfredi).  Va detto che il contributo di attenzione di Rinaldo Donati è stato fondamentale, sia per la parte di supporto artistico che per quella delle riprese, del suono.



Io credo che in questa tua risposta sia davvero racchiusa l'essenza di questo tuo ultimo, bellissimo, lavoro e, per non togliere a chi ci legge il gusto di andare a scoprire ad una ad una le 14 gemme che lo compongono, non voglio entrare troppo tra i solchi del disco però, permettimi almeno di citare le due canzoni che aprono e chiudono il disco. Mi riferisco a Boxe con quei versi iniziali "Il libretto di lavoro di mio padre / sa di cedro e di castagne / e cacao e brace di vulcano in riva al mare / il libretto di lavoro di mio padre / ha l'inchiostro e la matita / la mano è una farfalla nella strada" in cui mi par quasi di annusarli quei profumi, di toccarlo quel libretto di lavoro, di averlo quasi conosciuto tuo padre, non so come dire... E poi c'è Piscinin, in cui canti questi versi in dialetto milanese "Te i han portàa via / mi te sé se foo / el papà ti a compra tütti anmò / l'è or che te dormet / piscinin, l'è stada düra incoeu", che dolcezza in questa immagine, quanto amore, che difficoltà a trattenere le lacrime. Come sono nate queste due canzoni e quanto ha contato nella tua vita la figura paterna?

Boxe e Piscinin sono le canzoni più recenti, che aprono e chiudono l’album, e non è un caso. Ho perso mia madre tanti, troppi anni fa, e mio padre, soprattutto nei suoi ultimi anni, ha significato molto. Un grande pasticciere, un grande lavoratore. Un vero uomo “del Novecento”, un catanese salito a Milano con la famiglia negli anni Trenta, da bambino, cresciuto nei cortili delle case di ringhiera. Infatti parlava un milanese perfetto, assorbito nelle strade. Mia madre invece era una milanese docg. Il retaggio culturale della mia città è molto legato alla memoria famigliare, ai racconti dei miei genitori, di mia nonna materna, che mi ha cresciuto. Queste due canzoni sono innestate in quella dimensione. Boxe ha una serie di immagini legate a lui, che da giovane ha frequentato le palestre del pugilato milanese, alla fine dei Quaranta. Sono immagini che raccontano per scatti visivi: il libretto di lavoro, i colori e i profumi siciliani, le aringhe, una sua passione (in casa nostra un vaso di aringhe che lui metteva personalmente sottolio, non mancava mai), la meringa (era un maestro pasticciere), i suoi modi di dire. Il suo preferito, che cito nella canzone, era un intercalare in dialetto: vann i tram? Cioè: gira tutto, funziona? Me lo diceva col sorriso, una specie di gioco. Ho cercato di scrivere un piccolo quadro emozionale, per immagini. Piscinin invece è l’unica che non ho scritto io, ed è anche l’unica in milanese (le altre 13 sono in italiano). E’ un brano bellissimo degli anni Trenta, scritto da tre americani, si intitola “Little man you had a busy day”, è una canzone dal sapore “cinematografico”, nello stile dell'epoca. L’ho scoperta in un album recente di Eric Clapton (I still do), che l’aveva reinterpretata in chiave “blues”. Il testo originale è bellissimo, e sono riuscito a restituirlo in milanese con una certa fedeltà, aggiungendo cose mie, originali, compreso l’arrangiamento chitarristico. E’ una canzone commovente, con la quale chiudo da qualche anno i miei concerti, come una specie di invito ad abbassare le difese e a darsi un po’ di pace, in questa epoca ansiogena e fetente in cui il buio, l’arroganza, l’ingiustizia e la confusione hanno il sopravvento. E’ una canzone “anarchica”, un po’ come tutto il disco, che non è “politico” in senso didascalico (il mio modo di scrivere è da un’altra parte, da sempre), ma che in fondo, tra i solchi, è una dichiarazione di guerra contro il potere e il gusto dominante, solo lanciata da un territorio in cui il valore della poesia è centrale. Quando si parla di “arte civile” la vulgata coinvolge stili e significati in cui il sociale è un dato dichiarato, esplicito, come se questo fosse un valore indipendente dalla forma. Io invece credo che l’arte civile non esista, se l’arte è autentica non ha bisogno di aggettivi; purtroppo c’è in giro una montagna di arte definita “civile” che trova spazio in nome della definizione, come se cantare il sociale fosse un passaporto sempre valido. Spesso si tratta di roba scarsa. La musica, come tutte le espressioni artistiche, si distingue per un valore che non ha niente a che vedere con il tema né, tantomeno, con presunte dichiarazioni di schieramento politico-sociale. Non c’entra niente. O è buona o non lo è. Se è buona arricchisce, apre, se non è buona paralizza il sogno, la possibilità di andare oltre. Anche in questo senso BOXE cerca di lasciare un suo piccolo segno.



La parte finale della tua risposta aprirebbe la strada a tante altre domande che però ci porterebbero lontano dall'oggetto dell'intervista, ma quanto hai detto credo non possa che accrescere il desiderio di entrare in questo tuo mondo poetico scritto in punta di piedi. Se mi permetti, ti faccio un'ultima domanda, riguarda la scelta personalissima di non pubblicare il disco su nessuna piattaforma digitale. Da feticista del disco, da cultore dei libretti, non posso che condividerla, però vorrei sentire il tuo parere, anzi, aggiungo un ulteriore step: non hai pensato alla realizzazione di una versione in vinile?

Ho pensato di non pubblicare il disco sulle piattaforme digitali, contrariamente al resto di tutta la mia produzione discografica, per dare un piccolo segno di discontinuità al conformismo che impera e che sta generando una pigrizia diffusa insopportabile. Non è un disco da consumare, è un disco da sorseggiare come un vino da meditazione. Io ci ho messo quel tipo di amore lì. Come se fossi, appunto, un produttore di vino che recupera un vitigno autoctono che sembrava perduto, lo recupera e lo coltiva con le attenzioni del caso e poi decide di vendere le bottiglie al di fuori della grande distribuzione organizzata, possiamo metterla così. E’ una scelta di coerenza verso lo spirito dell’album che, come dicevo prima, è un piccolo manifesto controcorrente che riguarda la nobile arte del combattimento, la BOXE. Il vinile uscirà in primavera e devo ringraziare la IRD e Maremmano Records, insieme Simone Veronelli e Paolo Pieretto, che mi hanno accolto e che hanno condiviso lo spirito di questo album. L’idea è stata loro, hanno anticipato e reso possibile un piccolo sogno.