venerdì, maggio 26, 2023

Rudy Marra: Morfina, ovvero, la felicità non esiste, c'è.

di Fabio Antonelli

Era il lontano 2007 quando uscì “Sono un genio ma non lo dimostro” (2007 Alabianca/Warner), fino a due mesi fa, l’ultimo disco in studio di Rudy Marra. Poi seguì nel 2011 il bootleg live in Ca’ di Ferra dal titolo “C’è da bruciare tutto! - Rudy & the M.o.b. feat Dana Colley (Morphine)” e, a seguire, due opre letterarie, nel 2015 il romanzo “Le facce. Dal diario del dottor Frank Saltarino. Storie di ordinaria incomunicabilità” (2015 ed. Zona) e nel 2022 l’interessante saggio “Rock, massa e potere. Non tutte star son quelle che luccicano” (2022 ed. Zona). Eccoci, dunque, a marzo 2023 quando, un po’ a sorpresa, esce un nuovo disco dal titolo “Morfina - Rudy Marra & The M.O.B. Featuring Dana Colley” (2023 Viceversa Records). Tutto questo per dire che Rudy Marra non è uno che pubblica album uno dietro l’altro ma, quando lo fa, è perché ha qualcosa di importante da dire e quel che dice non lascia mai indifferenti.


Vorrei iniziare dalla copertina del tuo nuovo disco Morfina, la trovo molto affascinante e seducente come può essere appunto la morfina, c’è un papavero da oppio avvolto dalle evoluzioni del fumo, tanto da assomigliare alla testa di un mostro, un qualcosa di onirico. Com'è nata l'idea della copertina e com'è stata realizzata? Sul titolo, invece, vista la presenza sostanziosa di Dana Colley in aggiunta ai MOB, credo che il riferimento sia da far risalire direttamente ai Morphine, ma forse non è solo quello... Lascio a te la parola.

L'idea della copertina è strettamente legata al concept dell'album. Il papavero da cui si ricava l'oppio, e poi per lavorazione chimica la morfina, è simbolo della doppia faccia di cui è costituita ogni medaglia, il bene e il male per dirla generalizzando. È il farmakon nell'accezione classica greca, cioè, allo stesso tempo, medicina e veleno, cura e maleficio, nel senso di fare male, male facere. Nei primi del secolo scorso, con i cristalli di morfina si pensò di aver trovato la panacea di tutti i mali, fino poi a scoprire drammaticamente gli effetti opposti della dipendenza che portava fino alla morte. Il papavero avvolto dal fumo rimanda poi al sogno, al mito di Morfeo. Nella mitologia greca Morfeo era il dio dei sogni, sogni che come il papavero da oppio possono portare alla felicità, ma solo per il breve periodo del sonno, il risveglio ci rimette in faccia la dura realtà. Di sicuro difficile, per quanto possa, a volte apparire tranquilla, serena, anche piacevole, prima o poi noi umani dovremo fare i conti con la nostra fine fisica. È proprio questa la nostra angoscia: siamo consapevoli di un tempo limitato, conosciamo solo un punto A di inizio, la nascita, e un punto B di fine, la morte fisica. Il percorso in mezzo è un continuo tentativo di trovare soluzioni effimere e mendaci per curare i nostri dolori, effimere e mendaci proprio come la morfina. La realizzazione grafica è opera di Roberta Apparuti che in realtà è una pittrice e quindi ha lavorato con il digitale, ma con una sensibilità analogica, come avesse avuto pennello e tela su cui dipingere l'immagine dando esattamente quella percezione di sogno, ma anche di mefistico. Per quel che riguarda il titolo, era inevitabile. La storia dell'album è legata da un filo, tutte le canzoni sono state scritte come fossero le pagine di un diario, appunti giornalieri di un particolare anno solare (2016/17) in cui mi trovo catapultato nei dubbi della mia esistenza, nel mio malessere cosmico, come artista e come persona. Un diario esattamente come quello di Morfina un libro di M. Bulgakov degli inizi del '900, in cui la medicina scopriva appunto gli effetti contraddittori di quella sostanza. La partecipazione del sax baritono di Dana Colley della mitica band di Boston, i Morphine, mi ha, per così dire, costretto a quel titolo.


E come un diario è anche il libretto del disco. Ignaro di quanto mi hai detto sulla genesi del disco, che hai fatto bene a precisare, mi sarei aspettato il classico libretto con i testi delle canzoni, invece, mi sono trovato in mano una sorta di breve diario, una raccolta di appunti, uno per ogni traccia del disco, con tanto di data. Ti faccio allora una domanda provocatoria, i testi non hanno più importanza a scapito dei momenti precisi da cui traggono vita le canzoni o il tuo è un nuovo modo di approcciare l'ascoltatore alla fruizione del disco?

Diciamo che questo è un disco particolare, quello che si dice un concept album, a dirla in parole povere un disco in cui tutte le canzoni si muovono legate tra di loro, mosse singolarmente da tematiche diverse, ma con uno stesso input originario che le fa diventare le diverse pagine di uno stesso libro. Quando ho cominciato a scrivere le canzoni di questo album avevo l'esigenza di raccontare, a me stesso per primo, che la mia vita stava cambiando, e non proprio in meglio, stava prendendo quella deriva pericolosa della classica domanda cosmica: "Chi sono? Da dove vengo?" ma soprattutto "Dove sto andando?". A nessuna di queste domande sapevo dare una risposta sufficientemente esauriente. La cosa ancora più dura era che la domanda era doppia, cioè rivolta all'uomo e all'artista, che non sempre sono la stessa persona, a volte vi è uno sdoppiamento di ruoli. Dove potevo trovare la felicità? Ma la potevo poi trovare questa benedetta felicità? Mi sarebbe stato più facile scrivere un libro, invece ho scelto la strada della musica e di un tipo di musica non convenzionale, almeno non nella tradizione italiana, con suoni anche un po’ indigesti, scarni, ridotti all'osso, senza cianfrusaglie melodiche e acrobazie pirotecniche di musicisti solisti. Groove! Ritmo! Pancia! In fondo dovevo tornare alle origini per scoprire me e alle origini anche da un punto di vista artistico. Le parole per me sono importanti se esprimono un concetto e se suonano, la canzone è questa, musica con parole addosso che esaltino la musica che già parla da sola, non parole con intorno un po’ di musica! Non reggo la retorica cantautoriale e i birignao manichei dei finti intellettuali della musica italiana (dimmi tu quanti ce ne sono che vanno oltre i diplomi della scuola media superiore!). Tornando al disco, come dicevo, avrei potuto scrivere un libro, ma ho scelto la forma musica per esprimermi e, così, ho trovato un compromesso allegando un libretto interno al CD, che fosse una specie di diario con date di giorno, mese e anno preciso, con dentro alcune sensazioni, emozioni, alcuni pensieri, episodi, avvenimenti che accompagnavano la mia vita in quel momento preciso. La formula, a dire il vero, non è stata tutta farina del mio sacco, l'ho presa a prestito proprio dal libro di M. Bulgakov Morfina che dipana la sua storia allucinante proprio attraverso le pagine di un diario con tanto di date. Tutti dicono che la musica così come è stata finora sta morendo, i modi di fruirla non sono più gli stessi, nessuno ha più tempo da dedicare all'ascolto di un intero album, si passa velocemente, anche 30 sec, massimo 2 min, da un brano all'altro nella playlist, dal pc o dallo smartphone, non c'è più né pazienza, né attenzione per la qualità, quindi tutto va nel tritacarne del nostro new general intellect, il digitale: quantità, non qualità! Io, come adoro fare, ho voluto esagerare in senso contrario, contromano sempre: non solo musica con 16 canzoni tutte insieme in un disco (nessuno lo fa più!), ma anche un libretto interno che racconta quello che si sente, che crea forme, proprio come Morfeo, il dio del sonno, che prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Doppio lavoro per la mente, l'anima e anche il corpo, per chi ancora lo volesse fare.

Forse, proprio perché così coeso l'intero lavoro, ha poco senso entrare nel dettaglio dei singoli pezzi. Però vorrei soffermarmi un attimo sui brani da cui hai tratto dei singoli e dei bei videoclip. Partirei proprio dal primo ad essere uscito, Amore sexy, un video particolarissimo per un brano quasi ipnotico. Davvero fuori dal panorama musicale italiano di sempre. Com'è stato concepito e sviluppato?

Amore sexy è un blues ipnotico, se vuoi psichedelico, forse uno dei primi brani che ho scritto per questo album. Il tema, quello del sesso, è l'esempio più lampante di tutto il filo logico che percorre il concept: la linea retta con cui concepiamo la nostra vita, data da un inizio certo, la nostra nascita, chiamiamolo un punto A, un percorso dato dalla stessa linea e un punto di fine, ahimè anch'esso certo, la morte, il punto B. Se così è la nostra esistenza, non c'è possibilità di essere felici, non vi è speranza visto che si nasce solo per morire. Il sesso, parlo proprio dell'atto sessuale, sembra esattamente ripercorrere questo schema: nasce l'amore, chiamala attrazione, istinto fisico o come ti pare, il punto A, nell'atto proprio i preliminari, poi vi è il durante, l'atto sessuale vero e proprio, infine la morte, che guarda caso coincide con l'attimo dopo l'orgasmo, come dire dopo la felicità estrema la ricaduta, in tutti i sensi! Tutto sembrerebbe scontato e senza via d'uscita quindi. Se non fosse che, a pensarci bene, noi abbiamo delimitato la nostra vita con due punti arbitrari, un punto A d'inizio e un punto B di fine, ma senza avere alcuna certezza di quello che c'è prima di A e altrettanto dopo B. Se poi aggiungiamo, per sillogismo aristotelico, che una linea retta, per definizione, è formata da infiniti punti, risulta evidente che una retta che parte da un punto A non arriverà mai ad un punto B, chiaro no? Anzi no, qualcosa non è affatto chiaro! Noi siamo abituati a vederci fisicamente finiti, mortali, caduchi ed effimeri, perché non prendiamo in considerazione il fatto che la realtà che ci siamo costruiti attorno è un trompe l'oeil, un inganno, un recinto in cui proviamo a sopravvivere alla nostra incapacità di spiegarci cose di cui non siamo al corrente. Se si riflette bene non siamo così, abbiamo invece già dentro l'immortalità, l'infinito, la prosecuzione della specie, ma non dico da un punto di vista filosofico, parlo proprio di scienza, di gameti, cromosomi, materia. Ognuno di noi è sovrapposizione, intreccio, stratificazione di sapere, innanzitutto genetico e poi anche culturale. Ecco perché la nostra linea non è retta, ma circolare, senza soluzione di continuità e per questo, come dico al termine del diario-libretto, la felicità non è da ricercare, ma da aspettare, la felicità non esiste, c'è!

Il secondo singolo tratto dall'album è stato Filare de tabbaccu, traccia che chiude il disco con un evidente ritorno alle proprie origini, che parte dalla domanda "Che ci faccio qui?”, un cordone ombelicale che è impossibile recidere, la propria lingua, la pizzica, sembra quasi un corpo estraneo ma non lo è affatto, c'è un legame indissolubile con le proprie radici, è così?

Intanto diciamo che è un brano di quasi 6 minuti e mezzo, cosa più unica che rara ormai, in più è stato girato un video che è quasi un cortometraggio, secondo me bellissimo e con la partecipazione di danzatori eccezionali dell'associazione Tarantarte e, per questo, Filare de tabbaccu io la chiamo "canzone-film". La canzone è stata prodotta ed arrangiata da Mauro Spina, tra i miei storici produttori e celeberrimo batterista dei nomi italiani più noti, da E. Finardi a Pino Daniele, Edoardo Bennato, Fossati e via dicendo. Il pezzo chiude il disco e, se vogliamo, il cerchio. Si parte dalle radici e alle radici si ritorna, come dire che nasciamo dalla terra e alla terra ritorniamo, ma non come fine, esattamente come ciclo naturale, in particolare, è evidente in maniera eclatante il tema del concept, cioè i legami, l'aggrapparsi, l'essere dipendente. Le proprie radici sono, allo stesso tempo, sicurezza e appiglio forte, ma anche costrizione e dipendenza, quindi felicità e dolore. Chi come me ha dovuto allontanarsi definitivamente dal posto in cui è nato, con tutto il carico di ricordi, affetti, paradigmi, usi e costumi, ha dovuto mettere in atto una strategia subdola e perversa: è stato costretto prima a rinnegare, a tradire le proprie radici, altrimenti non ci si riesce a liberare, e poi a vivere nel continuo rimorso, rimpianto con tutto il suo carico di dubbi, ma alla fine anche con i ricordi, le sicurezze della propria appartenenza. Insomma, uno non se ne va mai dal posto in cui è nato, nemmeno se lo maledici e cerchi di tagliare il cordone ombelicale, ti torna indietro e tu ritorni indietro. Ti ricordi che abbiamo parlato di stratificazioni, sovrapposizioni di sapere, in senso proprio genetico? In qualche modo tu quelle radici le fai conoscere, le porti avanti, le metti in altre cellule, nei nuclei della materia viva, per esempio in un figlio che porterà quella materia che vive e, probabilmente la continuerà a trasmettere all'infinito. Le stupende percussioni di Mauro Spina mescolate al mio basso a due corde suonano in senso ciclico, ripetitivo, così come il testo racconta in senso ciclico ripetitivo il lavoro nei campi di tabacco, un tempo prima risorsa economica del Salento, un ciclo che sembra non avere fine: la sveglia all'alba col freddo nelle ossa, il lavoro sotto il sole cocente, il ritorno a casa con la luna e i sogni-incubi nel letto povero di una fuga senza ritorno; ma poi tutto ricomincia uguale, come in una prigione per una condanna fine pena mai! Ancora il concetto di radici che non si possono tagliare, se lo fai sei un vigliacco, un matricida, se non lo fai sei un prigioniero per sempre! Chi ha voglia di sentire e vivere la canzone-film si accorgerà che le percussioni dei tamburi, nel finale, vengono sostituite dal battito cardiaco di un bambino che sta per nascere, l'ecografia del figlio che mii/ti ricorda che non ce l'hai fatta per niente a liberarti da quelle radici, per fortuna! Un'ultima annotazione dal punto di vista musicale, per dire molto chiaramente che il brano non c'entra nulla con il concetto di "pizzica" folkloristica, così come è stata abusata negli ultimi decenni sul territorio salentino, ritmicamente affonda invece in matrici africane, primordiali, che poi sono le stesse da cui provengono quasi tutte le ritmiche e i balli ossessivi di cui anche l'Italia è piena, dalla pizzica alla tarantella, alla tammurriata. Se mai è il testo che raccontando del lavoro duro nei campi di raccolta del tabacco riporta a galla l'humus e l'origine di tutta la narrativa intorno al tarantismo e alla pizzica, cosa che non potevo non evidenziare o trascurare vista la mia passione e i miei studi socio-antropologici.


Hai fatto bene a precisare sulla pizzica perché non avendolo sottolineato nella mia domanda poteva, in effetti, fare pensare alla solita pizzica, come dici tu più abusata che usata. Ma il tema del lavoro nei campi mi permette di passare ad un altro brano del disco da cui hai tratto un video pubblicato proprio il Primo Maggio, mi riferisco a Voglio il lavoro, un atto di denuncia contro un mondo del lavoro che così com'è non va, la ricerca sì di un lavoro, che permetta però una dignità o, forse, un qualcosa di più rivoluzionario come suggerisce il finale a sorpresa...

Il mondo occidentalizzato, capitalista, sembra cullarsi su un concetto darwiniano stranoto: "il lavoro nobilita l'uomo", come dire che lo rende migliore dagli altri animali, le bestie. Forse, può darsi, potrebbe e tutto il resto dei condizionali, cioè sempre che siano rispettate le regole, sempre che ci sia un equilibrio tra lo svolgere un'attività sia fisica che mentale e la libertà appunto psico-fisica di chi la svolge. L'eterno rapporto datore di lavoro vs lavorante. Il paradigma fordiano diventato legge eterna ed immutabile per i cosiddetti Paesi civilizzati, post-moderni, a guardarci bene non è affatto legge "naturale". La cosiddetta specializzazione, la catena di montaggio, la divisione per settori di produzione, che sia in un'industria automobilistica oppure nell'ambito di un ospedale o nella scuola pubblica e via dicendo, hanno ridotto le persone a semplici pedine di un sistema lavoro che difficilmente tiene in considerazioni altri aspetti fondamentali dell'essere Uomo: la socialità, la libertà fisica, quella mentale, il tempo da gestire, lo spazio da sfruttare, il libero arbitrio. Se non fai parte di quel sistema, a quelle condizioni, non esisti, oppure sei ai margini. Non abbiamo molte armi con cui difenderci, siamo costretti ad accettare, ci risulta vera utopia non essere dentro quegli ingranaggi, viverne al di fuori, sempre che poi uno ce la faccia a vivere. Va bene, lo accetto, siamo organizzati come le formiche, ognuno fa il suo, però se devo farlo, voglio che mi sia garantita una dignità, umana dignità, non credo sia questione solo di salario (uno dei punti di forza di qualsiasi organizzazione sindacale), qui si tratta di contrattare la nostra "prigionia" forzata con concessioni dovute! Se lavoro per me, ma anche per te e anche per voi e pure per noi allora tutti dobbiamo pretendere sicurezza, possibilità di espressione extra lavorativa, tempo libero, non sudditanza qualsiasi sia il tipo di rapporto lavorativo, io dipendente e tu dirigente, io operaio e tu capo della multinazionale. Queste regole non possiamo certo andare a chiederle al titolare della ditta o dell'ente o della casa discografica che "ci assume", le regole e le leggi le deve dettare lo Stato, il Governo di uno Stato, che può stabilire per tutti. Ma chi ci rappresenta ha interesse a che non ci sia disparità nel mondo del lavoro? Che sia concessa libertà di pensare ad altro oltre che a svolgere la propria specializzazione nel formicaio? L'esperienza ci dice di no, il potere ha interesse a sostenere altro potere, a non eliminare la distinzione tra "re" e "sudditi",  ma punta e fa puntare il dito della coscienza collettiva contro chi decide di far saltare il banco, chi decide che in fondo le alternative "pe' campa'", cioè guadagnare dei soldi, si possono trovare belle e pronte nella nostra società, a tutti i livelli: "spaccio di droga, chiedere il pizzo, fare il capo degli ultrà, servizi deviati, portare tangenti ai partiti..."  Lavorare non è semplicemente guadagnarsi da vivere o, peggio, guadagnare dei soldi, se fosse solo così, il rischio che qualcuno la pensi come nel virgolettato della canzone è molto alto. Mi vengono in mente le parole profetiche di un signore che ormai viene considerato obsoleto, il più delle volte viene o è stato citato senza neanche aver letto una riga di quello che ha scritto e, quasi sempre, viene ed è stato sfruttato ideologicamente, solo per mere beghe da politicanti, parlo del prof. Karl Marx: Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all'infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell'industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta l’umanità a questo livello della più profonda degradazione. (da Salario, prezzo e profitto 1865). E se quel comunista di Karl non vi aggrada, leggete lo psicologo (e tanto altro) E. Fromm che della "non frammentazione umana" ne fece cavallo di battaglia. Tutto è diventato business, ogni cosa deve funzionare ed essere utilizzabile. Non esiste un sentimento di identità, esiste un vuoto interiore. Non si hanno né convinzioni, né scopi autentici. Il carattere mercantile è l'essere umano completamente alienato, privo di qualunque altro interesse che non sia quello di manipolare e funzionare. È proprio questo il tipo di umano conforme ai bisogni sociali. Si può dire che la maggior parte degli uomini diventano come la società desidera che essi siano per avere successo. La società fabbrica tipi umani così come fabbrica tipi di scarpe o di vestiti o di automobili: merci di cui esiste una domanda. E già da bambino l'uomo impara quale sia il tipo più richiesto. (E. Fromm da L'arte di vivere). Siccome non voglio chiudere la mia risposta con parole di altri, benché illustrissimi, faccio io una domanda: quanto tempo vi rimane davvero da vivere come Uomini e non come formiche dopo il vostro turno quotidiano di lavoro? Fate voi i calcoli.


Non avrei voluto addentrarmi in tutti i brani del disco, anche per lasciare che la curiosità prendesse il sopravvento negli eventuali lettori ma, se sei d'accordo, vorrei parlare anche di Oggi sto guasto, da cui è stato tratto un altro bel videoclip che ti vede protagonista, dentro una camicia di forza. Leggo dal tuo diario "Sono i momenti questi che mi fanno paura..." Continua tu...

Certo, è così. La ricerca della felicità, l'aggrapparsi a un qualche appiglio sicuro, il continuare a fare nodi marinai alle corde che dovrebbero garantirci una vita tranquilla, la scoperta di essere legati e non solo di aver legato, la dipendenza, l'impossibilità di trovare una via di fuga definitiva a questo labirinto che da un punto A iniziale porta inesorabilmente ad un punto B finale, spesso, secondo me sempre, portano ad uno schizofrenia, che altro non è che uno scollegamento tra mente e corpo, tra dimensione mentale e dimensione fisica, tra spirito e materia. La nostra mente ci invita a fuggire, il nostro corpo non ce la fa, il nostro corpo si ribella ai legami, la nostra mente non sa come liberarsene. Ci sono momenti in cui non si regge più questo fardello del vivere, allora si esplode, la pentola a pressione fa saltare il coperchio, ci si "guasta", un modo di dire molto modenese (dove ormai ho messo radici da un po’, a proposito di legami!) che rende bene l'idea, cioè non si è più sani, buoni. Se a qualcuno sta venendo in mente che sono problemi solo di alcuni, di particolari persone colpite da malattie mentali, di "poveretti" da relegare in ricoveri psichiatrici, di una fetta minima di popolazione, beh si sbaglia di grosso, qui si tratta di TUTTI! Ognuno di noi ha il seme della "follia" dentro, è inevitabile, anzi è auspicabile, è il solo modo per reagire al paradosso, ad una incongruenza logica, logica secondo il nostro modo di pensare, di vedere il mondo e cioè, come già detto, l'ineluttabilità della morte, di una vita che non potrà mai essere felice in assoluto, perché quello che ci aspetta è una fine. Come abbiamo finora già accennato e come magari qualcuno che ascolterà-leggerà-vivrà il disco potrà scoprire, c'è una ipotesi di fuga, una proposta di evasione, ma nel frattempo, intendo dire mentre si viene presi dall'impegno di vivere e sopravvivere, sono i momenti che ti "guasti" che possono fare paura. Se qualcuno continua a credere ancora che non è affare che lo riguarda provate a ripensare con onestà quante volte parlate da soli per strada, quante volte perdete il controllo per banali motivi, quante volte piangete come bambini e quante volte ridete come dei pirla, quante volte dite che sarebbe meglio tirarsi un colpo di pistola alla tempia e quante volte vi verrebbe di farlo contro il capoufficio, il direttore, la moglie, il marito, i genitori e perfino i figli! Credete di essere normali?


Hai parlato di corde e Corde è anche il titolo dell'adattamento di Thursday dei Morphine, che non è l'unico adattamento presente in questo disco, c'è pure Su e giù, adattamento di un altro brano dei Morphine, esattamente di Let's Take A Trip Together. Come è ricaduta la scelta su questi due brani? Per altro perfettamente inseriti nel mood del tuo progetto…

Volevo fare ovviamente qualche omaggio ai Morphine, non fosse altro che per la presenza di Dana Colley in molte tracce del disco, ma si badi bene non volevamo fare delle cover nel senso stretto della parola, ma reinterpretarle, un adattamento è cosa diversa da una cover. Intanto il testo ha poco a che vedere con l'originale, è come se si prendesse a prestito una colonna sonora e si costruisse attorno un altro film rispetto all'originale, un'altra storia. Tra i tanti papabili ho scelto i due estremi di un loro album a cui sono molto legato perché il primo che ho conosciuto della loro produzione, Cure for pain, il pezzo più tendente al rock, quasi pulp Thursday e poi quello forse più rarefatto, psichedelico, Let's take a trip together. Mi serviva una storia dura per il primo, così ho scritto Corde che è quasi un film di Q. Tarantino, una storia metropolitana, di degrado, di solitudine, anzi solitudini. Un amore impossibile tra un cliente e una prostituta. Impossibile per lei, per lui invece più che reale, anzi irrinunciabile, da tenere stretto, da legare per legare a sé la felicità, quell'attimo di felicità fatta di qualche ora insieme a qualcuno. Legare come le corde dei loro giochi a luci rosse, e ci risiamo: si lega qualcuno per trattenerlo e si finisce per rimanere legati! Musicalmente abbiamo aumentato il giro dei motori, velocizzato il bpm per renderlo ancora più aggressivo e abbiamo usato qualche colore di chitarra acida e i suoni di un organo hammond. La seconda scelta è caduta su Let's take A Trip Together che è diventato Su e giù, un viaggio cosmico nella dimensione Amore, inteso in tutti i sensi, come incontro di anime e come incontro di corpi, su e giù in un iperspazio senza tempo e senza limiti finiti, senza legami, liberi di volare alto nei sensi e liberi di cadere in basso ai richiami primari del corpo. Liberi, finalmente liberi da vincoli e corde, almeno finché dura e, ahimè, non dura mai così tanto quel tipo di libertà, né quella del cuore né quella del sesso, finisce come sempre per diventare catena appena si ritorna sul pianeta Terra. Fine del viaggio.

In realtà, in questo tuo disco, ci sono altre due reinterpretazioni, una è Obscured by clouds brano dei Pink Floyd tratto dall'omonimo album colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroeder, l'altra è Diesel di Eugenio Finardi che per altro duetta con te in questa splendida versione. Se la prima l'avevo già ascoltata tra le tue rare pubblicazioni su YouTube, rappresentando benissimo il senso di alienazione, di fuori luogo, che aleggia nell'intero lavoro, la seconda mi ha piacevolmente sorpreso, perché ascoltata reinterpretata da te, sembra quasi essere stata scritta apposta per questo concept. È solo una mia impressione?

Obscured by clouds è uno strumentale dei Pink Floyd non conosciutissimo perché in un album minore, parte di una colonna sonora. Uno dei miei ascolti di adolescente, una chicca in vinile che non avevano in tanti e, soprattutto, un pezzo che mi ha fatto sempre sentire, vedere, raccontato emozioni, scenari e cose, pur non avendo una sola parola di testo, se non nel titolo. Quando il cielo cambia repentinamente, quando il sole scompare all'improvviso dietro la minaccia di nuvole dense, sempre più nere, quando la nostra ancestrale paura, come uomini delle caverne, della possibile pioggia, dei temporali, dei tuoni e fulmini, dei cambiamenti incontrollabili tout court, nella mia testa parte questo pezzo e, insieme, la mia testa si affolla di cattivi pensieri, di oscuri presagi. Sarà che sono meteoropatico, particolarmente sensibile agli eventi atmosferici, come scrivo nel diario-libretto interno al CD, in ogni caso il cielo che si oscura, oscurato dalle nuvole appunto, apre la parte del concept in cui tocco il tema della morte, della fine, per chi avesse già letto le mie risposte precedenti, il punto B. Ti confesso che non è stato facile per me toccare, violare dei mostri sacri come Waters, Gilmour e compagnia bella, l'ho fatto solo perché sentivo forte il passaggio da tante parole dette fino a quel punto del disco a una pausa di sola musica e di musica che avesse così tanti rimandi sensoriali. La soluzione è stata quella di usare solo il tema centrale della melodia originale, fonderlo con la ritmica che marchia tutto il disco, quello dei tamburi e del basso a due corde suonato con lo slide e lasciare andare a quanto di più profondo il suono del sax baritono di Alessio Alberghini. Per Diesel è stato ancora più dissacrante, se vogliamo: ho rallentato totalmente un classico di E. Finardi che invece aveva un bit veloce, perché trovavo che il testo invece raccontasse di qualcosa di lento, di costante, di ripetuto, ma anche sicuro, solido, proprio come erano certi furgoni diesel che chi ha utilizzato per andare in giro a suonare conosce bene. In quei furgoni c'era una vita parallela, dentro si viveva, facendo ogni esperienza possibile. Non erano veloci, ma non si fermavano mai, o quasi mai. L'idea era quasi di farne una metafora con i tempi che stiamo attraversando o che ci stanno travolgendo, con continue minacce, stop, fermate, dalla recessione economica alla pandemia, dalla perdita di valori culturali alla guerra dietro casa.  e poi con il tentativo di ripartenze, sempre difficili e con difficili scelte da prendere. Allo stesso tempo diventava metafora per la mia vita personale, che si era fermata e aveva bisogno di ripartire. Ripartire a tutto gas? Con lo scatto di un bolide da formula 1? Io credo sia più sano intanto avere voglia di ripartire, poi farlo a passo lento, da passisti per dirla in gergo ciclistico, senza sprint che ti fiaccano dopo qualche minuto, ma con in testa il vecchio caro adagio "chi va piano...". Magari qualche vecchio battutista avrebbe detto "chi va piano... arriva ultimo", ma intanto ci arriva, dico io. La vera mia follia, in questa canzone, è stata avere inserite, verso la fine, due strofe di testo inedite, quasi un'esegesi di come concepivo io la canzone stessa e dedicandole all'Italia, ad una ripartenza, semmai qualcuno si fosse accorto che il nostro Paese è fermo e avrebbe bisogno di riprendere a camminare, in tutti i sensi. Avvicinare Eugenio (Finardi) mi è stato semplice perché abbiamo conoscenza di vecchia data e soprattutto amicizie comuni fortissime, il difficile è stato semmai proporgli quello che avevo combinato! È bastata una mail, il suo ascolto del provino, la spiegazione del progetto e me lo sono ritrovato, grande onore per me, a duettare, come un cameo davvero prezioso, nel mio disco. Grazie Eugenio!



Avevo detto di non volermi addentrare troppo nelle tracce del disco ma, invece, le tue risposte così interessanti mi hanno fatto desistere dall'intento e allora proseguo con Mark e Sabine, brano caratterizzato da un riff stupendo, da un clima notturno, che ancora ti ricollega ai Morphine, perché parla di Mark Sandman e della sua compagna Sabine Herechdakian, ma soprattutto parla della precarietà dell'esistenza umana così lontana dal concetto di eternità o, almeno, così mi pare di aver colto.

Tutto è nato il giorno in cui ho assistito alla proiezione in prima nazionale del docu-film Journey of Dreams di Mark Shuman, dedicato a Mark Sandman e ai Morphine. Il 3 luglio 2016 ero ospite a Palestrina (RM) insieme al regista e a Dana Colley. La proiezione del film fu anticipata proprio da un nostro live, di Rudy Marra & the M.o.b ft. Dana Colley. Inutile dire che c'era un'atmosfera irreale, elettrica: stavamo dedicando un concerto e poi un film nello stesso posto in cui Sandman aveva salutato nel luglio 1999 il mondo terreno. Il nostro concerto fu emozionante, non so come definire precisamente la magia che si creò mentre passavano le immagini e le testimonianze del movie. La gente di Palestrina, i ragazzi che avevano organizzato il festival In nome del rock, dove 20 anni prima il leader dei Morphine si era accasciato senza vita sul palco, quelli stessi che Dana chiama con un tenerissimo maccheronico "mi familia", stavano rivivendo l'incubo di quel 3 luglio 1999. Io, insieme agli altri, al buio del parco che ci ospitava seguivo muto le sequenze, i dialoghi sottotitolati in italiano e quell'onda di vibrazioni. Pelle d'oca, brividi e quant'altro, ma nulla fino a quando non comparve sul grande schermo Sabine, l'allora fidanzata e promessa sposa di Mark. Il suo racconto nel film mi sconvolse subito per la semplicità e forse la freddezza anglosassone (seppur americana). Raccontava come se fosse tutto una specie di sogno, di un ragazzo di 47 anni che parte per l'ennesimo tour mondiale (in quel momento i Morphine erano in piena ascesa, se la giocavano con i Pearl Jam, i Nirvana, etc.) nella primavera estate 1999 e le lascia la promessa che a fine tour, al loro ritorno lui l'avrebbe sposata, portandola in viaggio di nozze l'ultimo giorno dell'anno sulla cima più alta del mondo, in Nepal, un viaggio da fare in moto, così da salutare il vecchio millennio e vedere da lassù l'arrivo del nuovo. Devo aggiungere altro? Sapere che quelle due anime si erano salutate come tante altre volte e con la promessa che sarebbero diventate un'anima sola e invece non si sarebbero mai più incontrate mi ha travolto, ghiacciato. Non facevo altro che pensare a quella storia, alla normalità con cui Sabine ne aveva parlato, e qualcosa non mi tornava, com'era possibile parlarne come se fosse accaduto qualcosa di banale, come perdere un paio di chiavi o un ombrello? Poi ho cominciato a capire, a fare dei paralleli con la mia vita, anzi con la mia morte, la perdita di persone care, amici carissimi, mia madre, mio padre. Anche io ogni volta che ne parlo non mi metto a piangere disperato, mi sembra ormai una cosa normale, proprio come perdere le chiavi oppure un ombrello. È chiaro, mi apparve chiaro, nel caso di Mark e Sabine, come per chiunque perde una persona cara, fosse anche quella più cara in assoluto, non saluta e perde un'altra anima, ne perde solo e semplicemente il corpo, l'oggetto che contiene quell'anima, fa male al momento, ma poi passa, perché è il resto che conta, quello che rimane e che non si vede, ma si sente. Dopo Obscured by clouds nella scaletta del concept c'è appunto Mark & Sabine, dove mi sono immaginato che Dio avesse concesso un giorno solo e solo un giorno a Mark per ritornare sulla Terra, la possibilità di rivedere per qualche ora Sabine, andare a trovarla proprio nel bar dove lei lavorava per mantenersi agli studi e dove lui la corteggiava andando a bere il suo cocktail preferito, il Temptation. Ma un'anima non ha bisogno di legarsi e non è legata come lo sono gli umani nella loro materialità, il tempo di un saluto fugace e poi di nuovo libera e felice come è nell'essenza di chi non è mortale, finito.

Credo allora che il blues possente Sto perdendo tempo, alla luce di queste tue riflessioni assuma una valenza particolare, quel tic e tac, quello scorrere inesorabile del tempo e la sensazione di perdere tempo e di non fare nulla malgrado i propri buoni propositi sembra quasi profetico, no?

È l'inizio del disco e della storia, quando mi sono chiesto: cosa sto facendo? cosa voglio fare? cosa ho fatto? quanto tempo ho ancora per decidere che direzione prendere per essere felice? ma ho ancora del tempo per prendere una direzione qualsiasi? E quando ti chiedi questo non puoi che guardarti dentro e intorno, guardi te e il mondo che ti circonda, un mondo fatto di cose, di persone, di avvenimenti, forse casuali, forse non e guardi indietro, quello che è stato già e guardi quello che potrà essere. E intanto il tempo passa, tic, tac, tic, tac inesorabile, senza possibilità altrimenti. Forse.

Uno dei brani che amo di più di questo tuo nuovo disco è Fino a quando?. Per quella sua aria un po' d'altri tempi, quel sax avvolgente e suadente di Dana Colley, quel incipit "Troppo sole troppo sole dentro gli occhi miei / Troppo male troppo male sai / Fino a quando? Fino a quando? Fino a quando?" che è una forte invocazione... (Venerdì 9 dicembre). Raccontami...

Qui la genesi risale addirittura al 2014. Fino a quando? era un brano che faceva parte della scaletta musicale di un recital che avevo scritto e poi portato in giro in qualche teatro dedicato a V. Van Gogh, Fino a quando? V. Van Gogh e io, e gli altri, insieme all'attore Angelo Argentina e alla mia band di quel periodo (ndr chi l'ha visto, fin quando con enormi sforzi e pochi soldi siamo riusciti a portarlo in scena, ne ha parlato come di un capolavoro!). È l'invocazione, forse una richiesta di aiuto a qualcuno, a qualcosa, a Dio, agli uomini, nel momento più alto della disperazione di un Uomo. Tutto il recital era basato sulla lettere scritte da Vincent al fratello Theo e, in una di queste, scritta durante un ricovero presso l'ospedale psichiatrico, scriveva al fratello della sua alienazione, della sua impossibilità a sopportare oltre quei paradigmi della vecchia scuola accademica, quei critici d'arte, quegli artisti ben inseriti nel business del commercio di opere, quei salottini esclusivi in cui potevano accedere e partecipare solo gli amici degli amici, per dirla in termini mafiosi, insomma quel tipo di relazioni del mondo culturale che ancora oggi sono preponderanti nel mondo della cultura e in quello dell'arte, musica compresa, in cui si entra a far parte solo se si è sodali a quel mondo, gli altri vengono, con le buone o con le cattive, esclusi. È "l'amichettismo" come è stato mirabilmente definito dallo scrittore Fulvio Abbate. Il muro che viene alzato e l'impossibilità di parteciparvi a prescindere, sono un tutt'uno con la rabbia che prende dentro a chi non può far sentire la sua voce, chi viene tenuto fuori. Così Vincent scriveva all'adorato fratello: ...Non c’è scampo per colui che dissente da tutto ciò e che protesta con tutto il cuore e l’anima e con tutta l’indignazione di cui è capace. Ora, una delle ragioni per cui sono fuori posto, da anni fuori posto, è semplicemente perché ho idee diverse da quelle dei signori che danno lavoro ai tipi che la pensano come loro. Non è una semplice questione di come mi vesto, come mi è stato ipocritamente rimproverato, è una questione molto più seria, te l’assicuro! A causa di ciò si è per forza presi dalla malinconia, si sente il vuoto, lo scoraggiamento e c’è una marea di disgusto che ti sommerge. E poi si dice: “Sino a quando, mio Dio?!!”. Senza voler fare paragoni irriguardosi, nel momento in cui, come già detto, mi sono guardato dentro e intorno, ho avuto anche io il bisogno (e ne avrei tuttora) di gridare: fino a quando?!! Nel concept il problema non è solo di natura artistica, più in generale riguarda la vita di ognuno di noi, questa continua ricerca della felicità che finisce per deluderci in continuazione e riportarci in breve a fare i conti con la sofferenza, il solito up and down, come la morfina che placa i tuoi dolori al momento e poi ti ributta ancor di più nell'angoscia. Fino a quando, mio Dio?!!

Dana Colley e Rudy Marra

Di mercoledì è, invece, una canzone particolare, un po' delirante come l'idea di non morire di mercoledì, quasi a dire che morire va bene, fa parte della vita, ma non di mercoledì. La canzone è impreziosita ancora una volta dalle note lunghe del sax baritono di Dana Colley, com'è nata?

È nata che stavamo andando a suonare in un paese vicino Roma. Il minivan era guidato da uno della band e io ero seduto a fianco, gli altri dietro a dormire oppure a cazzeggiare, cose che si fanno di solito quando si va in giro (ricordate quando abbiamo parlato di Diesel?). Dopo le prime salite che portavano alla nostra meta, ci trovammo ad affrontare uno dei classici curvoni senza fine, di quelli che in genere ti fanno venire il mal di mare, nel nostro caso il mal d'auto e, a me che soffro anche un po’ di cervicale, mi sembrò quasi giunto il momento di salutare questo mondo e vomitare l'anima di tutto quello che avevo ingurgitato nell'ultimo autogrill dell'autostrada da poco lasciata. Quando stavo quasi per lasciarmi andare, la mia attenzione fu calamitata e fui anche salvato da una scritta con lo spray rosso sul muro di fronte al tornante che stavamo percorrendo: AMORE, NON SI PUO' MORIRE DI MERCOLEDI'. Rimasi folgorato. Quello o quella, non so (che ovviamente ringrazio), non è che non voleva morire, morire prima o poi lo dobbiamo tutti, ma almeno voleva scegliere il giorno in cui farlo! Giusto, cazzo! Se qualcuno ha letto Il maestro e Margherita di Bulgakov (toh, ritorna fuori il grande letterato!) si ricorderà che il diavolo in persona sottolineava che il problema vero per i miseri umani non era morire, o non solo, il vero guaio era che non sapevano quando sarebbe successo! Così, uno si organizzava per qualsiasi cosa per la sera e, magari, gli accadeva una disgrazia al pomeriggio. Va là, finito tutto, appuntamento annullato! Uno così, sosteneva il cornuto infernale, non sarebbe stato in grado di guidare e decidere il destino degli altri, visto che non era in grado di gestire nemmeno il suo! Il destino, insomma, non è affare umano, ci vuole il divino o il suo opposto malefico. L'umano si illude però, crede di poter far da sé, di sostituirsi a Dio oppure alla Natura (dipende dai valori in cui crede) e prova a forzare l'inevitabile. Per dirla come un grande ingegnere ed economista, ma soprattutto sociologo italiano, Vilfredo Pareto, gli umani, quasi sempre, non fanno ragionamenti matematici, scientifici, lo fanno solo se devono costruire un ponte, per esempio, allora sì fanno dei calcoli precisi, inoppugnabili; ma, nella maggior parte dei casi, ragionano in maniera non-logica, che non vuol dire affatto il-logica! Non sono razionali, certo, ma pur non essendolo pensano nella maniera più conveniente per loro. Credere che possa essere nella nostra volontà decidere il giorno in cui morire, magari ricorrendo a gesti scaramantici, rituali religiosi, preghiere, meditazione Yoga e quant'altro, non è certo ragionare in maniera logica, ma non è il-logico, è solo non-logico e serve a farsi forza, a darsi coraggio, ad eliminare dalla testa e anche dal corpo angoscia e dolore. E, alla fine, funziona, si sta meglio! È sognare, è crearsi un mondo! Quando ti sembra che tutto stia andando a fondo, così mi sentivo io nel momento in cui scrissi Di mercoledì, ti basta uno spiraglio, una piccola luce, un leggero miglioramento emotivo e fisico per rialzarti e gridare: "Bene, cazzo, non è ancora arrivata la mia ora, almeno non oggi, io sono ancora vivo e in piedi, ce la farò!". Sai che giorno era quel giorno che lessi la scritta in spray rosso sul muro? Era un mercoledì, esattamente. Funziona così, le nostre droghe naturali si mettono in moto e ti aiutano a non andare a fondo e diventi forte, forse anche felice, almeno per quell'attimo che ti basta prima di essere ricacciato nell'angoscia che non sarai tu a decidere in che giorno arriverai al punto B. Il nostro è un viaggio di andata e non ritorno, senza approdo, di continui naufragi...ma anche di continui salvataggi.

Quando si è in queste situazioni down, quando il mondo sembra crollarti addosso, credo che il problema più grosso sia quello di sentirsi incompresi, da lì penso sia nata Sei un artista tu?, che inizia proprio così "Sei un artista tu? E allora che cosa vuoi capire? Io vedo cose che tu non puoi vedere e faccio voli che tu non puoi volare". In un artista prevale la presunzione o la preveggenza?

È bene che io lo chiarisca subito, il pezzo è diretto a quelli che scrivono e parlano di musica, giornalisti, critici, blogger o blogghisti, chattatori della domenica e purtroppo anche degli altri giorni della settimana, radiofonici e radioamatori, radioodiatori, tv talker, tv stalker e quant'altro. Lo so che sto mettendo in mezzo anche te, ma credimi, so distinguere bene chi fa il proprio lavoro con la consapevolezza di fare il suo, cioè scoprire, indagare, capire cosa c'è dietro un artista e via dicendo e chi, invece, vorrebbe essere da quest'altra parte e non c'è, per cui pretende di capire cose che non capirà mai, proprio perché non c'è dentro. In milanese sarebbe un po’ "Ofelè fa el to mestè" (ndr pasticciere, o qualsiasi artigiano, fai il tuo mestiere). Naturalmente è un tipo di sfogo che ho avuto proprio nel periodo down, quando qualcuno mi veniva a suggerire cosa avrei dovuto fare artisticamente per rimettermi in carreggiata: chi mi accusava carinamente di non aver sfruttato bene la mia occasione sanremese, chi mi imputava il fatto di essere un po’ ruvido, chi mi consigliava di buttarmi sul pop, chi sul rock, chi sul jazz e io che li guardavo e non sapevo di che stessero parlando! Mi venne in mente una storica puntata del Maurizio Costanzo Show, ospite Carmelo Bene, mio illustre conterraneo, di quella serie "Uno contro tutti". Lì il Maestro gridò varie volte alla platea di addetti ai lavori: "Sei un artista tu?!! E allora che cazzo vuoi capire?!!". Tu mi domandi se è presunzione o è preveggenza? Ti rispondo che è proprio di un artista, di un artista, non di un artigiano, prevedere, vedere prima, sentire prima degli altri. Ad un vero artista non dovrebbe importare quello che è successo, ma deve intuire quello che ancora dovrà accadere, non è successo! Ed è per questo che molti che vedono prima non hanno successo ora, avranno successo quando quello che loro avevano previsto già si sarà finalmente avverato. La presunzione è una conseguenza, l'etimologia della parola parla chiaro, viene da praesumere, cioè prendere prima, anticipare, immaginarsi prima e, se io anticipo, posso risultare anche supponente, fuori luogo, nel senso di fuori contesto sociale, quindi: stronzo! Il pezzo, musicalmente parlando segue la scia del mio delirio, con una melodica magistralmente suonata da Alessandro Greggia che strapazza la melodia, tira allo spasimo le note, fa di tutto per essere irritante, acida, in contrapposizione allo slide del basso a due corde che suona ossessivo, ripetuto, uno swing strampalato da fine nottata in un qualsiasi night club del mondo, come la consapevolezza che, nonostante le grida e gli insulti, nulla cambierà, tutto resterà uguale, uguale, uguale...(ad lib)

A costo di farmi mandare a quel paese, però, un consiglio te lo do pubblicamente anch'io: candida questo disco per la Targa Tenco Miglior Album in assoluto di questo 2023, perché merita, merita soprattutto di essere ascoltato. Però, prima di lasciarci, gettiamoci sull'ultimo brano che ci resta da affrontare, il titolo Nonostante me sembra essere da resa dei conti, forse la felicità così tanto agognata è vicina, forse è solo un'illusione, che mi dici?

Sorvolo sul Premio Tenco perché non conosco i meccanismi di questi premi, concorsi e fiere; come da risposta precedente su Sei un artista tu?, mi interessa poco sapere cosa ne pensa la critica delle mie canzoni e credo che in particolare oggi non sia importante se sei bravo, scarso, un genio oppure una ciofeca, l'importante è quanto appari: in tv, radio, social e via dicendo e io appaio, da sempre, molto meno della Madonna di Lourdes, nonostante oltre 35 anni di attività. Ci sono alcuni eletti che anche quando scoreggiano vengono premiati con la Targa, altri che lo hanno ricevuto solo quando sono diventati "bigiotteria pop", insomma non so che dire, in ogni caso, io sono qua se mi vogliono, se non mi vogliono, tanto per citare l'immenso Petrolini: "me ne fregio!".  Nonostante me chiude la triade della parte del disco e del concept che tocca il tema della morte, della fine, del punto B. Chiude, ma in realtà apre al vero focus di tutta l'opera: la non fine, la prosecuzione della specie, l'eternità. Nonostante me è un funerale visto da fuori, nel mio viaggio visivo propriamente dall'alto, come una ripresa da un drone se si trattasse di un videoclip oppure dagli occhi dell'anima che sta per prendere il volo, ma che ancora vuole guardare quello che sta succedendo al suo corpo. Come dire, tanto per citare il maestro Jannacci "si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale... per vedere se la gente poi piange davvero", una cosa così. Come già chiarito, tutta la nostra vita, la mia e quella di ogni umano, è marchiata dal peccato originale, dalla sentenza di morte e di una fine inevitabile già all'inizio della nostra vita, si nasce per morire! Nonostante i nostri tentativi di non pensarci, prima o poi, questa spada di Damocle si presenta, ci chiede di fare i conti. E' quello che altri e ben più importanti di me, poeti, filosofi, letterati, artisti hanno chiamato il male di vivere che, si badi bene, va a nascondersi sotto varie sembianze, il male d'amore, il malessere giovanile, le depressioni, le ansie, i rapporti, la società, la sofferenza degli artisti e qualsiasi altra "scusa", ma, alla fine, è sempre quella terribile paura di non fare in tempo, di non riuscire a portare a termine la nostra missione in questo mondo visto che il punto B, la fine di tutto, di ogni cosa è lì che ci aspetta. Ma qual è la nostra missione? E qual è il nostro tempo a disposizione? In realtà non conosciamo né l'una né l'altra cosa, ipotizziamo, presupponiamo (a proposito di presunzione della risposta precedente) e, in questo modo, non potendo avere risposte certe viviamo nell'angoscia, nell'ansia di prestazione da umani. È ovvio, ci siamo chiusi dentro una retta con un punto A di partenza e un punto B di fine assoluta, come si fa a non diventare claustrofobici? Facciamo tutto drogandoci il cervello, usiamo la morfina come anestetico mentale e Morfeo, che è il dio dei sogni, anzi delle forme che assumono i sogni, ci fa costruire simulacri, false apparenze, ingannevoli immagini, proprio per resistere a quello che è il dolore di una fine senza appello, della fine di tutto, di ogni cosa. Solo se ci fosse data la possibilità di vederci alla fine del viaggio, vedere il nostro funerale dall'alto appunto, ci si potrebbe rendere conto che intanto, al massimo, finiamo noi e non tutto e ogni cosa, anche senza la nostra presenza fisica, nonostante il nostro ego, il mondo, la vita, se ne fottono e continuano, così è stato prima di noi e così sarà dopo. Se si ascolta bene, alla fine del brano si sente un carillon e un bimbo che piange (la straordinaria partecipazione del grande Roy Marra!), è quello che ti fa capire che non esiste affatto un punto B, la fine di una retta. La retta, si sa, è fatta da infiniti punti, quindi per sillogismo non finisce, diventa cerchio e un cerchio non prevede soluzione di continuità! Ecco perché subito dopo, a chiusura del disco parte Filare de tabbaccu, che è un ritorno alle radici, tutto ricomincia. Sarà anche retorico ripeterlo, ma la felicità non è un punto di arrivo, non arriverà mai, è il cammino stesso, anzi il cammino che non stabilisce di dover arrivare ad alcuna meta, naufraghi prima ancora di naufragare! La felicità non esiste, c'è. (RM)

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mercoledì, maggio 17, 2023

Filippo Andreani: Detto tra noi, dobbiamo andare avanti ad ogni costo

di Fabio Antonelli

È di questi giorni l’uscita del nuovo album “Detto tra noi” (Ammonia Records -2023) di Filippo Andreani. Esattamente dopo cinque anni dal precedente “Il secondo tempo” (iCompany – 2018), dopo una lunga gestazione, vede quindi la luce questa sua ultima fatica, dieci tracce che oscillano tra presente e passato, che trasudano malinconia, che lasciano intravedere sprazzi di speranza, ma anche tanta disillusione. Un disco prezioso, da tenersi stretto, che testimonia la crescita esponenziale della poetica di questo artista.

Vorrei cominciare dalla splendida copertina del tuo nuovo disco Detto tra noi. Ti ritrae in veste di pugile sottacqua e si ispira chiaramente al celebre ritratto fatto da Flip Schulke a Cassius Clay. Un uomo pronto a lottare a mani nude contro le difficoltà della vita, ma con una difficoltà in più, non può respirare. Com'è nata l'idea di ispirarti a quel ritratto? Il titolo Detto tra noi mi dà l'idea di confidenzialità, il mettersi a nudo davanti all'ascoltatore? È davvero così?

Dalla prima volta che l’ho visto, quel ritratto di Ali mi è sembrato la metafora perfetta della vita di un artista: andare avanti ad ogni costo, perché quella è la tua natura. E non fa niente se non riesci a respirare, non fa niente se non c’è nemmeno il pubblico a sostenerti. Sei tu, con il tuo coraggio e con la tua paura. E con la tua testardaggine, soprattutto. Per questa ragione ho (faticosamente!) cercato di ripeterlo. Questa copertina mi piace da morire. I due colloquianti che compongono il “noi” del titolo siamo io e Filippo. Avevamo bisogno di dirci alcune cose, noi due. Ora abbiamo anche l’età per farlo. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, io e lui. Abbiamo necessità di stare dalla stessa parte. Io sono quello razionale e pauroso, lui è quello pieno di fantasia e di coraggio. Siamo l’uomo e il bambino, siamo il padre ed il figlio. C’è stato un momento in cui mi sembrava che mi avesse lasciato ed in quel momento è nato il testo della prima canzone del disco: Dalla mia parte.


Eccomi offerto l'assist per buttarci a capofitto dentro il disco, a partire proprio da Dalla mia parte, la traccia che apre le danze, che ha in sé già immagini poetiche fuoriuscite dal passato, come "un pallone fatto di giornali e due giacche a vento messe lì da usare come pali..." e immagine nefaste sull'oggi, con uno sguardo disincantato sul futuro "Ora il porto si è riempito di pirati e pescecani e sono morto ogni volta che ho permesso a qualcuno di occuparsi del domani anche per me...". Si può dire che un po' tutto il disco oscilli continuamente tra ricordi, speranze e disillusioni?

Hai colto esattamente il senso del disco, che è pieno di quella malinconia che si prova a rivedersi in certe fotografie. Ho passato un momento un pochino buio, dove l'umore era sotto i piedi e mi mancava da impazzire quel Filippo sorridente e pronto alla battaglia. Per fortuna l'ho ritrovato. Per fortuna ho capito meglio chi sono, ad accettare i miei difetti fino ad innamoramene. Credo che la mia forza sia avere una somma di debolezze con le quali dover continuamente fare i conti. È un grande stimolo quello di voler fronteggiare sé stessi.


Hai parlato di fotografie e di ricordi, credo che 1977 nasca proprio dal guardarsi indietro "Come siamo cambiati! Dove ci siamo persi? Tra discorsi importanti e canzoni da grandi, quanto siamo diversi!". C'è nostalgia ma mai rassegnazione "Ho trovato i miei occhi: ce li avevi tu addosso! Per te morderò fino all'osso!". È una canzone d'amore puro, ma la lei oggetto del tuo amore è una lei un po' particolare, vero?

È la più grande maledetta e benedetta stronza che abbia conosciuto. Ci siamo messi insieme nel 1993. Avevo 16 anni e anche lei. Lei ce li ha ancora. Per lei ho fatto migliaia di chilometri, mi ha tolto il sonno, mi ha riempito di balle e di vizi. Dovrei odiarla, eppure ci sto ancora. Lei è la musica punk e 1977 sì, è una canzone d’amore per lei!

Saltiamo ad una altra data importante, Estate 90, sembra essere così lontana... "Olio e benzina insieme al due per cento" e "mangiacassette col volume alto". Un'altra canzone d'amore mi verrebbe da dire, se di lei dici "Non ho mai saputo molto di te, tranne il numero di denti che hai per averti vista ridere con me... non l'ho dimenticato mai”. Mi dici qualcosa d questa storia indelebile?

Si, questa è proprio una canzone d’amore. Lei era una ragazzina della quale mi ero innamorato. Poi sono finite le medie e non ci siamo mai più visti. Quell’estate, il fatto che l’avrei persa di vista era l’unica certezza che avevo. Non mi consolavano nemmeno i gol di Schillaci. Peraltro, vista la mia timidezza di allora, non avevo mai avuto il coraggio di dichiararmi e quindi non c’è mai stato proprio niente, nemmeno una passeggiata mano nella mano. Mi restava solo il ricordo del suo sorriso, che avevo studiato tanto da contarne i denti. È una storia ingenua e innocente. Mio malgrado!


Beata ingenuità. Vorrei lasciare per un attimo l'amore più o meno corrisposto, per parlare di due canzoni dedicate a personaggi del calcio ma canzoni, che, come al solito, hanno il calcio solo come sfondo. Mi riferisco a 11 metri dedicata ad Agostino Di Bartolomei, indimenticabile capitano della Roma e a Celeste, credo una delle più belle canzoni dedicate a Diego Armando Maradona. Perché proprio loro e perché con questa tua poetica capace di trasfigurare la realtà. Una canzone più bella dell'altra.

Grazie! Sono contento che ti piacciano. Quanto ad Ago, mi ha sempre impressionato molto il fatto che ha deciso di andarsene nel giorno esatto in cui, dieci anni prima, la sua Roma aveva perso ai rigori contro il Liverpool la finale del trofeo più importante. Oltre a questo, Di Bartolomei aveva una faccia diversa, un sorriso a metà, qualche ombra nello sguardo. Un personaggio che andava cantato ed una persona che andava ricordata. Rispetto a Diego (che io porto tatuato addosso con l’aureola e la scritta San Fútbol) ho una venerazione quasi religiosa. Per questo ho scritto una cosa che è quasi una invocazione, una preghiera. Perché Diego è il Dio del calcio.


Restiamo ancora in ambito calcistico, perché Sottopelle, il pezzo che chiude il tuo nuovo disco, è una dichiarazione d'amore, uno stile di vita, un DNA. "Sai che cosa c'è? C'è che niente mi fa più paura insieme a te, come se ovunque vada ti avessi accanto sulla strada!" e lei non è una donna ma...

Ma la tifoseria del CALCIO COMO 1907! Eh, cosa vuoi farci… è una vera malattia… Sono innamorato della mia sciarpa, folle per i miei colori, orgoglioso dei miei amici di stadio. Lo so, può sembrare qualcosa di ben poco poetico da fuori, ma in realtà “forse non lo sai ma pure questo è amore”!

C'è, invece, una canzone che non credo non possa non commuovere chi la ascolti, mi riferisco a Rivederti ancora dedicata a tuo padre, che inizia con questi versi "Guarda che stasera esco e ti vengo a cercare". A me mette i brividi, così come quel "Chissà se è vero che può capitare...". Non aggiungo altro, vorrei fossi tu a dire di più.

L’ho scritta in cinque minuti e ho pianto per un giorno, effettivamente! Ma avevo proprio il desiderio di mettere per iscritto alcune urgenze. Ho deciso di continuare ad avere l’illusione di poter rivedere mio papà, anzi proprio di coltivare questa illusione, di farla crescere. Sognare è gratis, intanto. E poi mi fa stare bene pensare che un giorno torneremo a litigare per come mi vesto o per il Milan. Vorrei tanto fargli vedere come sono diventato, presentargli le mie figlie, stappare una bottiglia. Poi potrebbe anche tornare via. Mi basterebbero dieci minuti.

Io credo che l'amicizia abbia per te un valore grandissimo, almeno è quello che ho pensato dopo aver ascoltato Compagni di banco, è vero?

Assolutamente si: gli amici sono tutto. Con i miei, siamo compagni di banco e lo saremo sempre. I miei amici sono la mia fortuna, al pari della mia famiglia. In qualche modo, del resto, ne sono parte.


Brividi è un bellissimo elenco di istanti, situazioni che ti hanno fatto venire i brividi, tra i tanti cito "Alfredo non parla da un'ora... E allora...". Personalmente aggiungerei "Come ascoltare una canzone di Filippo Andreani”. Come... Come è nata questa canzone?

È nata una sera, giocando con la chitarra. Ho cominciato a fare quei due accordi stoppati e a dirci sopra cose a caso. Poi, in qualche minuto, sono arrivate delle frasi di senso compiuto o meglio delle “fotografie” di attimi, di situazioni. E tutte mi davano i brividi. Così, ho iniziato ad elencare alcune cose che danno quella emozione. Alcuni sono brividi belli – come le “voce belle dei cantanti” – altri sono terribili – come “gli occhi di Ilaria e quanto sono seri quando guardano dritti negli occhi dei Carabinieri”. L’ho voluta lasciare così, anche in sede di registrazione, esattamente com’era nata, anche per ricordarmi per sempre delle emozioni che ho vissuto scrivendola.

Hai parlato di emozioni e devo dire che piena di amore e di emozioni è Niente da salvare. L'ho lasciata per ultima solo perché trovo sia una delle più belle ed intime canzoni che tu abbia mai scritto. Melodicamente meravigliosa, non ho voluto riportare alcun verso, perché se no avrei dovuto trascriverla tutta. Mi parli un po' di questo gioiello?

Racconto un amore adulto, ostinato ma annoiato. Una vita di coppia che viene tirata avanti, senza alcuna passione, tra litigi e silenzi. Una relazione in cui non c’è più niente da salvare. Ma anche un rapporto in cui, comunque, non c’è niente da buttare via. L’amore non si butta mai, nemmeno quando finisce. Ti ringrazio tanto per averla notata nel disco… anche a me piace tanto questa canzone… ho suonato quella melodia al pianoforte per almeno due anni e non riuscivo mai a farla diventare una vera strofa… poi, una sera, è arrivato tutto all’improvviso. Musica e testo. Mi mancavano solo poche parole e mi suona il telefono: è mio fratello, mi dice che gli sono scappati i cani. Io nemmeno mi preoccupo e anzi lo ringrazio… ecco le parole che cercavo! “Dimmi se l’amore può scappare come i cani, che poi magari finisce male, o se ritorna come dentro ai film americani”.


Il disco, lo avrai intuito anche dalle mie domande è un disco che emoziona, che oscilla tra ricordi e presente, fatto a volte di istantanee in presa diretta, a volte di trasfigurazioni poetiche. Nel Vangelo secondo Marco si legge "Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere?". Può un disco così bello, essere scritto, musicato e cantato per non essere fatto conoscere? Come pensi di promuoverlo? Ci saranno date live?

Non sono mai stato bravo a vendermi e anche questa volta non farò un’eccezione: niente live, ad esempio! È una scelta sulla quale ho riflettuto molto (è chiaro che diventa davvero difficile promuoversi in questo modo) e che ho preso per due ragioni. La prima è che mi piacciono le cose fatte bene. Solo che non ho il tempo di costruire un concerto come vorrei, né di stare in tour. Ho un lavoro che mi toglie dieci ore al giorno, viaggio compreso, ed una famiglia che non posso abbandonare tutti i fine settimana. Né lo voglio fare. La seconda ragione è che per me ogni concerto è un esame di Diritto Privato (quando ero all’Università tutti temevano questa materia e quel professore): mi sento sempre che devo convincere qualcuno di (eventualmente) valere qualcosa; temo il giudizio della gente, ne ho proprio il terrore. I concerti mi creano ansia, non felicità, e non voglio più farmi questa violenza.

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venerdì, marzo 31, 2023

Rossella Seno: La figlia di Dio è tornata per raccogliere su di sé tutto il male del mondo

di Fabio Antonelli

Sembra quasi un miracolo, sono passati solo tre anni dal suo precedente album “Pura come una bestemmia (Azzurra Music - 2020), accolto dalla critica in maniera entusiastica che ecco Rossella Seno, veneziana ma da anni residente a Roma, pubblica un nuovo disco “La figlia di Dio”(Azzurra Music/ Disobedience Associazione Culturale – 2023), un concept-album per tutti coloro che in questa epoca di "rap", "trap" e musica "urban" non riescono a soddisfare la propria necessità di ascolto di buona musica d'autore, così come riportato nei siti online presso i quali è reperibile, in cui si è avvalsa di uno stuolo di prestigiosi collaboratori.


Sono solito cominciare dalla copertina di un disco, a maggior ragione lo vorrei fare per La figlia di Dio perché il titolo è già una provocazione, Caifa sono sicuro che si straccerebbe le vesti nel tempio. Com'è nato questo titolo?  È da esso che ha preso vita l'intero progetto? Poi direi che una riflessione la merita l'illustrazione, con Il tuo volto che guarda dall’alto, con compassione, i soggetti stessi del tuo disco, gli ultimi, i reietti. Mi ha ricordato, soprattutto per la scelta dei colori, la copertina del film di animazione Gesù - Un regno senza confini, ma ciò che più mi ha colpito, a livello contenutistico, è il fatto che mi sembra proprio la rappresentazione fedele del tuo modo di vivere la vita e di vedere il mondo che ti circonda. È davvero così?

La figlia di Dio è un brano di cui Sirianni mi parlò non appena vide la copertina di Pura come una bestemmia, il precedente album. In verità ad ispirarlo fu il film Dio esiste e vive a Bruxelles. Ti ricorderai EA, la sorella di Gesù, la vera salvatrice del mondo. E in effetti Federico sostiene che solo una donna può essersi fatta carico di tutto quella sofferenza. Per quanto riguarda i contenuti hai colto perfettamente il senso della copertina e dell'intero album, La figlia di Dio veglia sui più fragili, sugli oppressi, i disadattati, si fa carico di tutto il male del mondo e lo fa suo. E io lo sento tutto quel dolore, talvolta così fortemente da non riuscire neanche a respirare, paralizzata dall'impotenza. Non capisco come l'uomo possa causare così tanta sofferenza al suo stesso simile e distruggere l'ambiente in cui vive...


Beh, magari Dio non esiste e neppure i miracoli, ma i mezzi miracoli sì, se Federico Sirianni ti ha portata a realizzare un nuovo album dopo soli tre anni dal precedente Pura come una bestemmia. Ti ha donato la canzone che dà il titolo all'intero lavoro e che chiude il disco, ma ha anche tradotto due brani, La colomba (The dove) e Cantami (Sing me) di Allan Taylor. Cantami ha poi visto la partecipazione dello stesso Allan oltre ad essere confluita in un bellissimo video animato dai disegni di Roby il Pettirosso. Com'è ricaduta su questi due brani la tua scelta e come è nata la collaborazione con il cantautore inglese?

La vita non è una passeggiata e abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa o a qualcuno, soprattutto nei momenti più difficili. Certo che se anche in natura vige la regola del più forte ci riesce difficile pensare ad un Dio buono e giusto. Ma chi non si rivolge a lui nella vita cercando conforto o speranza? O semplicemente per maledirlo... E i miracoli a volte accadono... Del mio incontro con Allan devo ringraziare un amico critico musicale, il quale affermò, in una delle nostre lunghe telefonate, quanto The dove, brano di Allan Taylor appunto, fosse nelle mie corde e come l'avrei cantato bene. E aveva ragione. Lo sentii immediatamente mio e cominciai a volare da subito tra le note di questa suggestiva canzone. Lo contattai, su Messenger, chiedendogli il permesso di interpretarla in italiano e di inciderla inserendola nell'album su cui stavo lavorando, allegandogli il link di Pura come una bestemmia. Mi rispose subito di sì. A quel punto affidai la traduzione a Federico Sirianni, l'autore che ritenevo più adatto, e anche una delle penne che più amo in assoluto, piacque molto anche ad Allan. Fu così che mi venne la sfrontatezza di chiedergli di scrivere un brano appositamente per me. Ci accordammo sulle tematiche da affrontare e dopo pochi giorni mi consegnò Sing me, altro capolavoro, la cui traduzione fu nuovamente affidata a Sirianni. Chiedere ad Allan di intervenire sul disco anche vocalmente è venuto naturale. Abbiamo altri progetti insieme, ma scaramanticamente preferisco non parlarne ancora. E pensa che non ci siamo mai conosciuti personalmente, il nostro è un rapporto "epistolare", solo che le mail hanno preso il posto delle lettere.


Se Allan Taylor rappresenta una novità tra le tue collaborazioni, ritroviamo però la firma, anzi la doppia firma di un tuo storico collaboratore come Pino Pavone, collaboratore storico anche di Piero Ciampi, guarda caso... Doppia firma perché per questo progetto ti ha donato due splendidi brani musicati da Massimo Germini, Candide delicatissima canzone sul tema della prostituzione con una gravidanza mai cercata, anzi subita e Prima che il gallo canti, la ricerca di un Dio spesso incomprensibile o mai vicino abbastanza. Com'è stata questa nuova collaborazione con Pino? 

Pino mi conosce come nessun altro. È il mio confidente, a lui rivelo tutte le mie miserie. Infatti, Prima che il gallo canti è una canzone indubbiamente biografica, la ricerca di un padre e non solo spirituale e la convinzione di aver sbagliato qualcosa. La vita d'artista, al di là delle gratificazioni, non è semplice, soprattutto per una personalità complessa come la mia. Pino ha scritto anche il testo dello spettacolo di cantateatro La figlia di Dio, recitato fuori campo da Riccardo Mei, che ha debuttato qui a Roma il 17 marzo.


Un'altra collaborazione preziosa credo sia stata quella di Michele Caccamo, sia in termini quantitativi che qualitativi. Lo si intuisce subito dall'incipit Nessuno è stato portato in cielo con la voce recitante di Alessio Boni, un misto tra preghiera e amara constatazione di come "per questi segni neri nessuno è stato portato in cielo". Passando per Don Gallo e i suoi millesimi, splendido ritratto di quel prete con "voce di lupo un sigaro acceso" che "aveva sempre deciso che su tutto l'amore conta", per approdare alle terribili Sono solo un suono e Un tempo immondo, terribili non perché brutte, ma perché feriscono il cuore, mettendo in evidenza la nostra impotenza di fronte a tanto dolore e tanto male. Sei d'accordo? Lo scrivere canzoni, nel tuo caso il cantarle, può essere medicina capace di lenire le ferite dell'anima? Te lo chiedo perché, ad esempio, ho sentito dire tante volte da Pippo Pollina come sia stata proprio la musica a salvargli la vita.

Questa domanda mi spiazza, perché non saprei cosa risponderti. La musica può lenire, ma questa che per me è più una missione che una professione a volte, più che una medicina, pare essere una maledizione. Metto in evidenza le situazioni che più mi stanno a cuore, ma questo non basta, né a me né agli altri. In fondo le mie mani sono troppo piccole per contenere tutto l'orrore e la mia voce flebile...

A proposito di missione mi vengono in mente i versi "E morì come tutti si muore / Come tutti cambiando colore / Non si può dire che sia servito a molto / Perché il male della terra non fu tolto" tratti da Si chiamava Gesù di Fabrizio De André, che hai inserito in questo tuo disco. Una canzone che sembra voler ribadire l'assoluta laicità di questo tuo progetto, non credi? Ti trovi allineata alla sua visione?

Un'opera laica ma allo stesso tempo religiosa. Non viene messa in discussione tanto l'esistenza di Dio, piuttosto il suo "operato". La figura del Cristo è fondamentale per la nostra religione, ne sono attratta, anzi, ho una vera e propria passione nei suoi confronti, un uomo rivoluzionario, magari seguissimo il suo insegnamento! Ma la sua morte, presunta o vera, pare non essere servita a niente... Nessun agnello ha tolto i peccati del mondo, nessun cuore redento.


È un'amara considerazione cui replicherei con le parole "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", nel senso che non credo si possano attribuire a Dio le nostre colpe. In tal senso mi viene di citare questi versi "Perché voi possiate uscire / Perché io non possa entrare / Per qualche voto in più / Perché ho un altro colore / Di confine si muore / Di confine si muore / Di confine si muore" con quel "Di confine si muore" ripetuto tre volte, numero biblico, tratti da Requiem, un testo dell'antropologo Marco Aime che Massimo Germini ha musicato. Tema di massima attualità, ma direi anche tema eterno, a ribadire che il peggior nemico dell'uomo è l'uomo stesso, che ne pensi?

Ne sono assolutamente convinta. Che brutta roba quella dei confini. Non riusciamo a considerarci abitanti dello stesso unico pianeta. Ma è un atteggiamento insito nell'essere vivente, anche gli animali delineano il loro territorio.  Guarda quello che sta succedendo in Ucraina, una guerra incomprensibile che potrebbe trascinarci in un conflitto mondiale.

D'altronde credo che il male, quello sì, non abbia confini. Ho volutamente lasciato per ultimo Zohra, la canzone scritta da Matteo Passante su una schiava domestica pachistana di soli otto anni, schiava di una coppia sposata, Hassan Siddiqui e Umme Kulsoom che è stata torturata e uccisa per aver rilasciato erroneamente i pappagalli dei suoi padroni a Bahria Town, Rawalpindi, 1 giugno 2020. La canzone è piena di poesia, ma una crudele poesia, ho ancora impressi i duri versi conclusivi "Il reato commesso / è aver aperto la porta dell'uccello ingabbiato / Ma solo io lo capivo / Il profumo del cielo / Quando è primavera / Oggi ho messo le ali / E sono sopra quei cieli che il demonio ha creato/ Se la terra fu inferno nel nulla da cui canto è ancora più inverno". Mi ha riportato alla mente il verso "E libertà è un discorso per chi non sta in prigione" che Pierangelo Bertoli cantava in Leggenda antica. Sei stata tu a suggerire il tema a Matteo Passante?

Si, ho giurato a quella bimba che non l'avrei dimenticata, che l'avrei cantata. Ed è grazie a Matteo Passante e a Massimo Germini se ho potuto mantenere la promessa fatta.


Un'ultima domanda, o meglio una duplice domanda. Se non sbaglio tu nasci attrice e con gli anni sei diventata cantante, ma non sei una musicista, quanto è stato importante nel realizzare questo disco un personaggio come Massimo Germini? È vero che non sei una musicista, ma non ti è mai venuta voglia di provare a scrivere i testi delle canzoni che canti?

A dire il vero è entrata la musica per prima nella mia vita, dalla quale un certo punto ho preso una pausa. Il mio "personaggio" poco si sposava con ciò che volevo cantare. Troppo glamour e poco credibile per la canzone d'autore. Solo con gli anni ho acquisito credibilità. Per quanto riguarda i testi meglio affidarsi a chi lo sa fare, soprattutto se sei cresciuta a pane e Fossati. Mi chiedi quanto sia stato importante Massimo Germini? Senza di lui non esisterebbero questi album. È l'autore di gran parte delle musiche e arrangiatore di tutti i brani. Diciamo che musicalmente viaggiamo sulla stessa lunghezza d'onda. E non avrei potuto né voluto affidarmi a nessun altro che non fosse lui. È un grandissimo musicista e autore, dotato di particolare sensibilità. Vado orgogliosa di ciò che abbiamo fatto insieme. E gliene sono grata.

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giovedì, marzo 30, 2023

Ivan Franceso Ballerini: Racconti di mare (La via delle spezie), tra Salgari e Conrad

di Fabio Antonelli

Ivan Francesco Ballerini, toscano di Manciano, seppure non più un ragazzino, ha pensato bene di dedicarsi anima e corpo alla canzone d’autore e, dopo aver sfornato due rispettabilissimi album come “Cavallo Pazzo” (2019) un concept - album, interamente dedicato agli Indiani d’America e “Ancora libero” (2021), eccolo pubblicare negli ultimi mesi del 2022 “Racconti di mare – La via delle spezie (2022 Long Digital Playing). Tre album in soli quattro anni, ma non si pensi neppure lontanamente ad album seriali o peggio superficiali, anzi ci troviamo davanti ad opere di puro artigianato. Sentite cosa ci racconta del suo ultimo album.


Comincerei dalla copertina del disco se sei d’accordo. Il titolo Racconti di mare - La via delle spezie è stato il punto di partenza di questo concept album (perché credo sia a tutti gli effetti un concept) o è stata la sintesi perfetta del contenuto del disco? Mi ha colpito molto la scelta di una illustrazione in bianco e nero, quasi fosse uno sguardo al passato e la scelta del soggetto stesso, un uomo di spalle che, seduto sulla terra ferma, guarda lontano verso l'orizzonte osservando il mare agitato. L'essere sulla terra ferma mi ha riportato alla mente sia Emilio Salgari che pur non avendo mai viaggiato per mare scrisse avventure di mare incredibili, sia Joseph Conrad che, invece, fece del suo navigare la fonte di ispirazione per altrettanto fantastici racconti con protagonisti dubbi e paure dell'uomo. Come ti collochi rispetto al frutto della tua creatività?

Credo che il titolo Racconti di mare sia stata la sintesi perfetta, in quanto si tratta di storie tutte legate al "mare". La scelta del "bianco e nero", come scelsi il "virato seppia" per l'album Cavallo Pazzo è senza dubbio qualcosa che ci riporta indietro nel tempo, inoltre, credo che i colori avrebbero in qualche modo tolto l'attenzione dal soggetto principale: "un marinaio portoghese che sta contemplando il mare in burrasca". La copertina fa parte di uno dei 26 acquerelli che hanno dato vita al bellissimo video di Vasco Da Gama, video diretto dal regista e fotografo Nedo Baglioni. Appena vidi i disegni non ebbi esitazione a capire quale di queste tavole sarebbe stata la copertina. Pensa che stavo per concludere un disco che avrebbe dovuto intitolarsi Incontro al destino, in quanto ogni brano era legato a questo aspetto imponderabile della nostra vita. Poi però mi capitò di leggere una bellissima storia su Vasco Da Gama e il mio progetto iniziale è finito in un cassetto. Mi sono rimesso a scrivere un disco completamente nuovo, altri contenuti, altri soggetti. Alcuni brani di Incontro al destino sono riuscito a traghettarli, con dovute modifiche al testo delle canzoni, in Racconti di mare, questo a dimostrazione che c'è un legame fortissimo tra mare e destino. Rispondendo al tuo ultimo punto: molto spesso traggo ispirazione da racconti letti nel corso della mia vita. È successo con Cuore di tenebra e Tifone, bellissimi racconti di Joseph Conrad, da cui ho tratto spunto per scrivere il testo delle canzoni... ma insieme mescolo sempre molte mie esperienze personali, mie sensazioni e aspetti della mia vita e della mia fantasia.


Ecco, visto che hai citato proprio Vasco Da Gama come la scintilla da cui è partito tutto, mi piacerebbe parlassi della genesi di questo brano, in cui tu canti in prima persona le sue gesta e da cui emerge un personaggio con una limpida visione del proprio ruolo "questa è la mia missione / questo il tributo da saldare".

Potrei dirti che il brano, come successe per Cavallo Pazzo, si è scritto da solo. Poi però mentre scrivevo, non sapevo più scindere chi fosse il vero protagonista, se Vasco Da Gama o io. Direi che sono riuscito, almeno spero, a dare al testo e specialmente alla musica, quella giusta energia, necessaria per poter narrare le gesta e le imprese di un personaggio, ancora oggi, così incredibile, dotato di un carattere e di una potenza davvero ineguagliabili. Lui assieme ad altri navigatori, sono stati i primi veri scopritori del nostro mondo, con mezzi, che a pensarci oggi sembrano impossibili. I galeoni erano senza dubbio imbarcazioni meravigliose, ma erano pur sempre barche di legno, soggette a mille problematiche. Per non parlare del cibo, quasi completamente inesistente... acqua, vino e carne essiccata era il loro unico sostentamento. La maggior parte dei marinai moriva in navigazione a causa dello scorbuto, la mancanza totale di vitamina C. Era una morte lenta e dolorosa, dove le piaghe iniziavano a comparire su tutto il corpo, i denti vacillavano e cadevano, insomma si trattava di gente veramente tosta, che sapeva a cosa andasse incontro. Ma Vasco Da Gama sapeva, sapeva che con la sua impresa avrebbe scritto una delle più importanti pagine della storia: "arrivare per primo in India", potendo così impossessarsi di tutte le ricchezze che questa terra serbava.


Vasco Da Gama non è l'unico personaggio storico ad aver attratto la tua attenzione, vi è anche Pèro da Covilha, anch'egli portoghese e contemporaneo di Vasco Da Gama, che precedette Da Gama nella scoperta delle terre d'India "rischiando la tua vita, tu per primo scoprirai, le terre d'India al mondo mostrerai" e dedicò l'intera esistenza alla scoperta di nuove terre fino alla sua morte "nello Yemen per sempre ... dormirai". Cosa ti ha lasciato questo personaggio forse meno conosciuto di Vasco Da Gama?

Pèro da Covilha è stata la vera scoperta di questo mio lavoro discografico. Un portoghese dalle doti eccezionali: poliglotta, parlava perfettamente il Portoghese, lo spagnolo, l'arabo... un James Bond di altri tempi tanto per farsi capire. Quindi Giovanni II Re del Portogallo affida a lui l'impresa considerata impossibile di avventurarsi in India, alla ricerca della famosissima "via delle spezie"... e lui compiendo un viaggio rocambolesco tra terra e mare vi riesce... per primo... prima di Vasco Da Gama. Molto probabilmente la regina dell'Etiopia rimasta vedova si innamora di lui e non la lascia più tornare nella sua patria. Morirà esule e questo fatto ha toccato il mio cuore e credo, spero, si senta questa malinconia negli incisi di questo brano.

Si sente sì, ma si può dire che la malinconia pervada un po' tutto il disco, sin da "Una manciata di parole" il brano che apre il disco di cui è stato realizzato un video molto toccante e che racconta il dolore della lontananza dalla propria donna amata "Navigare, nella pioggia o sotto il sole, per trovare una manciata di parole, quelle giuste, per dirle che la ami", ma la ritroviamo in Cuore di tenebra il cui titolo richiama il racconto di Joseph Conrad e dove la realtà si fonde con la fantasia, il quotidiano con le pagine del libro, un amore finito che si fa lacerante perché i ricordi continuano a farsi vivi. È davvero così?

La malinconia è un sentimento poetico per eccellenza... chi ha vissuto una vita bella e piena, sa di cosa sto parlando. È un sentimento dai colori tenui... colori rosa. Una manciata di parole apre il disco con un leggero canto, quasi a ricordare il canto pericolosissimo delle sirene di Ulisse. Il marinaio in navigazione si trova da solo, e nella solitudine può concentrare i suoi pensieri alla sua donna amata. Vorrebbe trovare le parole giuste, semplici e dirette, per dirle quanto la ama. Il bellissimo video è stato ideato e diretto dal caro Paolo Tocco, mentre l’attore che recita è il bravissimo Luciano Emiliani. Lo stesso accade in Cuore di tenebra dove alle parole iniziali del libro di Conrad, ho ricamato addosso una storia d'amore, volando libero con la mia fantasia. Una cosa che mi è successa anche col brano Volare libero del mio disco precedente, brano col quale quest'anno ho già superato le selezioni iniziali del Tour Music Fest. Invece Racconti di mare parteciperà al Tenco, assieme ad un brano inedito che ho arrangiato col maestro Roberto Padovan e Luca Bonaffini: La guerra è finita.


C'è una canzone che, anche solo leggendo il testo, sembra essere una sceneggiatura per un corto, forse hai già capito di cosa stia parlando. Mi riferisco al brano Al bar del porto, tanto che non poteva non divenire quel bellissimo videoclip che è diventato. Una canzone che ha tutto, melodia scrittura e il desiderio di raccontare, lo stesso desiderio del protagonista della canzone per cui dici che "le storie raccontate da lui hanno un altro sapore". Questo personaggio fa parte della fantasia o, forse più realisticamente, è una proiezione di te stesso? I tuoi racconti sono sempre saporiti, questo è sicuro.

Al bar del porto l'ho scritta pensando a tutti coloro che avendo vissuto una vita ricca di emozioni, hanno qualcosa da raccontare. Mi ricorda un po’ la frase del film Novecento di Baricco, quando dice: "non sei mai morto quando hai una buona storia da parte e qualcuno disposto ad ascoltare". Parla di un marinaio che ha speso la sua vita in mare. Adesso non gli resta che raccontarsi ai frequentatori, usuali o di passaggio, che gravitano nel bar del porto dove lui ha lavorato e trascorso la sua vita. È un personaggio a cui piace parlare, ma non ama domande dirette... non si capisce se "sia triste o sia felice", un personaggio amabile ma enigmatico. Sotto molti aspetti sono io quel marinaio. Il videoclip vanta ancora una volta la regia di Nedo Baglioni, regia decisa e studiata con dovizia di particolari da me e Nedo, assieme al mio caro amico, e in questo caso arrangiatore del brano, Giancarlo Capo. È stato Giancarlo a spronarmi per realizzare questo video, girato al sorgere del sole nella splendida cornice di Porto Ercole sull'Argentario. È Giancarlo che ha saputo dare alle parole del testo un valore ancora più profondo, accostandovi una musica che è davvero struggente. L'attore che interpreta il ruolo di marinaio è invece il bravissimo Roberto Fazioli, che si è immedesimato perfettamente nella parte e nel ruolo di questo personaggio e da cui è nata una bella amicizia. Nell'arrangiamento, Giancarlo si è avvalso della collaborazione del grande fisarmonicista Stefano Indino.


C'è anche un'altra canzone, forse la più profonda e poetica dell'intero disco da cui hai tratto un video altrettanto intenso e significativo, mi riferisco ad Angoli dimenticati nelle vie del mondo, mi sembra che la canzone si muova su due piani paralleli, da una parte c'è la ricerca di nuovi luoghi da esplorare, dall'altra un viaggio interiore alla ricerca delle risposte sulla propria esistenza? È così o la mia interpretazione è una forzatura?

È esattamente così caro Fabio. Tu da persona sensibile quale sei hai colto subito il punto cruciale. Nella vita, per molti anni, ho viaggiato il mondo, sempre teso alla ricerca di qualche cosa da scoprire, ma posso dirti quasi con certezza, che i veri tesori da scoprire non sono quelli che puoi trovare fuori, ma vanno cercati a fondo dentro di noi, scavando nelle pieghe complicate dei nostri pensieri. Molti mi hanno rivolto la domanda di quale fosse il brano a cui mi senta più legato... ed è proprio questo. Il video, sempre diretto dal maestro Nedo Baglioni, ritrae me Alberto Checcacci (mio direttore artistico) e la splendida Lisa Buralli, in una rocca abbandonata ai piedi del monte Amiata. Abbiamo dovuto scavalcare un alto cancello chiuso per potervi entrare, ma credo ne sia valsa la pena.


Assolutamente, d'altronde i beni preziosi occorre cercarli, a volte con fatica, non sempre capita di incontrarli per casualità, proprio come mi sembra di evincere da questi tuoi versi "A braccia aperte vola incontro al tempo / come aquilone alzati nel vento / se sei arrivato qui, sicuro cercavi me / che da qualche parte vivo in te / che da sempre nel tuo cuore vivo in te" tratti da I segreti del mondo. Ritorna ancora una volta il concetto di ricerca dentro sé o sbaglio?

Assolutamente. La canzone l'ho scritta per un'amica che credevo non avrei mai più incontrato nella vita. Quindi in questa I segreti del mondo esorto tutti a non darsi mai per sconfitti... ma a nutrire sempre il cuore di speranza buona, e oggi Dio solo sa se ce n'è bisogno. Sempre mosso da questa spinta e verso qualcosa che porti un po’ di luce e di speranza, ho scritto "la guerra è finita", piccola anticipazione di quello che sarà il mio futuro progetto.

Non darsi mai per sconfitti, sembra un po' lo stesso sentimento che anima il protagonista della canzone Tra le braccia del mio amore, un uomo di mare così come lo sono stati tutti i suoi familiari e i suoi avi, che a notte fonda torna dalla propria donna "per ritrovare la pace, tra le braccia del mio amore, che a volte mi consola e a volte mi punisce, ma è la sola donna al mondo, che in fondo mi capisce. Essere compresi dalla persona che ci vive accanto, anche tra le difficoltà che la vita ci pone davanti, quanto ritieni sia importante? Quanto aiuta a non farsi sopraffare dalle avversità?

Aver vicino una persona che sia amica, amante, complice e ti sappia comprendere è una cosa molto rara, rara e preziosa. Non capita a tutti di avere questa fortuna e i fortunati devono sapersi tenere ben strette persone così, uomini o donne che siano. Il brano Tra le braccia del mio amore forse è il più toccante, il più struggente di questo disco... e come Non piangetemi mai nell'album Cavallo Pazzo, va a chiudere questo Racconti di mare. Sul finire del brano la voce di Lisa Buralli, sembra quasi voler urlare, gridare al mondo, che nonostante tutte le difficoltà, non potrebbe fare a meno del suo uomo... nonostante le assenze, nonostante le tentazioni che il mondo gli offre... nonostante tutto.


In questo viaggio senza un itinerario preciso attraverso le canzoni del tuo nuovo disco, ho tralasciato qualcosa, non per dimenticanza o, peggio, perché ritenuto meno importante, ma per lasciare a chi ci legge la curiosità di andare ad ascoltare ciò di cui non si è parlato. Vorrei invece spostare il discorso su un altro tema, quello della rappresentazione live dei brani di questo disco e, ovviamente anche dei due precedenti. In studio, si sa, si attinge a molti musicisti e altrettanti o più strumenti, perché credo che giocare con gli arrangiamenti sia il bello della realizzazione di un album, il vestire i brani a festa, ma si sa anche che nei live bisogna soprattutto fare i conti con il budget e gli spazi messi a disposizione dagli organizzatori. Come pensi di muoverti?

I miei brani non hanno bisogno di molte sovrastrutture, in quanto credo siano le parole, i testi, la parte fondamentale. Potersi esibire dal vivo è diventato oggi una cosa praticamente impossibile. I locali sono davvero pochi, i budget offerti sono spesso vergognosi, tuttavia, sto ultimando la mia pagina personale, il mio "official web site", curato dall'ing. Simone Gironi. Credo venga fuori un lavoro serio, semplice e curato, che mi rispecchia pienamente. Spero questa "vetrina sul mondo" mi porti ad effettuare alcune esibizioni live. Comunque, aldilà dei live, sto già lavorando su alcuni progetti a medio termine. Uno che ritengo molto bello sarà l'ultimazione del brano La guerra è finita e la presentazione, spero a giugno di un nuovo bellissimo video.


Questo tuo sguardo fiducioso al futuro potrebbe essere la chiusura perfetta di questa nostra chiacchierata ma, se me lo consenti, vorrei farti un'ultima domanda rivolta al presente, al tuo disco Racconti di mare. Se lo dovessi presentare in breve, durante un ipotetico passaggio a fine telegiornale della durata di un minuto o poco più, che parole useresti?

Si tratta di un viaggio, di questo si è trattato per me, un viaggio via terra e, soprattutto, via mare. Un viaggio tra passato e presente, che mi ha consentito di scavare dentro me stesso e di scoprire tanti nuovi amici, musicisti e no. Un viaggio in cui ho affrontato molti aspetti della vita di ognuno di noi: amore, malinconia, speranza, disperazione, voglia di libertà e desiderio di nuove scoperte. Un viaggio difficile, pieno di ostacoli a volte, faticosissimo e allo stesso tempo meraviglioso. Credo sia un bel mix non trovi?

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