Dal 27 settembre, su tutte le piattaforme digitali e su
Youtube, è disponibile Hotel Bella Italia di Marco Ongaro, singolo prodotto da Gandalf
Boschini per l’etichetta D’autore/AzzurraMusic, la versione italiana di Hotel
California degli Eagles, canzone che nel 1977 riscosse un successo planetario
nella rappresentazione disillusa delle generazioni rock che registravano il
crollo dei sogni libertari e pacifisti del decennio precedente, incuriosito da
questa scelta dell’autore ho voluto intervistarlo.
Venerdì 27 settembre è uscito Hotel Bella Italia, un
nuovo singolo, prodotto da Gandalf Boschini per l’etichetta D’Autore/Azzurra
Music, ancora una volta si tratta di una traduzione ma questa volta non da
Leonard Cohen bensì dagli Eagles, perché l’originale non è che la celeberrima Hotel California. Si può dire che
abbiamo uno spostamento geografico cui segue, in un certo senso, anche uno
spostamento temporale?
Certo che sì. Quando
ho sentito l’impulso di tradurla mi interessava innanzitutto il senso del
testo: questa visione gotica della realtà, un po’ tra il film horror anni
Ottanta e una distopia da realtà parallela, inspiegabile eppure così vicina a
noi. Volevo che chi non ha dimestichezza con l’inglese cantato potesse capire
al volo la canzone, questo è sempre il primo movente delle mie traduzioni. Nel
tradurla mi sono reso conto che non avrei potuto lasciarla in California, uno
stato che ci dice poco, in una nazione da cui ci separa un oceano. È stata
l’universalità del tema a convincermi che dovevo avvicinare l’ambientazione
alla nostra posizione geografica. Niente di esotico se non il significato
intimo, imprendibile. Nel farla venire in Italia, mi sono reso conto che il
brano uscito l’8 dicembre del 1976 subiva un’improvvisa attualizzazione. I
fisici lo sanno che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi.
Il video che accompagna il singolo, per altro molto
bello, è nato da una tua idea o del tuo produttore? Dove è stato girato per
l’esattezza?
La sceneggiatura
del video è del videomaker Oscar Serio. L’idea di girarlo è stata di Gandalf
Boschini, l’idea di tradurre la canzone è stata mia. Un pomeriggio andando nel
mio studio canticchiavo la canzone degli Eagles, avevo voglia di impadronirmene
meglio, la sentivo vicina ma non abbastanza. Mi è successa la stessa cosa con La canzone dello straniero di Cohen, un
brano che mi canticchiavo da trent’anni nella testa e che ho sentito a un certo
punto fosse arrivata l’ora di cogliere completamente. Quando mi capita questo,
di solito traduco la canzone per cantarmela in italiano. Il video è stato
girato a Verona, tra le colline soprastanti e il Due Torri Hotel, un rinomato
cinque stelle.
Pur avendo visto più volte il video, non tutto m’è
chiaro, ma la stessa ambiguità o per lo meno molteplicità di interpretazioni
possibili, appartiene anche al testo, sia nella versione originale inglese, sia in
questa tua traduzione e attualizzazione. E' forse nascosta qui la chiave di
lettura di questo grandissimo successo mondiale?
L’ambiguità, a dir
poco, del testo è il segreto della sua longevità, unita a un giro di accordi
avvolgente e magnetico. Il video, con l’interpretazione di Jesusleny Gomes,
offre un’ulteriore chiave di lettura, che non intendo analizzare per lo
spettatore. Amo pensare che questi differenti stimoli di senso arricchiscano l’insieme.
Non mi piacciono le cose troppo spiegate. Chi ascolta la canzone e vede il
video è esposto a un fascio di impressioni sufficientemente denso. Può capire quello
che volevano dire gli Eagles, più quello che volevo dire io attraverso il loro
testo, più quello che la musica evoca nella mia versione evocata dalla loro, il
tutto shakerato nelle immagini di un piccolo film che segue gli schemi del
thriller.Ne ho fatto un singoloperché
era già così intensamente significante da non tollerare alcuna compagnia.
Tradurre è per te anche tradire? Quanto hai tradito in
questo caso specifico l’originale?
Tradire è una
necessità per rendere al meglio il senso ultimo di un testo straniero. Ciascuna
lingua sopporta solo se stessa, le si deve dunque pagare un pedaggio doganale a
ogni passaggio. Solo nel ritornello ho operato una scelta discostandomi
dall’originale, portando in Italia quanto si trovava in California, o in Baja
California, Messico. Ho arricchito lievemente anche la ridondanza originale sul
bell’aspetto dell’hotel rimarcandone invece la categoria, cinque stelle
appunto. Il resto è di una fedeltà al di sopra di ogni sospetto. Anche quando
porto la Mercedes verso la Porsche, lo faccio solo per aderire a doppi sensi
erotici presenti nel gergo dell’originale. Le gemme della cannabis, colitas, diventano sbuffi di marijuana,
il paradiso diventa “cielo in una stanza”, altro avvicinamento alla cultura
italica che offre in più la connotazione del bordello. Insomma, ho fatto il mio
porco lavoro.
Concludo con una domanda che vuol essere una battuta, in Menelao la bella Jesusleny Gomes giocava
a sedurti, qui la vediamo in dolce attesa e con una bella pancia, nel prossimo
singolo ti vedremo cantare una dolce ninna nanna?
Lascia che ti dica
che non sono il padre, anche se il bambino si chiamerà Marco. Non c’entro
proprio. Ma il progetto del prossimo video con il neonato è già stato suggerito
dall’amica Jesusleny, cui non manca certo il dono dell’ironia. Omnia munda mundis.
Il 7 maggio, al Blue Note di Milano c’è stato un bel sold out, che ha
visto protagonisti il cantautore milanese Folco Orselli ed il trombettista jazz
argentino Pepe Ragonese. Al centro della serata le canzoni di Folco Orselli, partendo
dal suo primo lavoro discografico “La stirpe di Caino” fino al suo nuovo album “Blues
in MI vol.1”, una ghiotta occasione per intervistarlo.
Il 7 maggio, accanto al trombettista jazz e amico di sempre Pepe
Ragonese, hai letteralmente riempito il Blue Note di Milano. Che cosa hai
provato a stare su quel palco, davanti ad un pubblico così entusiasta?
E’ stato molto appagante, stare
davanti a tutta quella gente, in un luogo con un’acustica perfetta, io e Pepe
Ragonese, in duo, con tutta la nostra passata storia musicale da rivivere
insieme, con tutte le sfumature “sensibili” a disposizione, la possibilità di
sussurrare parole e note, di arrivare al cuore delle canzoni e delle persone
attraversando e sfondando la distanza attraverso le mie canzoni, i miei
aneddoti, le note calde di Pepe e avvalendomi di quel modo di fare
intrattenimento, che mi è sempre piaciuto molto. Ora torno ai piccoli club,
comunque, dove ogni sera è una sfida, dove a volte non ti conosce nessuno e
devi portare a casa la pelle musicale … è divertente anche questo, anche se è
molto più faticoso, ma di questi tempi è davvero necessario.
In quella serata hai ripercorso la tua carriera artistica proponendo
alcuni dei pezzi che hanno segnato maggiormente il tuo percorso discografico,
tra questi cito il funky di MilanoBabilonia,
La ballata del Paolone, L’amore ci sorprende, la sempre amata Bellocchio, fino ad anticipare il
divenire. Proprio in chiusura, hai proposto un bellissimo inedito dedicato alle
Varesine, un pezzo di storia milanese che ignoravo e che mi ha letteralmente
commosso, soprattutto con quei versi finali dedicati alla tua Milano “meno male
che se guardo in fondo agli occhi tuoi vedo che sei ancora tu la mia città”.
Quanto sei legato a Milano?
Milano è il convitato dì asfalto
di tutte le mie canzoni. E’ la mia città, che cambia ogni dieci anni, come me,
come noi. Continuo a guardarla e a farmi affascinare da quella segreta grazia
tutta femminile. L’ho già detto mille volte, per me Milano è femmina, madre e
amante. M’ispira ecco, come una musa. Le
Varesine è un inedito che spero di riuscire a registrare per Blues in MI
vol. 2. Sono cresciuto in zona Stazione Centrale e il Luna Park “permanente”
delle Varesine è stato il mio spaccato sul surreale, sulla visione crepuscolare
poetica, sulla solitudine delle giostre che tanto mi ha assomigliato nei miei
dieci anni, ero un bambino vivace ma aperto alla malinconia e quel luogo mi ha
insegnato tanto. Ci andavo durante la settimana, quando non c’era nessuno e mi
riempivo di sensazioni, di odori, di avventura. Poi l’abbiamo visto stingersi
negli anni, dalla pioggia e dal tempo. Poi alcuni anni d’immobilità assoluta, un’allegoria
di luce e colore in una metropoli ferma, gli anni ’80-metà ’90 e poi le hanno
smantellate. Mi piace questa canzone, mi fa tornare a quelle sensazioni. Magia e
mistero della musica.
Credo sia però giunto il momento di parlare del tuo nuovo disco, che
già nel titolo Blues in MI evoca il
tuo legame con il blues e con Milano. Il disco è stato preceduto dal
divertentissimo video di una delle canzoni più belle, Paolo Sarpi Blues, com’è nata questa canzone? Com’è stata
sviluppata l’idea del video? Anche in questo caso, come racconti spesso, ti sei
ispirato al tuo vissuto?
Venivo da un periodo
creativamente difficile, non trovavo stimoli che mi mettessero in moto, che mi
facessero dedicare alla scrittura con entusiasmo. Non sono un mestierante, non
scrivo se non ne ho voglia, le canzoni scritte per forza fanno mediamente
schifo, le canzoni devono raggiungerti, anche se sei distratto, devono essere
equipaggiate di qualcosa di urgente che non sento nel 90% delle cose che
ascolto. Ho passato una vita sulle sponde di un fiume fiorito d’idee e d’ispirazione
e voglio continuare a muovermi su quella sponda. Pensavo di essere arrivato
alla foce e poteva anche starci. Poi ho sconfitto questa paranoia affrontandola
e guardandola dritta in faccia. Si è dileguata e la mia risata, nel vedere
questa vile angoscia che mi pervadeva, sciogliersi davanti a me, mi ha fatto
scrivere le ventuno canzoni che andranno a finire nei due Blues in MI. Paolo Sarpi Blues fa parte di questa
risata. Avevo voglia di un sound rhythm and blues, con i fiati, l’Hammond e,
con il mio pard artistico di ormai quattro dischi, Enzo Messina, abbiamo
confezionato questo bel groove. Era tempo che avevo voglia di scrivere una
canzone in milanese, che poi è legnanese giacché i miei nonni erano di li. Il
video è stato una collaborazione con i ragazzi de Il Terzo Segreto Di Satira
con i quali ho messo a fuoco delle idee che avevo sulla sceneggiatura della
storia e che volevo, appunto, divertente. Penso che si sia riuscito
nell’intento. Il pezzo dal punto di vista testuale rientra in quella mia
ricerca su Milano e sulla sua composizione sociale e multiculturale, vera sfida
dei prossimi anni. La comunità cinese mi ha sempre affascinato, è dal ‘500 che
sono a Milano, città da sempre votata al commercio come i cinesi appunto. Se
poi questa è un’esperienza personale, beh … non te lo dico.
A proposito di vissuto, non posso non chiederti di Como e carne, sia perché sono di Como sia perché è una canzone che
trasuda “libidine”…
La gran parte delle canzoni che
scrivo ha qualcosa di vissuto. Le canzoni che portano con sé una storia vera, o
in parte vera, sono molto più convincenti. Non so dirti perché, ma quando le
canto in pubblico, passa qualcosa che l’opera di pura fantasia, per quanto
cantata in modo convinto, non passa. Como
e Carne contiene qualcosa di vero e qualcosa di aggiunto. Le cose vere si
capiscono quali sono secondo me…
C’è una canzone, Pericolosamente
retroattivo, che sembra essere quasi il seguito di quel “j’accuse” che è
stato La stirpe di Caino, sono passati tanti anni ma la rabbia è rimasta viva?
Guarda, rabbia è una parola che
non mi appartiene. Di questi tempi poi mi sembra sia diventata il cibo di chi
non usa bene il cervello oppure la benzina dell’ignoranza, quindi preferisco
evitarla. Il mestiere dell’artista è complicato, si ha a che fare con le
proprie aspirazioni, molto spesso frustrate, e quindi si rischia di confondere
la determinazione nel restare in piedi con qualcosa di simile alla rabbia. Non
è così. Almeno per me. E poi quando inveivo dalle pagine de La stirpe di Caino non immaginavo che si
potesse arrivare così in basso, parlo dal punto di vista produttivo musicale.
La discografia si vergogna di se stessa, hanno abdicato al loro ruolo, sono dei
falliti. Hanno fallito la loro missione: proporre l’arte e gli artisti alla
gente, avere il privilegio di capirli, di produrli e di promuoverli. Ora vivono
nella tirannia della domanda, non decidono più nulla, si limitano a produrre
quello che la rete, con le visualizzazioni, impone loro. Pericolosamente
Retroattivo è un dialogo con il tempo e con lo specchio che questa gente non è
minimamente in grado nemmeno di capire.
Nel disco ci sono un paio di canzoni, Lo Scaldabagno e Quel che
resta di te, in cui hai collaborato con due amici di vecchia data,
rispettivamente Claudio Sanfilippo e Flavio Pirini, due cui l’ironia certo non
difetta. Come sono nate queste due canzoni, stilisticamente così diverse fra
loro, ma altrettanto affascinanti?
Claudio e Flavio sono, oltre a
due grandi amici, anche due formidabili scrittori di canzoni. Hanno il blues
nello scrivere, nel far suonare le parole. E’ una questione molto importante
per me il come le parole suonino. Loro le sanno far suonare come piace a me,
quel modo che non ha niente a che invidiare con il suono della lingua inglese,
notoriamente ottima per scrivere canzoni e parole. Nel caso di Claudio, avevo
questo pezzo in finto inglese che avevo intitolato provvisoriamente “Kiss from
the Boyou”, il lungo fiume che bagna New Orleans si chiama Boyou. Non riuscivo
a uscirne finché una notte che eravamo finiti insieme a un baracchino, tra una
birra e l’altra, mi è venuto in mente di proporgli di scrivere lui il testo e
così, a caso, ho buttato li: “Potrebbe intitolarsi lo scaldabagno!”. Lui ha
raccolto e un paio di giorni dopo mi ha mandato il testo completo. Formidabile!
Con Flavio invece abbiamo adottato un altro metodo, sempre su una canzone in
finto inglese abbiamo scritto una strofa a testa a distanza. Lui me ne mandava
una ed io proseguivo con un altra e gliela rimandavo e lui continuava. Fino a
quando il testo non è stato completo. L’unica cosa che sapevamo era che avrebbe
dovuto parlare di uno che sparisce e nessuno sa più, dove si sia cacciato.
Il disco si apre con La gente un pezzo funky molto trascinante,
uno sguardo impietoso sul mondo circostante, un fiume di versi in piena,
potrebbe essere la tua Quelli che? E
non solo per quel “cosa significa quando ascolti Jannacci e sei Biagio
Antonacci”.
La gente l’ha scritto il mio inconscio. Ho sognato un mio grande
amico, Sergio Cocchi un musicista con cui ho suonato per una vita e con cui
suono ancora, che mi faceva ascoltare questo pezzo in uno studio, su un
registratore a cassetta. La prima frase del pezzo è proprio quello che ho
sentito nel sogno “Cosa significa, fare parte di un giro, cosa significa, fare
parte di un coro”. Mi sono svegliato e l’ho appuntata sul registratore del
telefono. Solo che non riuscivo più a dormire, perché mi arrivavano
continuamente altre frasi in testa. Continuavo ad accendere il telefono e a
registrare queste frasi. La mattina dopo mi sono reso conto che erano
tantissime e non ho fatto altro che copiarle e metterci sotto la musica che ho
sentito nel sogno che era molto semplice ma efficace.
Citazioni. Nel disco citi, nel bene o nel male, lascio a te dirlo, non
solo Jannacci ma anche Vinicio Capossela “con sotto quella musica italiana del
Capossela con la banda indiana che balla il bagaloo” in Bicchierate e persino Freddy Mercury “ti son venuti anche i dentoni
come il cantante dei Queen” in Oh Marleen.
Ce n’è per tutti?
Sì, mi sono divertito a citare
qualcuno. Ci sono anche citazioni sonore: Santana. Mark Knopfler, Dr John.
Capossela ogni tanto lo canzono un po’ perché devo restituirgli tutte le menate
che mi hanno fatto negli anni dicendo che lo imitavo. Anche se naturalmente lui
non c’entra nulla. Ora spero l’abbiano piantata: io suono il blues!
C’è una canzone Buio (storia di
una strega) che non può non lasciare turbati per il tema trattato,
purtroppo sempre attuale. Racconta di una storia in particolare, magari legata
a Milano?
Racconta di quanto il potere,
lungo tutti i tempi, utilizzi l’ignoranza della gente per conservare se stesso.
In passato la “santa” inquisizione utilizzava lo spauracchio del demonio per
imporre il suo dominio sulla gente, in questo caso racconto di un rogo in
piazza Vetra in cui parecchie giovani donne furono bruciate vive in nome della
Chiesa, agitando la paura del demonio. Ora agitano altre paure, non bruciano
più la gente ma utilizzano la stessa ignoranza facendo credere, a chi ci casca,
che esistono delle minacce esterne che mettono in pericolo la nostra esistenza
come popolo. Se il popolo è quello che crede in queste baggianate, queste armi
di distrazione di massa come dice qualcuno; bene spero proprio che qualcuno
venga a diluirci demograficamente, non ci potrebbe che fare del bene.
Sai che starei ore a fare domande sulle tue canzoni però voglio
lasciare a chi legge il desiderio di scoprire le altre tracce del disco che,
essendo un vol. 1 suppongo avrà un seguito … Già scritto, solo progettato?
Com’è lo stato dei lavori?
Ho già registrato nella prima
sessione otto pezzi che saranno integrati da altri cinque o sei che scriverò
per il progetto sulle periferie “Blues in MI: periferia identità di Milano”, al
quale sto alacremente lavorando, e che vedrà la luce nel 2020. Inserirò il
brano Le Varesine e altre canzoni su
altre zone di Milano, per lo più periferie. Sto completando piano piano un
lavoro di toponomastica musicale sulla città.
Ci sono altri due aspetti che vorrei toccare, il primo è come poter
acquistare il disco. So che hai scelto, di fatto, di non distribuirlo se non
attraverso i concerti? Perché questa scelta?
Perché è più comodo per tutti.
Perché i negozi ormai sono virtuali, Se qualcuno vuole un mio disco lo può
chiedere a me ed io glielo spedisco. Perché bisogna andare a vedere i concerti
e mettere il naso oltre lo schermo del computer o del telefono, altrimenti
alleveremo generazioni cui non interessa più esibirsi dal vivo, che non sanno
più suonare degli strumenti musicali, stare su un palco, alleveremo gente che
considera inutile il Live, quindi, andateci ai concerti. Partecipate, che la
libertà non è star sopra un albero come cantava qualcuno…
Secondo aspetto, l’attività live. Dopo il grande successo del Blue
Note, stai portando avanti un tour dal titolo “Blues to you”, di che si tratta?
Si tratta di un tour nelle case e
nei giardini di chi mi vuole ospitare, la storia di Maometto e della montagna.
E’ talmente necessario che la musica dal vivo torni nelle nostre abitudini che
vengo io a casa vostra, vi faccio un concerto privato. Sta molto funzionando e
sono contento. Per info agents@folcoorselli.com
Vorrei chiudere, in fine, con le parole di stima nei tuoi confronti spese
non da me, ma da un amico comune, il cantautore Federico Sirianni che di te ha
detto che sei uno dei migliori scrittori in assoluto di canzoni d’amore. Con
questo disco hai voluto smentirlo? In fondo non c’è una vera e propria canzone
d’amore, in senso classico, o forse lo è Bicchierate
con quei versi finali “bicchierate commesse con le analisi sbagliate tua moglie
ti farà delle menate ma forse quando torni dorme già” più di tante canzoni
piene di sdolcinate parole, esprime l’amore vero, quello di tutti i giorni,
quello che sopravvive dopo tanti anni?
Il mio amico Federico Sirianni mi
conosce bene, e sa che sono un fottuto romantico. In questo disco non ho mai
parlato tanto d’amore! L’amore per la vita! La vita del musicista,
dell’artista, costretto a rimanere in piedi al vento, alla burrasca culturale
che stiamo vivendo. Sono tempi di resistenza questi e cosa c’è di più amorevole
di combattere per qualcosa in cui credi? Ad maiora.
Il titolo che ho voluto dare a questa intervista a Giacomo Lariccia,
giovane cantautore che ha letteralmente trovato la sua America in Europa, basti
pensare che ha già all’attivo due suoi dischi tra i finalisti per le Targhe
Tenco, unisce scherzosamente il titolo del video SENZA FARCI DEL MALE, appena
pubblicato per l’etichetta indipendente belga Cello Label e il titolo del suo
ultimo album RICOSTRUIRE, pubblicato nel 2017 da Avventura in Musica. Il video
è stato diretto, filmato, montato da Marco Locurcio, che ne è anche il
produttore e vede protagonisti gli attori Federica Rizzo, Federico Lazzari,
Bruno Gonzales. Ho colto l’occasione per fare un po’ il punto della situazione
sulla sua attività musicale.
E’ appena uscito il video SENZA FARCI DEL MALE per l'etichetta
indipendente Cello Label, il video è nuovissimo, mentre la canzone, invece, è
una delle più belle del tuo ultimo album RICOSTRUIRE uscito nel 2017. Come mai
questa scelta? Per segnare in modo tangibile il passaggio alla nuova etichetta?
Da quando è uscito il disco
RICOSTRUIRE avevo ben chiaro in testa che sarebbe stato un lavoro al quale
bisognava dare l'opportunità di giocare tutte le carte. Diverse canzoni di
Ricostruire meritano, secondo me, più attenzione di quella che sono state in
grado di ottenere fino ad ora. Un modo per accendere i riflettori su una
canzone oggi è il videoclip. Un accompagnamento in immagini che può riuscire
anche a dare un senso ulteriore alla canzone. Ho sentito dire che il ciclo di
vita di un disco sia di due anni: trovo che questo ritmo rischi di essere
esagerato e addirittura sfiorare il consumismo, una sorta di bulimia culturale.
Soprattutto per delle produzioni artigianali come quella di cui faccio parte,
questo ritmo non è sempre sostenibile. Tutto ciò mi era ben chiaro dal primo
momento di vita di Ricostruire: dalla scelta dei primi videoclip (un brano suonato
live – Ricostruire – e una ballad – Quanta strada -impreziosita dalla poesia delle immagini di
Benedetta Mucchi) sapevo che Ricostruire sarebbe durato a lungo. Come bene
affermi tu, nella scelta di riproporre un brano del disco Ricostruire, c'è
stato anche una riflessione fatta con la Cello Label, una giovane ma dinamica
label con i piedi a Bruxelles e le radici in Italia. È stato un felice incontro
di questi ultimi mesi. Con loro stiamo facendo progetti via via più importanti
e credo di aver trovato un valido alleato per varcare le Alpi e incontrare il
pubblico italiano. Sono sempre stato sorpreso dal fatto di ricevere più
concerti e riconoscimenti in Francia e Belgio piuttosto che in Italia. Sono
molto soddisfatto di questo videoclip che è stato prodotto da Marco Locurcio
con il quale collabora ormai da quasi due lustri. Oltre alla storia di due
persone che si amano, litigano, si riappacificano - insomma, vivono - c'è anche
un simbolo forte che è quello dell'orologio. L'orologio rappresenta, ovviamente,
il tempo che passa, che logora le nostre vite e le nostre relazioni e anche un
oggetto che, come succede alle nostre vite stanche, rischia di fermarsi, di
rompersi. La seconda storia raccontata dal videoclip, magari quella più
difficile da percepire, è quella di qualcuno che in solitudine, al buio, cerca
di riparare quello che si era rotto, e alla fine ci riesce. Il tempo riprende a
battere, le lancette si muovono, la vita riprende.
Cover singolo SENZA FARCI DEL MALE
Una cosa che mi ha colpito, di questo singolo, è la copertina che gli
hai voluto dare, è molto vintage, ricorda molto i dischi della RCA Lineatre,
quasi che il tempo si fosse fermato ... In fondo quella serie di dischi era
stata concepita dalla RCA per poter fornire ai fruitori raccolte di brani più
economiche, la tua scelta ha un legame con la crisi infinita di questi tempi?
A dir la verità l’elemento della
crisi non è entrato nella mia scelta della copertina. Ero talmente affascinato
da quei colori, da quella grafica che d’istinto ho chiesto al grafico di farne
una simile. Mi divertiva molto fare una citazione delle copertine che giravano
in casa mia quando ero piccolo. Forse, inconsciamente, c’è anche il desiderio
di collegarsi ad una storia, quella della canzone d’autore, di entrare in
quella scia. Un senso di appartenenza. Forse è quello che, senza volerlo, mi ha
inconsciamente guidato nella scelta.
So che tu Giacomo vivi ormai stabilmente da qualche anno a Bruxelles,
come percepisci da lì la situazione della canzone d'autore italiana e più in
generale dell'Italia, c'è un futuro per entrambe?
La verità è che non ascolto molta
canzone italiana per diverse ragioni. La più importante di queste è che non voglio
in nessun modo essere influenzato da ciò che già esiste. So che ci sono tanti,
tantissimi bravi cantautori conosciuti e meno conosciuti che costituiscono
quindi il presente e il futuro della canzone d'autore italiana. Il futuro
dell'Italia sarebbe un discorso troppo lungo da affrontare. Anche quello
dell'Europa che è un continente che non mi sembra avere più tanta spinta
innovativa e culturale.
Il futuro di Giacomo Lariccia? C'è già qualcosa che bolle in pentola?
Nel prossimo futuro, nei prossimi
mesi, voglio continuare a proporre Ricostruire in Francia, Belgio e in Italia e
far sì che la collaborazione con la Cello Label porti tanti frutti. Per il
futuro più remoto ancora non so. Ma so che continuerà ad esserci tanta musica.
Marco Ongaro è un cantautore, poeta e scrittore italiano, nonché autore
teatrale e librettista d'opera. Nella sua pagina di wikipedia campeggia questa
sua citazione: «Quale direzione prendere? E quando? La scelta è chiara: entrambe,
sempre» tratta dal suo saggio Psicovita di Niki de Saint Phalle. L’ho voluta
riportare qui, giusto per definirne la complessità. A due anni esatti dal suo ultimo
disco Voce, (2016 - D'autore/Azzurra Music), ecco arrivare un nuovo progetto
dal titolo Il fantasma baciatore (2018 - D'autore/Azzurra Music). Ce ne parla
approfonditamente in questa intervista.
Cover cd IL FANTASMA BACIATORE
Sarà la mia passione per la fotografia ma sempre, guardando la
copertina di un disco, mi domando perché sia stata studiata così, allora ti
esprimo subito alcune mie curiosità. La dominante blu notte evoca per caso una
natura più notturna delle canzoni di questo nuovo lavoro? L'immagine di te che
suoni il pianoforte è ripresa allo specchio, c'è forse un gesto narcisistico
dell'autore, un compiacimento del livello di maturità stilistica e
contenutistico raggiunto in questo ultimo disco? Quanto c'è di te in quel Fantasma baciatore che sembra essere
l'anello mancante dopo il Salvatore delle
donne tristi e Il sostegno alle
massaie?
Lo specchio in realtà è quello del piano, la mia immagine è
riflessa nel mio pianoforte mentre lo suono, cosa avvenuta nell'album
precedente, Voce, ma non in questo, dove ad accompagnarmi ci
sono fior di musicisti e le canzoni sono state tutte scritte alla chitarra. Ma
poco importa, giacché il Fantasma è un doppio, viene dall'altra dimensione,
quella speculare, visibile ma intangibile. Se tocchi la superficie del
pianoforte in corrispondenza della mia testa non senti la mia carne, senti la
lacca dello strumento. Se tocchi la copertina senti la carta. Lo
specchio era nero come la lacca del piano. Virarlo in blu è stratagemma
unificante che dalla notte coglie l'aspetto fantasmatico dei sogni quanto dei
desideri. La mano in primo piano è quella dell'autore che suona il piano, ma
l'autore nel disco non lo suona, dunque è l'immagine di un'immagine
ectoplasmatica come qualunque copertina in fondo si riduce a essere. In questo
caso la mise en abyme era troppo invitante per resistere: il
fantasma è là, dentro al pianoforte, è pura immagine. Lo si può intravvedere,
ma soprattutto sentire (con l'ascolto). Il Fantasma baciatore è
l'evoluzione naturale del personaggio creato con Il Salvatore delle
donne tristi, che già derivava dal Landru di Archivio
Postumia e si proiettava nel Sostegno delle massaie di Canzoni
per adulti. Nessuna opera è compiuta, questo permette all'artista di
continuarla finché vive, pescando dai propri discorsi per continuare la narrazione.
Il Sostegno delle massaie collocava il Salvatore nell'ambito
della prestazione sindacalmente inquadrata. Il Fantasma baciatore entra
in una dimensione parallela, impalpabile, una presenza senza pretese, un aiuto
forse immaginato, una speranza oltre l'incorporeità internettiana.
Nel rispondermi hai citato
ben quattro tue canzoni, percorrendo circa vent'anni di canzoni (perché quel
gioiello di Archivio Postumia è stato pubblicato nel 2005 ma
nasce nel 1990, da due lavori distinti, a dire il vero). Spesso le canzoni di
valore attraversano indenni il passare del tempo, anche quando sono solo degli
abbozzi, mi riferisco a Star Strek, il brano che chiude il disco,
di cui vorrei parlassi per primo, per sovvertire l'ordine delle cose ma
soprattutto perché personalmente mi ha commosso da subito, uno di quei brani
che ti si infilano subito sotto pelle, risalgono al cuore e allora sono guai...
Non te ne liberi più.
La canzone nasce dalla semplicità di una poesia catalogo, la
forma più elementare di poesia che però in buone mani può sortire effetti
sorprendenti, in questo caso le mani da cui l'ho presa, e rimaneggiata in sua
compagnia, sono quelle del poeta Nicola Saccomani, già frontman dei Ratatuja che
vinsero Arezzo Wavenel 1997. La sua umoristica desolazione, la
grottesca dignità dell'uomo sfiduciato eppure resiliente all'amore si è
unita nell'elenco alla mia ossessività per il dettaglio, puntando a creare in
effetti una sorta di correlativo oggettivo che esprime il clima da
smantellamento con cui il brano chiude il disco. La farmacia dell'ultima
strofa, pensata nella vita e nella testa di Saccomani, per me non è lontana da
quella in cui Mick Jagger incontra Mister Jimmy in You can't always get
what you want. Un'idea di benessere conservato al prezzo
dell'invasione degli alieni, il tempo sfasato dall'arredamento e
dall'equipaggio dei venditori di medicine: una non soluzione all'elenco di cose
presenti in casa a rappresentare quelle mancanti nella vita. Una non soluzione
è meglio di qualsiasi soluzione. Magari una soluzione al 70%.
Torniamo, se sei d'accordo,
al concetto che nessuna opera può dirsi mai compiuta per analizzare meglio due
canzoni Menelao e Paride, che chiudono il cerchio
ideale con Elena, canzone già inserita nel tuo penultimo
disco Voce. I personaggi di questa epica vicenda sono evidentemente
tre, come tre sono le canzoni, ma in fondo è sempre solo lei il vero soggetto,
il fulcro di tutto, sbaglio?
Non sbagli, è lei, Elena, l'unica, la regina che ha tutte le
colpe e niente a discolpa, quindi è innocente. Non ha neanche responsabilità
per la sua bellezza, che Gainsbourg definiva "la sola vendetta della
donne". I vari punti di vista vengono esaminati nelle tre canzoni, sebbene
quello di Elena, nella canzone eponima, sia osservato in terza persona. La
bellezza non può essere vista dal suo interno, nemmeno da colei che ne è
portatrice: per avvertirla ha bisogno di specchi, e comunque di vedersi da
fuori. Il marito Menelao ha osato troppo sposandola, la bellezza non si può
sposare se non a prezzo altissimo, e il rischio di svilirla è immenso. Paride
l'ha rapita, cioè l'ha fatta innamorare, vittima egli stesso di una bellezza
che comunque non può possedere. La bellezza fa infuriare e fa perdonare. Il
grande equivoco, quando c'è di mezzo la bellezza, è l'amore. Si può considerare
tale il desiderio di possedere la bellezza? Di tenerla per sé? O di conservarla
su di sé? La bellezza può essere una grande corruttrice, va trattata con
cautela, richiede un equilibrio da illuminati.
Abbiamo parlato di Menelao,
non posso non chiederti del video che è stato realizzato per promuovere il
brano, realizzato da un ottimo Oscar Serio con la straordinaria partecipazione
della splendida Jesusleny Gomes. Come mai nel realizzare un videoclip è stato
scelto proprio questo brano e com’è nata l'idea di realizzarlo così?
Ogni tanto sfrutto la fortuna di pubblicare per un'etichetta
discografica, Azzurramusic, che ha un fondatore e leader, Marco Rossi.
Nell'ascoltare il master per decidere la pubblicazione, gli ho chiesto due cose
che ci tenevo fosse lui a stabilire, è bello che qualcosa del proprio lavoro
sia deciso da qualcun altro. Un punto di vista esterno e professionale. Le due
questioni riguardavano il titolo dell'album, che lui ha scelto opportunamente
dalla terzultima traccia, e quale canzone fosse indicata per il video, da lui
individuata in Menelao. Sono stato d'accordo su entrambe le
scelte. La sceneggiatura del video è del suo realizzatore, Oscar Serio, con cui
già girammo a Parigi il clip di Essi vivono. Jesusleny Gomes è
un'amica imprenditrice che stimo molto. Ha fatto il cammino di Santiago da sola
due volte e l'anno scorso ha percorso a piedi il Veneto incontrando gente in tutti
i Comuni, un'impresa che la colloca tra le più interessanti figure integrate
nel panorama sociale italiano pur non avendone la cittadinanza. Bellissima
e molto spiritosa, già si era appassionata alla canzone Elena del
precedente cd, nella quale un po' civettuola si riconosce. Il suo
senso dell'umorismo le ha permesso di interpretare l'Elena della mia Menelao con la
giusta dose di ironia. I suoi trascorsi di modella si sono riaccesi per un
attimo nel ruolo dell'irresistibile cui il marito resiste. Non ho sbagliato a
chiedere a lei: in questa pantomima che rievoca un po' le scaramucce alla
Mondaini/Vianello, ha dosato una perfetta miscela di squisitezza, innocenza e
nonchalance.
Le donne, ancora una
volta, sono le grandi protagoniste delle tue canzoni, che si tratti delle
amanti desiderate e amate "Anche se rispetto ad altre arrivano
seconde" o di donne quasi ossequiosamente dipendenti dall'uomo, che
ostenta sicurezza sapendo che "Non le importano i divi le scarpe il paté A
lei importa soltanto di me". Certe donne si amano e Non
le importa, le due canzoni che aprono il disco, come sono nate? Quanto
attingono al proprio vissuto?
Va sempre tenuto conto dell'ironia, soprattutto nel
caso del secondo brano.
Come spiego nelle note di copertina, il testo di Non
le importa prende spunto da My Baby Just Cares for Me,
brano del 1930 di Gus Kahn su musica di Walter Donaldson, ascoltato
nella toilette di un ristorante a Montparnasse nella versione di Frank Sinatra.
Il ritratto in terza persona di una donna da parte di un osservatore
esterno mi ha rimandato automaticamente nell'immaginario a She belongs
to me di Bob Dylan. In quella canzone però lei era speciale e
distaccata, imprendibile e artistica, qui invece più che una descrizione della
donna c'è una descrizione bidimensionale del protagonista che la canta.
Convinto un po' come l'eroe di Non è Francesca di Mogol che
lei viva per lui, non con la stessa disperazione sommersa ma con un attacco di
maniacalità non meno grave, il protagonista se la racconta un po' e non sapremo
mai se effettivamente le cose stanno come lui dice. L'insistenza
sull'assolutezza di quell'amore univoco pone riserve istantanee con un tono che
a me suscita ilarità, allegria. È bello essere del tutto convinti di
qualcosa, è già un premio. In Certe donne si amano l'ironia
c'è ma in misura ridotta. Il problema della donna che arriva cronologicamente
prima di un'altra e per questo dovrebbe vedersi dedicato tutto l'amore per
sempre è questione in cui già s'ingamberava Molière nel suo Don Giovanni. Vale
per le donne come per gli uomini: non esiste soluzione alle scelte in amore,
per questo ho messo all'inizio questa canzone. Si sbaglia sempre comunque e
l'errore potrebbe portare fortuna. C'è una lista infinita di possibilità
lasciate inesplorate, e a esse il brano è dedicato. Quanto attingono al mio
vissuto? Basta pensare una cosa e diventa parte del proprio vissuto. Nella vita
ci sono più pensieri che azioni. Anche se sono sempre un po' gli stessi, come
peraltro le azioni.
Ci sono altri elementi
che ricorrono ormai sempre più frequentemente nei tuoi dischi e che apprezzo
molto, data la mia poca dimestichezza con la lingua inglese, sono le traduzioni
di canzoni di altri, ancora una volta c'è l'amato Cohen con la sua famosa The
stranger song qui diventata La canzone dello straniero, troviamo Simpathy
for the devil dei Rolling Stones che si trasforma in Comprensione
per il diavolo e infine i Dire Straits con la loro Romeo and
Juliet, qui Romeo e Giulietta. Quest'ultima traduzione credo
sia stata quasi una conseguenza logica dopo tante tue attività legate al
capolavoro shakespeariano, ma forse anche la più difficile da rendere in
italiano oppure quale tra le tre è stata la più ardua? Quale quella che ti ha
lasciato più soddisfatto?
Sono tre storie diverse e questo è il bello. Comprensione
per il diavolo è un atto d'amore per i Rolling Stones e per una delle
loro canzoni più efficaci. Non facile da tradurre per la ritmica serrata e il
numero di tronche che la lingua inglese permette e l'italiano mal sopporta. Il
trucco è essere fedeli allo spirito sfuggendo alla letteralità, richiede
innanzitutto una buona comprensione del testo che si va ad adattare. Se lo si è
ben interpretato, poi le parole giuste vengono. Insegno songwriting al
CSM College di Verona, e l'esperienza mi ha mostrato che chiunque abbia gli
strumenti tecnici indispensabili, partendo dallo stesso testo, se l'ha ben capito,
trova un'infinità di soluzioni individuali per tradurlo restando fedele a
quello che dice l'originale. Ho fatto tradurre la Ballad of absent mare di Cohen ogni anno e ogni anno allievi
diversi hanno trovato diverse soluzioni per dire le stesse cose. Le possibilità
sono quasi infinite. La canzone dello straniero di Cohen, che
nel disco è suonata con maestria alla chitarra dall'amico Max Manfredi, è
quella che ha richiesto maggiore impegno a livello esegetico, uno sforzo
superiore in principio per decifrarne le nuance. Romeo e
Giulietta dei Dire Straits è il risultato di un compito che ho dato
alla mia classe di songwriting due anni fa. Non do mai un compito che io non
possa eseguire. Mentre loro lavorano, lavoro anch'io. Alla fine
ho integrato il mio testo con quello dell'allievo Michele Gelmini,
che aveva escogitato in alcuni punti delle soluzioni che ho ritenuto
migliori delle mie, e l'abbiamo firmato insieme. Un lavoro di bottega, come si
usava nel Rinascimento. Tutte e tre le traduzioni mi soddisfano, ciascuna per
queste differenti ragioni, la soddisfazione è pari alla fatica compiuta. Tutto
può essere tradotto, e ascoltare una canzone straniera comprendendone il senso
è un regalo che non voglio rinunciare a offrire a chi mi ascolta.
In un disco dove il rock
la fa da padrone c'è però spazio per una canzone più intimista come Irriconoscibile
al mattino, la si può definire la canzone dell'amore nonostante tutto,
nonostante la fatica, nonostante il tempo che passa?
È una canzone d'amore-passione, un sentimento che non
ha a che fare con il tempo, quanto invece con l'attimo che tutto trasfigura. La
passione che irrompe nella vita, se vogliamo, il pensiero speso per la persona
amata perché non si può fare diversamente, il pensiero è monopolizzato.
Quando si arriva tardi, dopo che sono passati altri, con gli altri ci si
misura. Si arriva per ultimi e si punta a essere i primi, si punta a restare.
Si spera di essere in grado di rimanere a dispetto dell'effimero intrinseco
nella passionalità del sentimento. Niente di facile nel voler durare laddove
l'attimo è ciò che maggiormente conta. Ciò che resta è il premio da conseguirsi
costantemente nel concorso mai vinto del tutto, un concorso con prove d'esame
continue, una lotta per essere sempre all'altezza unita al languore di
abbandonarsi al fatalismo. L'amore-passione è una brutta bestia che quando
manca fa sentire un vuoto e quando c'è riempie troppo.
Colgo l'occasione offertami dal
parlar di concorsi e premi per affrontare l'ultima canzone di cui non abbiamo
ancora parlato, Ciascuno ha il proprio festival, ironica
riflessione sui tanti premi concorsi festival esistenti in Italia, i rancori
per le esclusioni e magari il desiderio di rifarsi a proprio modo... Sai che i
versi "Pagatemi e non vengo / Pagatemi e ci sono" mi ricordano un
po' la morettiana questione: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in
disparte o se non vengo per niente?” Un domani ci sarà un tuo festival?
È vero, l'esempio di Moretti è incistato
nell'archetipo dell'individuo che non sa come emergere con le proprie forze in
un contesto sociale competitivo sebbene ludico. Invitati alle feste o invitati
ai Festival, cambia poco. Una questione di visibilità. Essere ignorati è la
cosa che pesa di più, per cui i festival proliferano, e sono interessanti a mio
avviso soprattutto i direttori artistici, che nei festival trovano la loro
visibilità tirannica, e i Patron, che nella fondazione di raduni su materie in
cui talvolta non eccellono ottengono finalmente un riscontro a velleità in
passato deluse. Uno non sa scrivere canzoni e fa un festival canoro, oppure sa
scriverle ma non ha successo, e si fa il suo festival dove invita artisti di
maggiore successo con una sorta di vampirismo bonario, il
"positioning" che favorisce un'effimera illusione di luminosità
personale. Trattasi spesso di riflessi che si spengono insieme ai riflettori.
Non ho un mio festival e spero nessuno ne inventi uno a mio nome dopo la mia
morte. Ma quanto della volpe e l'uva c'è in un'invettiva? Ciascuno ha
il proprio festival in fondo, ridacchiando un po', è la mia Avvelenata.
Credo che ogni opera
musicale sia fatta per essere rappresentata soprattutto dal vivo, questo nuovo
disco, a differenza del precedente Voce non è però nato per
sola voce e chitarra, ma è nato con sonorità rock e per essere suonato da una
bella band, una bella sfida direi. Ci sarà la possibilità di ascoltarti in
concerto o dobbiamo lanciare un appello?
I dischi in studio sono fatti per vivere come dischi
in studio, secondo me. La ripetizione pedissequa dal vivo, quella in cui mai
incorre Dylan per esempio, è atto feticistico più che riproposizione del gesto
musicale in sé. Il gruppo di questo cd si chiama le Quotazioni, ed è pronto a
suonare per Halloween, in occasione dell'uscita dell'album Fantasma, dal vivo,
in teatro. Il concerto di presentazione è fissato a Verona al Teatro
Laboratorio. Il resto è nelle mani di chi lo vorrà. Al di là degli appelli, i
musicisti vanno pagati, e io pure. Se siamo pagati suoniamo, altrimenti
facciamo dell'altro. L'idea diffusa nei club che i musicisti suonino per il
loro piacere va scoraggiata con lo sciopero. "Pagatemi e non vengo,
pagatemi e ci sono". Ore di prove, anni di preparazione, tutto questo
richiede un riconoscimento in denaro, nessuno lo fa per puro diletto, almeno
qui da noi.