mercoledì, marzo 13, 2013

Recensione CD "Cesare Basile" di Cesare Basile


Cesare Basile: “Cesare Basile”
Lanciato a bomba contro l’ingiustizia!

di Fabio Antonelli

“Vinni a cantari e cantaturi sugnu
annintuvatu pri tuttu lu regnu
di quantu cantaturi chi ci sunnu
tutti custritti 'nta un pugnu li tegnu
quannu cantu cu tia nun mi cunfunnu
suddu canti cu mia cci ha' aviri 'mpegnu
cantami zoccu voi ca t'arrispunnu
d'amuri, gilusia, spartenza e sdegnu”

Così si apre, dopo una lunga introduzione di chitarra acustica e una fase di transizione costituita da ripetitive e ostinate percussioni intrecciate a ricami di violino, questo nuovo album di Cesare Basile.

E’ chiaramente un’aperta dichiarazione d’intenti cantata con voce tagliente e che non lascia spazio all’immaginazione, s’intuisce da subito che sarà un viaggio tra lacrime e sangue, tra amore e morte, tra padroni e sfruttati, ancora una volta saranno proprio gli afflitti, i veri protagonisti di queste storie. Questi afflitti forse non saranno beati come nel famoso discorso della montagna, ma ne usciranno a testa alta, con lo sguardo fiero rivolto sempre verso la libertà.

Il disco, questa volta, non ha un titolo evocativo ma s’intitola, per una volta, semplicemente “Cesare Basile”, ma non è certo una scelta di ripiego o una mancanza di vena creativa ad aver portato l’artista catanese a questa scelta, si tratta piuttosto il tentativo di rendere ancora più tangibile la piena aderenza tra quanto è cantato e quanto è stato pensato in fase di stesura da Cesare. E’ senza dubbio il “suo” disco per eccellenza, direi il disco "siciliano" di Cesare Basile, non solo per il fatto di aver utilizzato il suo dialetto per la maggior parte delle canzoni, ma perché queste sue canzoni, anche quelle in italiano, sono pregne della sua Sicilia.

Cesare Basile è da un po’ che ha lasciato Milano per seguire l’Arsenale, una libera federazione di musicisti, di arti e di mestieri, che vede nel territorio siciliano un luogo di rinascita febbrile di attività, di pensieri, di scambi culturali tesi a rifuggire ogni tentazione di abbandonare questa terra arsa e impoverita anche culturalmente, cercando invece di farla rinascere partendo proprio dalla cultura intesa, una volta tanto, come risorsa e non come una voce di spesa.

E’ quindi tornato a Catania, diventando protagonista con altri compagni di lotta, dell’occupazione e riapertura di un cantiere che era in abbandono, con l’intento di riqualificare, come luogo di produzione e formazione culturale, una parte dell’area dell’ex Teatro Coppola.

Tutto ciò solo per cercare di inquadrare quest’opera nel suo humus, perché direi che questo disco è come quei vini di qualità che risentono al 100% del terroir da cui nascono.

Lo stile di Basile in questo disco è sempre più scevro da contaminazioni e legami, direi anzi che ormai segue le proprie orme infischiandosene altamente di mode e costumi.

Provate ad ascoltare “Parangelia” e ve ne renderete immediatamente conto, la canzone è dedicata a Katerina Gogou, poetessa anarchica greca morta suicida nel 1993 all’età di cinquantatre anni e protagonista nel 1980 del film “The order” (Parangelia) di Pavlos Tassios in cui è ricostruita la vita di Nikos Koemtzis che nel febbraio del 1973 (appena uscito dal carcere dopo aver scontato una pena per furto) si trovava in un locale a bere con il fratello, quando quest'ultimo decise di farsi uno Zeibekiko (una danza dell’Asia Minore che si balla in forma di assolo) come consuetudine, "ordinò" la sua canzone preferita al gruppo di musicisti e si mise a ballare da solo in mezzo al palco. Un tizio che sedeva a un altro tavolo all'improvviso si alzò e (affronto!) cominciò a ballare insieme a lui, al che Nikos Koemtzis impazzì per l'onta subita dal fratello e iniziò ad accoltellare gente: alla fine ne lascerà a terra tre, più altri otto feriti. Le cose per il nostro eroe si misero subito male, soprattutto quando venne fuori che quella era una comitiva di sbirri in borghese, così Koemtzis fu condannato a un totale di tre esecuzioni e sette ergastoli. Mi sono dilungato nel raccontare il contesto, perché rende comprensibile la scelta di percussioni ossessive, chitarre distorte, la voce roca e tagliente, versi affilati più della voce “Ora che il trucco / scorre piano / sul fondo del mio volto / con il muco e il pianto / il sole dentro al brandy / dove non c'è il mare / guarda con calma / le mie unghia / i miei capelli e gli anni / che son sporchi e lunghi / e non m'importa un cazzo / anche se ho paura / ma io / io ballo ancora una richiesta / io ho una richiesta da ballare”. Non vado oltre, ma penso di essere riuscito a rendere l’idea dello spessore di questa canzone.

Non è però l’unica grande canzone, pensate un po’ che la seconda traccia “Canzuni addinucchiata“, narra la storia di una donna costretta in ginocchio per tutta la vita per lavorare, pregare, essere sfruttata e usata sessualmente. Quando, in morte, viene messa nella bara, sarà persino diventata incapace di starci distesa “Dintra o tabbutu o scuru unn'aju abbentu / nunn'aju piaciri a stari stinnicchiata / è a prima vota e ccu mill'ava diri / calatimi nta fossa addinucchiata”. Qui la musica assomiglia a un blues di quelli che gli schiavi neri intonavano nei campi di cotone, che però lentamente sembra crescere come un canto epico a testimoniare un incontro con la morte a testa alta. Direi anche che la storia di sofferenza di questa donna non è certo da meno di quegli schiavi, se poi è possibile “misurare” la sofferenza. 

“Nunzio e la libertà” è un canto dolente che ci parla ancora una volta di lotta per la libertà e in cui italiano e dialetto si alternano sapientemente e dove, forse, ancora una volta è il dialetto ad avere un più forte stampo evocativo “Nun su' càusi li cammisi, / Li sbirrazzi tutti 'mpisi / Tutti 'mpisi li sbirrazzi, / Li piccieri nun su tazzi. / 'E nutara cutiddati, / Li cutedda nun su 'spati. / Nun su' spati li cutedda, / Lu panaru 'unn'è crivedda”.

Splendida, nel suo incedere lamentoso, è “Marilitta carni”, una canzone che cerca di dare voce a quella carne bruciata dal sole cocente e che non può neppure gridare il proprio dolore, sono proprio gli immigrati di oggi provenienti dal nord dell'Africa che hanno sostituito i lavoratori a giornata sfruttati da padroni e caporali, ma la storia non cambia mai, così si chiude, infatti, il canto “Ah, maliritta a carni / ca non ppo fari vuci / maliritta a carni”.

Le percussioni e le chitarre, fanno di “Minni Spartuti” un canto quasi ipnotico, vi si racconta un’altra storia di amore, sottomissione e morte che vede protagonista una donna del popolo, detta Minni Spartuti, che a causa della bellezza e della perfetta divisione dei suoi seni è fatta uccidere dal suo amante patrizio, per il quale la relazione era diventata ormai scomoda e sconveniente. Questi gli ultimi mesti versi “Chianciti giuvini – e surdi e muti, / ora ch'è morta – Minni Spartuti”.

Ancora vagamente ipnotico inizialmente, ma poi più asciutto e duro nel suo svolgersi, il brano successivo “L’orvu” ci racconta di un cieco. Anticamente ai ciechi era affidato il racconto, il cuore delle parole, ma il cieco di cui si racconta qui, non è un uomo nato cieco ma che s’è accecato nel tentativo estremo di raggiungere il cuore delle parole “'N tempu mi fici orvu ppi cuntari / e a vuci ora è sbrizziata gnuni gnuni / chiacchiri arricugghiemu e no paroli / ca di sti chiacchiri semu patruni”.

“Caminanti” è una di quelle canzoni meravigliose di cui bisognerebbe riportare tutto il testo, in cui una delicatissima melodia, ordita da chitarra e pianoforte, è così bella e lucente da rendersi indescrivibile a parole, allora proprio per solleticare la curiosità di chi legge ne riporto solo l’incipit “Uno a uno seguendosi / mai di troppo vicini / dall'asilo dei fili smagliati / per le strade dei sani / come appunti smarriti / di altri capolavori / masticati nell'afa d'Agosto”. Inizio notevole, no?

Non c’è tregua per l’ascoltatore, né per il suo cuore trafitto dalle emozioni, come si fa a non lasciarsi trafiggere dal dolore di cui è intrisa “Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer”, con quelle chitarre elettriche laceranti quanto quei versi “Giudice giusto / il loro sangue / è andato fra la gente / lesto e veloce / più del lampo / della scarica / più della mano che / firma la morte / e si nasconde / nelle tue tasche / cercando le / chiavi di casa”. Ispirata liberamente a “Old judge Thayer”, la canzone in cui Woody Guthrie si rivolge al giudice Webster Thayer che condannò alla sedia elettrica Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è senza dubbio uno dei momenti più toccanti di questo disco.

E’ “Sotto i colpi di mezzi favori” a chiudere il disco, ma non è certamente una di quelle canzoni messe lì a far numero, anzi si inserisce perfettamente in quel continuo crescendo di valore delle ultime tracce, ecco allora che versi come “A guardare dall'alto / non le vedi le schiene spezzate / sotto i colpi di mezzi favori / i signori seduti al caffè / consumare il diritto di pochi / a marchiare le carni / con un ferro di riconoscenza / e una stretta di mano” restano scolpite nella mente, come quella domanda finale “non lo vedi dall'alto”, che continua a interrogarci anche quando la musica scompare. Perché quei versi non descrivono con estrema lucidità solo i mali della Sicilia ma dell’intero nostro paese.

Che dire ancora?

Questo è uno di quei dischi che lasciano il segno, Cesare Basile ha messo in campo, ancora una volta, tutto se stesso e qui forse ancora più del solito, non a caso il disco s’intitola “Cesare Basile”, quasi ne fosse la propria carta d’identità e continua a farlo alla sua maniera, restando fortemente legato alle proprie origini, sempre accompagnato dai suoi amati musicisti, senza mai guardare cosa fanno altri, quasi fosse un intrepido treno, una locomotiva che corre “lanciata a bomba contro l’ingiustizia!”, per usare le parole di un altro grande cantautore.














Cesare Basile
Cesare Basile

Urtovox - 2013

Acquistabile nei migliori negozi di dischi o su web

Tracce                                                          
01. Introduzione e sfida
02. Parangelia
03. Canzuni addinucchiata
04. Nunzio e la libertà
05. Maliritta carni
06. Minni Spartuti
07. L’orvu
08. Caminanti
09. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer
10. Sotto i colpi di mezzi favori

Crediti
Cesare Basile: voce, chitarra, banjo, ukulele
Massimo Ferrarotto: percussioni
Luca Recchia: basso
Rodrigo D'Erasmo: violino
Enrico Gabrielli: fiati
Andrea “Fish” Pesce: pianoforte
Marcello Caudullo: chitarra elettrica
Marco Iacampo: voce
Testi e musiche di Cesare Basile
Tranne "Canzuni Addinucchiata" scritta con Dina Basso
Registrato e missato a Zen Arcade - Catania da Guido Andreani. Settembre 2012
Prodotto da Cesare Basile
Assistente di studio: Sebastiano D'Amico
Tecnico del suono: Guido Andreani
Masterizzato a Elettroformati - Milano da Alessandro Gengi  Di Guglielmo
Artwork e copertina di Monica Saso “Orwell Comunicazione”

Cesare Basile su MySpace: www.myspace.com/cesarebasile
Cesare Basile su Facebook: www.facebook.com/cesare.basile.5




venerdì, febbraio 01, 2013

Intervista a Federico Sirianni


di Fabio Antonelli

Il cantautore genovese Federico Sirianni, a distanza di cinque anni dal suo precedente lavoro discografico intitolato “Dal basso dei cieli” (uscito a gennaio del 2007), è appena tornato in campo con un nuovo importante disco che vede la collaborazione con lo Gnu Quartet, che ne ha curato gli arrangiamenti. Sentite cosa mi ha raccontato in merito. 




“Nella prossima vita” è il titolo del tuo nuovo disco dove, pur sembrando che nulla cambi rispetto ai precedenti, in realtà tutto cambia, in barba ai principi di “gattopardiana” memoria. Mi spiego meglio, se i tuoi precedenti dischi erano ricchi di alcolico spirito qui, ne troviamo altrettanto, ma di altra natura, ben più maturo. Battuta a parte che dici di questa mia chiave di lettura?

Al di là della questione alcolica che, tutto sommato, era un labile contorno all'ambientazione delle storie che raccontavo, penso che questo disco sia profondamente diverso dai precedenti, per tanti aspetti. Innanzitutto perché la scrittura dei quarant’anni è diversa da quella dei trenta e, così deve essere, se no ci sarebbe da preoccuparsi, perché la vita e i suoi avvenimenti influiscono ancora di più in maniera fondamentale, ci sono margini d'errore sempre più esili, le possibilità diminuiscono. La tendenza a guardarsi dentro è forte. Per quel che mi riguarda, ho quasi del tutto abbandonato lo stratagemma che mi consentiva di parlare di me attraverso le storie degli altri, ho iniziato semplicemente a raccontare in prima persona. Questo per quel che riguarda la scrittura. Poi c'è la musica, ovviamente.

Già, c'è la musica e ci sono gli Gnu, tanto che in copertina compaiono entrambe le componenti, quanto gli Gnu hanno influenzato musicalmente il disco che, diciamolo subito, è suonato da Dio.

Grazie, sono contento che ti piaccia.
Gli Gnu non sono stati semplicemente gli arrangiatori di questo disco, ma hanno rappresentato una parte fondamentale del progetto. Volevo che il loro modo di suonare influenzasse fortemente le mie canzoni, ma anche che le mie canzoni suggerissero loro spunti e pensieri. Non è stato un lavoro facile, per trovare la quadra giusta abbiamo impiegato tempo, fatica e sperimentazione. Mi piace dire che gli Gnu hanno preso le mie canzoni che nuotavano serene in un fiume e le hanno riportate al mare, anzi all'oceano.

Il disco, oltre che intitolarsi "Nella prossima vita", inizia proprio con la title-track, perché proprio questo titolo e questa scelta, non sono così comuni come potrebbe sembrare?

So di essere un po' anacronistico, ma sono ancora di quelli che vedono il disco come una specie di opera completa, con un inizio e una fine. So bene che la fruizione della musica è molto cambiata, le canzoni sono prese qua e là, decontestualizzate e sistemate in personali playlist. Quando però decido di mettere mano a un disco, per me esiste un'architettura definita in cui le canzoni tracciano un sentiero. "Nella prossima vita" è un concetto che, soprattutto negli ultimi anni, ho molto a cuore, anche in termini, come dire, metafisici, ma non solo. Circa tutto il disco è permeato da un senso di possibilità che vengono a mancare, più si va avanti negli anni meno tempo si ha per progetti nuovi o grandi cambiamenti. Mi piace pensare che ci sia una "prossima vita" per riuscire a colmare le lacune di questa.

Procediamo allora secondo progetto e, perché siamo in periodo elettorale, permettimi un’altra battuta, se con “Nella prossima vita” e i versi conclusivi “E al giudizio divino andrà assolto per legittimo impedimento” mi hai fatto subito pensare a Berlusconi, con i versi iniziali della seconda canzone “Vuoi” in cui canti “Vuoi le mie mani / vuoi il mio denaro” ho pensato ti riferissi a Monti, in realtà è una canzone con un tema più alto, pienamente nei solchi filosofici di questo disco no?

E' evidente che la frase sul "legittimo impedimento" sia di facile attribuzione. Monti invece non c'entra con "Vuoi" anche se, adesso che mi ci fai pensare, potrebbe essere un referente azzeccato. "Vuoi" è un piccolo sfogo nei confronti di tutti quelli che, intorno a te, per i motivi più vari, non esitano a chiederti qualcosa, dal semplice denaro, al tempo, all'essere come ti vorrebbero o vedrebbero loro, senza pensare, né a chi sei realmente, né, tantomeno a restituire nulla di quanto pretendono. Sono molte le persone di questo tipo.

In "Quando la sera verrà", una sorta d’intensa preghiera, si può dire che per ben cinque volte invochi il Signore, è forse un ravvedimento sulla via di Damasco? Ci sono molta spiritualità in questa canzone e altrettanta disperata umanità, sei d'accordo?

Si, hai ragione. Spiritualità e disperata umanità, come le definisci tu, sono aspetti presenti in questa canzone, ma anche in numerosi altri passaggi del disco. Non so sinceramente se si possa parlare di ravvedimento o d’illuminazione, sono sempre stato vicino al concetto di "preghiera", affascinato da molte iconografie religiose, suggestionato dal linguaggio biblico. In questa canzone c'è una preghiera sommessa, lancinante, sì, disperata. La preghiera come salvezza da uno stato di malessere che t’inghiotte nei suoi inferni.

Per cercare di uscire da questo stato di malessere, di dare una risposta a questa estenuante esigenza di spiritualità ci sono molti modi, in "Dimmi chi sei", mi sembra che tu voglia proprio riferirti a certi tipi di risposte "facili", è così?

“Dimmi chi sei" è una domanda facile, la cui risposta è invece molto complicata. A cominciare da me stesso naturalmente. Ho messo in versi un po' di esempi, affetti, conoscenze, che si sono manifestate ognuna con le proprie decine di sfumature e sfaccettature. Forse è davvero una domanda impossibile. Ecco, i luoghi oscuri delle persone sono un altro aspetto dell'esistenza che mi affascina molto. In "Dimmi chi sei" credo siano descritti diversi luoghi oscuri dell'animo umano.

Giunti a questo punto, mi permetto uno scarto sequenziale, vorrei unire in unico discorso due brani, il successivo "La stanza cinese" e "La neve nel bicchiere", perché mi sembrano rappresentare una nuova via orientaleggiante del Sirianni maturo, non dico solo musicalmente, ma soprattutto in senso filosofico e spirituale. Sono entrambi grandi pezzi, anzi "La neve nel bicchiere" penso sia in assoluto il pezzo più alto dell'intero disco, che mi dici?

Si tratta di due canzoni cui sono particolarmente affezionato. Intanto, musicalmente, vedono la presenza, oltre agli Gnu, di un pianista giovane e straordinario, Michele Di Toro, che ha dato a questi brani l'atmosfera perfetta.
"La stanza cinese" è qualcosa che sta a metà tra il sogno e l'incubo, un'attesa strana di qualcuno che forse non arriverà mai o addirittura non esiste, un fuoco purificatore che ammanta la stanza, il suo ospite e i suoi fantasmi.
"La neve nel bicchiere" è invece una canzone che segna un momento importante di cambiamento, di rinascita. Ho voluto ambientarla in una sorta di giardino giapponese di fine inverno, con i passi sulla neve e i primi fiori che sbocciano.
Amo moltissimo la musica orientale, una conoscenza che devo anche a una violinista giapponese molto brava, Mayumi Suzuki, con cui ho avuto il modo e la fortuna di collaborare.

Riprendendo il cammino, troviamo una canzone, "Nato sfasciato", che sembra voler interrompere un po' quest’aria seriosa del disco. E’ piena d'ironia già dal titolo che, può essere letto come condizione in fondo comune a chiunque stia per nascere e quindi non ancora in fasce, ma anche sfasciato nel senso di "sfigato" . Quell'"angelo usato" di "nome Pilato", oltre che idea geniale, mi sembra eloquente. Non incazzarti però, se ti dico che quando canti "Ma sono vivo, bevo e canto le canzoni ..." mi ricordi un po’ Vinicio ...

Non voglio parlare di Capossela o qualsivoglia ipotetico riferimento, argomento che trovo noiosissimo e inutile. "Nato sfasciato" è una canzone che sembra divertente, ma racconta il disincanto di una vita "normale" annegata nelle difficoltà quotidiane. Un personaggio "normale" che diventa patetico nel non sapere o volere affrontare i mostri che lo assediano, in forma di banche usuraie e assassine, datori di lavoro spietati. Si rifugia in una sorta di arroganza ingenua, parossistica, canta, beve, va a donne mentre la terra sotto i suoi piedi si sgretola e il suo angelo indifferente lo lascia affondare giorno dopo giorno.
A questo punto del disco c’è una breve traccia puramente strumentale a firma Edmondo Romano – Federico Sirianni, io non credo mai nella casualità degli eventi, perché hai voluto inserire questa traccia “senza parole”?

Perché a metà cammino avevo bisogno di un momento di respiro. “Sospesa”, magistralmente arrangiata e suonata da Edmondo con una dozzina di strumenti a fiato, ferma per un attimo un flusso di parole molto sostenuto, le fa sedimentare riprendendo il tema di “Nella prossima vita” come se fosse, appunto, sospeso. Per me è un passaggio molto importante del disco.

Si riprende con "La mia Madeleine", qui è invece l'amore a fare capolino, un incredibile bisogno d'amore, da stringere fra le braccia, è davvero difficile trovare una canzone sotto tono in questo disco, anche questa è tra le mie preferite ...

Sai, quando si pubblica un disco ogni quattro o cinque anni, si fa una buona scelta di materiale...
In realtà "La mia Madeleine" è una canzone sul tema del ricordo. Ricordo che contempla ovviamente gli amori che sono transitati più o meno violentemente nell'esistenza. In questo pezzo, come in un altro paio, c'è la bellissima chitarra del grande Paolo Bonfanti. E' una canzone che ha i crismi della "ballad" americana, genere che amo moltissimo.

Quindi è più una canzone sulla nostalgia dell'amore, dell'amore passato?

Non solo sull'amore, anche su suggestioni più o meno lontane. Il ricordo di un pianoforte da una finestra in un pomeriggio estivo quando, da bambino, tenevo la mano a mia madre mentre si andava al mare, certi momenti da giovane universitario con davanti tutta un'esistenza di possibilità e poi, certo, la nostalgia di amori che porto tuttora con me, che mi hanno fatto male e cui ho fatto male, le lettere scritte ancora a mano e cose del genere.

E’ il momento di "Appollaiati stanno", storia di figure losche come avvoltoi che ci riportano al Sirianni più "classico" quello che ama il racconto, anche quando magari la storia che vai a raccontare ha poco di sereno, è così?
Si, è vero, "Appollaiati stanno" è una canzone un po' old style. Ci sono cascato di nuovo, dannazione! In realtà è una canzone d'amore, molto dura, ma di grande e disperato amore, un amore che porta il protagonista della storia a passare le notti tra i pusher peggiori della periferia torinese per procurare l'eroina alla sua donna in astinenza.

Per fortuna l'amore a volte assume un volto più rasserenante, quasi "puro" come quello cantato in "L'anima di Dio", brano tra i più gioiosi del disco senza dubbio. Quanto c'è di te nello spirito che aleggia in questo brano?

Tutto, c'è tutto di me. C'è il senso della meraviglia, dell'incanto, della grandezza dell'amore. A questo punto, però, ti faccio io una domanda a proposito di riferimenti. La struttura totale di questa canzone, arrangiamento e cori compresi, è un esplicito omaggio a un gigante della canzone d'autore, chiamiamola così. Chi?

Cohen?

Sai fare il tuo mestiere, amico mio!
Era tanto che volevo scrivere e cantare una canzone ispirata al vecchio grande Leonard, con gli archi, i cori e tutto il resto. E questa mi sembrava giusta. Che ne pensi?

La stavo riascoltando ora, stupenda, perché capace di affrontare tematiche profonde con squisita leggerezza, certo che dopo il tuo commento su di me è meglio chiudere qui, non vorrei rovinare tutto con le ultime due canzoni …

No, procedi pure che siamo quasi alla fine …
"Ondanomala", con le sue sonorità elettriche e dure e il suo testo un po’ apocalittico, mi sembra voglia affrontare il tema del castigo divino, un qualcosa che è certamente insito nella mente dell'uomo, che mi racconti di quest'”Ondanomala”, titolo che mi ricorda un po’ quello del tuo primo disco.

Il primo disco si chiamava “Onde clandestine” ma sai, per noi che arriviamo dal mare, le onde sono di casa.
In realtà in “Ondanomala” ho voluto mettermi nei panni di uno di quei predicatori da setta evangelica che, utilizzando il loro talento cialtronesco e imbonitore, truffano centinaia d’ingenui fedeli. Alcuni anni fa, quando tornavo a casa, la sera tardi, prima di addormentarmi, mi sintonizzavo su una televisione evangelica che trasmetteva le convention di un predicatore americano, Benny Hinn, mi sembra si chiamasse, straordinario nella sua cialtroneria. Si portava dietro l'orchestra, il coro gospel e, nelle prime file, alcuni suoi seguaci che si fingevano zoppi, storpi, gobbi. E lui a un certo punto li toccava e li guariva nel tripudio generale. Un genio del male. Giuro che se il mestiere di cantautore mi va definitivamente a rotoli faccio il predicatore!

Sono sicuro che sapresti convincere moltitudini di persone. In fondo, a rileggere gli ultimi versi della conclusiva “La rosa nel cielo”, quando canti “Non ci saranno più sguardi di stalattite / non ci saranno più vetri nell'acquavite / Quando vedremo che comincerà il disgelo / Quando spunterà una rosa nel cielo", mi sembra di scorgere già un qualcosa di profetico.

Sarebbe bello. E' una canzone di grande speranza. Purtroppo la quotidianità ci spinge sempre di più verso un cinismo cupo, un disincanto sempre più profondo, viviamo in un'epoca di straordinaria decadenza culturale e morale, la politica è una melma puzzolente e ributtante che si specchia nella propria vergogna, nella propria arroganza, dimenticando ogni minima idea di "valore". Ogni tanto capita di vedere una rosa nel cielo, e quel momento è importante goderselo fino in fondo, finché questa lunghissima notte non lasci campo a una stagione nuova.

Dopo queste parole di speranza potremmo anche chiudere qui quest'intervista in cui mi pare di aver sviscerato, anzi quasi sezionato in pezzi, il tuo disco. So però che il disco è arrivato alle stampe, anche grazie a un artista come Giangilberto Monti, che ho appena intervistato in occasione dell’uscita del suo “comicanti.it”, com'è nato questo vostro sodalizio artistico?

Si, qualche ringraziamento finale ci sta. Giangilberto aveva già prodotto il primo disco, ci siamo incontrati di nuovo ed è stato fondamentale, sia per quel che riguarda la produzione esecutiva, sia per alcuni suggerimenti artistici che hanno in diverse occasioni disincagliato la nave dagli scogli. Poi c'è Fabrizio Chiapello, il mio alter-ego di studio che mi ha seguito con affetto e pazienza per quasi tre anni nei miei sbandamenti, entusiasmi e momenti difficili e, oltre agli Gnu, tutti i musicisti che hanno suonato nel disco, con una menzione speciale per le percussioni del grande Vito Miccolis.
E poi c'è Egea, grazie cui il disco è nei negozi, e di questi tempi non è roba da poco.



Sito ufficiale di Federico Sirianni: www.federicosirianni.it
Federico Sirianni su Facebook: www.facebook.com/federico.sirianni
Federico Sirianni su Soundcloud: www.soundcloud.com/federicosirianni

venerdì, gennaio 25, 2013

Intervista a Giangilberto Monti



di Fabio Antonelli

Lo chansonnier milanese Giangilberto Monti, grazie anche alla collaborazione del giornalista Enzo Gentile, nel suo nuovo progetto "comicanti.it" (libro+doppio cd) racconta la storia della nostra comicità musicale e dei suoi comicanti: dalle macchiette del café-chantant, ai primi del Novecento, fino ai personaggi più recenti usciti dalle pedane di Zelig. Sentiamo allora cosa ci racconta.



Se sei d’accordo, direi di cominciare dalle origini di questo progetto, com’è nato “comicanti.it”?

Il lavoro è iniziato cinque anni fa e la prima difficoltà, è stata quella di cercare di capire quali canzoni si dovessero usare, per cercare di raccontare la storia della comicità musicale. Inizialmente era solo un disco, uscito oramai quattro anni fa con la Carosello (2009), che raccoglieva canzoni che andavano da Ettore Petrolini a Dario Fo, quindi le canzoni più importanti di questo mondo. Erano canzoni molto conosciute, come “Tanto per cantare” di Petrolini, piuttosto che “L’Armando” di Jannacci o “E’ arrivata la bufera di Rascel …

All’inizio quindi, era solo un disco, giusto?

Esatto, uscito nel 2009. Abbiamo fatto un grande spettacolo a Milano, al Teatro Franco Parenti con tutti gli ospiti. E anche il disco è andato bene, ci sono stati poi altri spettacoli nei teatri, che hanno contribuito a raccontare un po’ la storia della canzone comica. Un paio di anni fa, sull’onda di quel successo, con i miei collaboratori ci siamo detti, proviamo un po’ a fare il salto definitivo, cioè arrivare a quei cantautori che hanno raccontato con ironia e sarcasmo gli anni ’70, ’80 e ’90, insomma, gli anni più recenti nella storia del nostro paese. In questo tentativo, abbiamo subito capito che il disco non era sufficiente come strumento. E’ vero che le canzoni sono sempre state eseguite sotto forma di duetti, per cui c’è stato un rapporto artistico tra me che arrangio, invento, scelgo le canzoni e l’artista mio collega, in questo caso i tanti comicanti di oggi che mi hanno aiutato nel presentare questo disco, però era evidente la necessità di spiegare meglio questo lavoro, questo mondo. E’ stata la voglia di avere più tempo a disposizione che ha portato a un’idea più letteraria. In questo cofanetto, infatti, è presente anche un libro, scritto con Enzo Gentile che è un giornalista musicale, che racconta più diffusamente la storia, i personaggi, i repertori. I comicanti, in realtà, sono tantissimi e tanti sono i filoni, stiamo parlando di un mondo che inizia da Napoli, ai primi del ‘900, per arrivare ai giorni nostri con Zelig, in mezzo ci sono infiniti filoni comici - umoristici, sarcastici e demenziali - che di fatto raccontano la storia del nostro paese.

L’ho letto proprio oggi, un po’ a spizzichi e bocconi, questo libro fresco di stampa e, l’ho trovato davvero esaustivo, in tal senso.

Mah, prima di tutto perché non l’ha fatto ancora nessuno. Tra l’altro forse non sai, ma ho appena pubblicato un libro sulla storia del cabaret (La vera storia del Cabaret, ed. Garzanti), che ho scritto con Flavio Oreglio, è uscito a fine ottobre, però il cabaret è un mondo molto vasto. La musica è anch’essa un mondo enorme, però la canzone comica è stata da sempre ritenuta un genere di serie B. In realtà molti dei personaggi di cui parliamo nel libro, mi vengono in mente Gaber o Jannacci, piuttosto che Elio e Le Storie Tese, sono entrati anche nelle alte classifiche, come pure Carosone o Buscaglione. Sono stati personaggi molto amati dal  grande pubblico e, non si possono, secondo me, considerare un sottogenere. Talvolta sono riusciti ad arrivare a vendite paragonabili alla cosìddetta musica pop utilizzando, al di là dei linguaggi, modi musicali diversi. Noi stessi abbiamo cercato di rendere più moderne queste canzoni, anche quelle più antiche, perché oggi ovviamente sono diversi sia gli strumenti sia le tecnologie. E comunque rimangono canzoni bellissime ancora oggi, molto attuali nei testi.

Si, in effetti, tra le canzoni ascoltate nel disco, in tema di modernizzazione mi viene in mente ad esempio “Il gorilla” …

(ride) “Il gorilla” è stato un divertimento puro, grazie ad Antonio Cornacchione. Ogni canzone ha una storia, dietro ogni canzone c’è un aneddoto, il dietro le quinte di questo mondo è davvero molto divertente. Cornacchione non sa cantare, questa è la realtà! Quando è uscito il primo disco, lui mi ha telefonato è mi ha detto “Mah, scusa Giangilberto, perché non mi hai chiamato?”, allora gli ho risposto “Antonio, perché non sai cantare! Ci sono tanti altri comici che non sanno cantare e non ho chiamato”, però lui insisteva “Ho capito, però è un peccato”. C’è poi da dire che il problema di questa canzone è che l’unica cosa veramente cantabile è il ritornello, a quel punto c’è venuta l’idea, ma non vorrei svelare subito il gioco, di parlarlo anziché cantarlo, Per cui io racconto la storia cantando le strofe e Antonio Cornacchione interpreta il ritornello a suo modo, quindi come un attore comico. V’inviterei ad ascoltarlo perché, secondo me, è vero che una parte dei puristi del genere si offenderà perché l’approccio è davvero molto diverso dall’originale, però, di fatto “Il gorilla” resta una grande canzone ironica e anche importante, perché è stato il primo esempio, per il nostro cantautorato, d’importazione dal mondo del cantautorato francese, in questo caso Georges Brassens. Era la prima volta in cui Fabrizio De Andrè traduceva un personaggio come Brassens, che in Italia era ancora poco conosciuto, stiamo parlando degli anni ’60, e in questo modo lo porta al grande pubblico.

Guardando le tracce presenti nel disco, mi fa piacere che si spazi al di là di quella che è tradizionalmente considerata la canzone comica, vi si trovano anche nomi come quello di Capossela, giusto per fare un nome.

Si, perché è proprio quella la diversità rispetto a un modo tradizionale di vedere questo genere. Penso al cantautorato che agli inizi degli anni ’70 diventa popolarissimo, a certi cantautori tipo Rino Gaetano o Sergio Caputo dichiaratamente ironici, ma anche a Vinicio Capossela che ha una sua surrealtà, il suo è un mondo di grande invenzione testuale, esattamente come fu per Renato Rascel quando uscì “E’ arrivata la bufera”, era davvero una rivoluzione per quegli anni. Quando Capossela pubblica le sue canzoni negli anni ’90, i suoi testi erano completamente diversi da quanto c’era in quel momento sul mercato, la gente non l’ha capito subito, il pubblico l’ha capito un po’ dopo e la particolarità di Capossela, non è solamente la bellezza della musica o la sua interpretazione originale, ma proprio l’utilizzo di testi con una grandissima ironia di fondo, però un’ironia alta, non c’è mai la battutaccia o la volgarità. Noi ci siamo fermati a Capossela, ma si poteva continuare, non so, ad esempio citando Checco Zalone, ma a quel punto saremmo arrivati all’autobiografia.

Si, è vero, se si vuole fare dello storicismo occorre lasciare sempre che passi del tempo.

Si, se ti avvicini troppo ai giorni nostri, quando non hai più la distanza, finisci per raccontare te stesso. Io potrei raccontare gli anni che ho vissuto allo Zelig dal 1986 al 1996 quasi tutte le sere, però è l’esperienza personale e non riesci nell’intento di raccontare la storia, tanto è vero che la mia storia coincide con quella dei comicanti di oggi, quelli che ho chiamato nel disco, è come se interpretassi che so Stefano Nosei o Flavio Oreglio, non è la stessa cosa. Ci vuole una distanza per capire ed è per questa ragione che nel libro scritto con Oreglio “La vera storia del Cabaret”, ci siamo arrestati, pressapoco, agli anni ’70, perché poi diventa difficile raccontare la vita vissuta, non sei più obiettivo, vedi solo le cose dal tuo punto di vista.

Torniamo al progetto comicanti.it, perché gli hai voluto dare proprio questo titolo?

Comicante è un neologismo, è una parola che ho inventato per descrivere quest’artista completo, che mischia la comicità con la musica, quindi comico e cantante. E’ il classico uovo di Colombo, così come cantautore è il cantante autore, però il comicante non é solamente un comico che canta o un cantante che fa il comico, è molto di più, è un incrocio tra lo chansonnier e un cantautore. In qualche modo racchiude in sé molti mestieri dell’arte perché il far ridere, che è operazione già di per sé molto difficile, è faccenda ancora più complicata se poi devi cantare. La canzonaccia o la canzonetta son capaci tutti di farla, però una bella canzone, accanto a un bel testo ironico, umoristico, accanto a un modo di porgere questo testo, necessita di una preparazione che non è di tutti, non tanto perché sia complicato, ma perché rappresenta un percorso artistico di ricerca. Il comicante, è quindi una figura abbastanza rara, se vogliamo dire così, ma proprio perché lo è, è bello riuscire a coglierne lo spessore. Nel passato ci sono stati grandi esempi ed io mi sono permesso solo di raccontarlo. Comunicanti.it è poi un gioco di parole, facciamo un po’ il verso al web. E .it fa riferimento alla comicità musicale italiana. Avrei anche potuto chiamarlo Comicanti.com ma sarebbe stato un po’ eccessivo (ride)

Restando in tema di degni rappresentati della canzone comica, proprio lunedì sera sulla Rai è andato in onda lo speciale su Giorgio Gaber, in occasione del decennale della sua scomparsa, l’hai visto?

No, ho letto però qualcosa sul web, ho letto tra l’altro un bell’articolo di Aldo Grasso che mi trova abbastanza d’accordo. Non vorrei sembrare né presuntuoso né polemico, però credo che l’artista, quando è in vita, dia il meglio di se stesso, questa forse è una banalità ma è così. Gli eredi non sempre rendono un grande servizio all’artista scomparso, soprattutto quando gli mettono in bocca tutto il possibile, come hanno fatto e stanno facendo con Gaber che, a mio parere, sembra una coperta un po’ corta che ognuno tira dalla sua parte secondo le esigenze di copione. Come dicevo prima, non vorrei sembrare troppo polemico, però tutto questo è molto fastidioso, per me almeno che ho conosciuto molto bene Giorgio e, ti dirò, l’ho conosciuto bene anche umanamente. Mi spiace, ad esempio, al di là dalla trasmissione che per carità può essere stata fatta bene o male, però si sa che la televisione ha proprio questo di bello e di brutto, di essere la televisione, quindi in qualche modo assorbe, distrugge e livella. Gaber è stato un artista che ha dato il suo meglio, proprio perché era molto libero di farlo. Era molto anarcoide nelle sue manifestazioni, in fondo vorrei dire che non aveva alcun bisogno che qualcuno lo raccontasse. Basterebbe ascoltarlo…

Perché poi il rischio è che ognuno finisca per mettergli addosso la propria bandiera.

Si, è un po’ come i settemila che scalava Messner senza ossigeno, è chiaro che poi ci arrivino anche tutti gli altri, solo che lui c’è arrivato per primo. E’ ovvio che le canzoni sono quelle e ognuno le legge, le interpreta come vuole, però quello che è fastidioso, ma veramente fastidioso, secondo me, e anche un po’ vergognoso, che ci siano degli artisti che non hanno mai avuto proprio nulla a che fare la storia di Gaber …

Che sono poi messi in cartellone, un po’ come specchietti per le allodole?

Più che altro sono chiamati a interpretare canzoni che magari hanno anche orecchiato ma … c’è un grandissimo contrasto! A me sentire Gigi D’Alessio che canta Gaber … a me vengono veramente … non so come dire …

Magari avrebbe certamente avuto più senso una tua presenza …

No, non so, questo no, non dico quello, … dico che non c’entra nulla ed è un peccato per Gaber, non per Gigi D’Alessio del quale diciamo che non m’importa nulla, lui in fondo fa il suo mestiere, io faccio il mio, siamo come dire il bianco e il nero di una situazione, però non c’entra davvero nulla …

Soprattutto non aiuta certo a capire chi è stato veramente Gaber.
Ed è anche secondo me vergognoso artisticamente, parere mio personale e, (ride) direi che con questo abbiamo concluso!



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Sito del progetto “comicanti.it”: www.comicanti.it