martedì, gennaio 15, 2013

Intervista a Patrizia Cirulli intorno a “Qualcosa che vale”

di Fabio Antonelli



Com’è nata l’idea di realizzare questo disco? Conoscevi già bene la produzione di Battisti per cui il discorso è nato da lì o c’è altro?

Beh, conosci forse qualcuno che non lo conosca? Sappiamo tutti chi è, poi è chiaro che può piacere o no, come tutte le cose, credo però che la sua genialità non possa essere messa in discussione, di là dei gusti. Il discorso di questo disco, in generale, è nato parlando con Franco Zanetti, ormai sono passati cinque anni da quell’incontro in cui è stato lui a dirmi “Perché non provi a cantare qualche brano di questo disco di Lucio”. Io, in realtà, non ci avevo mai pensato, però mi sono subito detta non penso che abbia scelto una persona a caso, come mai gli sono venuta in mente io, ci sarà un motivo. Poi, a casa, sono andata ad ascoltare quelle canzoni e qualcosa ho capito (ride), questa per lo meno è la mia opinione ma credo che sia anche la sua. Di là di tutti i discorsi su Battisti, su quello che può rappresentare questo disco, poi magari ne parliamo, c’è qualche canzone, magari non tutte, qualcuna ha qualcosa di pertinente con il mio mondo, con il mio modo di approcciarsi alle cose, perché se tu vai a vedere, ci sono argomenti trattati che vanno a scavare nella profondità, nell’interiorità dell’essere umano, per cui secondo me è questo l’aggancio che era scattato inconsapevolmente, forse, (ride) nella mente di Zanetti, quando me ne aveva parlato in quell’incontro. Con lui, però, se ne era solo parlato, tutto questo è avvenuto dopo, quando sono tornata a casa e sono andata a riascoltarmi il disco, perché se tu ascolti il disco originale è completamente elettronico, un po’ spiazzante, a volte non riesci neanche a cogliere quello che Battisti sta dicendo, quasi che avesse voluto un po’ mascherare quello che stava facendo e dicendo. Se tu invece prendi queste canzoni come ho fatto io e provi a cantarle, solo vice e chitarra, con il testo di fronte, a metterti in relazione …

Beh, in tal caso penso che emergano di più anche i testi.

Esatto, emergono di più i testi e senti che c’è un qualcosa che devi andare a scavare, di là dalla poetica e dell’estetica del testo per trovarvi il contenuto, questo ovviamente accade in alcune canzoni più che in altre come avviene in tutti i dischi. Questa cosa mi ha affascinato molto, così come l’idea di fare una cosa completamente opposta, rispetto al disco originale che era completamente elettronico, pensare invece una cosa acustica, questo mi ha ancora più affascinato e da lì in poi sono andata avanti da sola. Ho poi incontrato (ride), Francesco Paracchini il direttore dell’Isola che non c’era, cui ho portato dei provini eseguiti solo con la chitarra, registrati in casa, perché sapevo che lui amava il mondo di Battisti, in realtà anche lui rimase sorpreso perché come sai anche tu, questo disco non l’ha mai considerato nessuno.

In effetti, è forse il disco di Battisti meno conosciuto in assoluto.

Esatto, anche quando vedi i programmi in televisione, piuttosto che sentirne parlare in qualche evento, pare che per Battisti sia esistito solo, forse giustamente, il periodo d’oro di Mogol o quello criptico di Panella, visto come momento ultimo della sua fase di creatività, ma questo stadio lo saltano sempre (ride). Francesco ed io, condividendo quest’amore, abbiamo cominciato piano a pensare, sull’onda dell’entusiasmo, di voler creare qualcosa di bello e valido. Così è nato tutto, abbiamo cominciato a pensare, canzone per canzone, a chi avrebbe potuto suonarla, quindi abbiamo cominciato a pensare a un chitarrista per ogni canzone, abbiamo provato a farci venire in mente dei nomi, cercando di abbinare nomi a canzoni sull’onda di ciò che provavamo in quel momento. Abbiamo allora cominciato a contattarli, hanno accettato tutti subito, poi magari non sono riusciti tutti subito a realizzare la cosa, come ti ho detto, abbiamo impiegato cinque anni (ride) a mettere insieme tutti. Sai, ci sono nomi importanti, c’è Mario Venuti, c’è Pacifico, c’è Mesolella, Marrale, tanto per citarne qualcuno e ognuno aveva i suoi impegni, concerti, dischi, per cui hanno detto di si tutti, subito, ma poi magari per fornirti la canzone scelta ci hanno messo cinque mesi per la parte operativa, però credo che il bello sia che tutti abbaino reagito con entusiasmo all’idea.

Ognuno poi con il proprio stile e la propria personalità, per cui ne è venuto fuori un qualcosa di veramente bello da ascoltare.

Sono contento che ti sia piaciuto anche perché mi dicevi che non sei proprio battistiano, ma in fondo, forse, nemmeno io.

No, guarda, ci tengo a precisare il concetto, riconosco il genio e le capacità innovative di Battisti però, a essere sincero, lo conosco ancora poco e, soprattutto, non m’è proprio mai piaciuto a livello vocale. Invece il tuo disco, con quei brani cantati con un timbro vocale totalmente diverso, direi agli antipodi, m’è piaciuto subito.

Grazie, sono molto contenta di questo tuo entusiasmo.

Volevo chiederti però, a proposito dei vari brani contenuti nel disco, se sei d’accordo con me, nel fatto che la chiave di lettura di questo disco è proprio il brano di apertura, “Scrivi il tuo nome”.

Bravo, è vero.

In questo momento stavo leggendo nuovamente il passo di quella canzone, in cui dice “mostra a te stesso che non sei un vegetale / e per provare che si può cambiare / sposta il confine di ciò che è normale” ecco, secondo me, in quel passaggio è racchiuso l’intero significato di quel disco, il voler cambiare rispetto a quanto fatto fino a quel momento, il non rispettare più soltanto le logiche di mercato. Lucio in quel momento era così lanciato che, qualsiasi cosa avesse scritto restando nei solchi di quanto già fatto, avrebbe funzionato a meraviglia, qui invece decide di botto di tentare nuovi percorsi, basti pensare al solo fatto di aver realizzato questo disco utilizzando massicciamente suoni elettronici, cosa che non aveva mai fatto in precedenza.

Infatti, penso sia stato uno dei primi se non il primo a utilizzare questa elettronica in Italia per un intero lavoro discografico e se pensiamo che, ancor oggi, la maggior parte degli artisti più conosciuti, farebbe qualunque cosa pur di rimanere in cima alle vendite, al primo posto in classifica …

Comunque il discorso che facevo io, direi che si può comunque legare anche al disco che hai realizzato tu, perché nel tuo piccolo hai preso un disco che era totalmente elettronico e ne hai fatto un disco totalmente acustico o quasi, ne hai fatto un qualcosa di totalmente diverso ed è un puro azzardo, perché dell’immensa discografia di Battisti hai scelto in assoluto il suo lavoro meno conosciuto.

Si hai ragione, è vero. Infatti, qualcuno che mi conosce bene, me l’ha anche detto (ride), notando proprio quello che hai rilevato tu adesso e dicendomi, col sorriso sulle labbra, che Lucio quest’operazione se la poteva permettere sia dal punto di vista economico sia di popolarità, mentre io ho fatto la stessa operazione, senza però essere né ricca né famosa come lui (ride). Tanto è quello che tu senti dentro, che ti spinge a realizzare certe cose, almeno questo per quel che mi riguarda. Come hai detto tu, non è un’operazione commerciale, altrimenti una avrebbe scelto altre cose per mostrarsi, per andare su tutti i canali, in realtà è proprio il processo contrario, perché come avviene anche con le mie produzioni, non ho mai scritto canzoni per cercare di far presa sulle persone, sui discografici, non ho mai cercato la canzonetta un po’ ruffiana, è proprio il mio modo di pormi di fronte alle cose alla musica, alla vita in generale, il fare solo quello che mi piace e che è buono per me e, se poi (ride) piace anche agli altri, tanto meglio. Questo disco è nato allo stesso modo.

Questo progetto sta avendo un seguito live?

Si, abbiamo fatto questi due bei concerti di presentazione, uno a Milano alla Palazzina Liberty a novembre, l’altro alla fine di novembre a Roma all’Auditorium del Parco della Musica, nei quali hanno partecipato anche alcuni ospiti del disco e, adesso, stiamo programmando altri concerti che da febbraio – marzo, andranno in scena anche in altre città d’Italia.

Dal vivo da chi ti fai accompagnare, visto che il disco è stato realizzato con uno stuolo di chitarristi?

(ride) Il chitarrista che ha lavorato con me fino ad ora è stato Davide Ferrario, che purtroppo dal 19 di gennaio mi abbandonerà perché inizia la tournée con Franco Battiato, meglio per lui ovviamente, però dispiace più a noi, perché sarà impegnato parecchio e quindi non potrà garantire sempre la sua presenza, anche perché poi, appena terminerà con Battiato, comincerà con la Nannini, quindi … (ride)

Ti ha proprio lasciata fuori dalla sua agenda …

(ride) Già, orami è già prenotato. A parte gli scherzi, fino ad ora c’è stato lui più alcuni ospiti tra quelli presenti nel disco, probabilmente sarà poi Giorgio Mastrocola, che è il collaboratore di Lele Battista, di Battiato poi, quasi sicuramente ci sarà in alcune date Fausto Mesolella, che verrà in veste di ospite.

La risposta da parte della critica, invece, com’è stata fino a ora?

Guarda, direi che è stato accolto in modo positivo, soprattutto da quei gruppi di fan di Lucio Battisti, che ovviamente sono le persone più attente a questo genere di discorso musicale, commenti positivi sono venuti proprio anche da loro, alcuni all’inizio magari un po’ scettici perché sai che se vai a toccare il loro idolo (ride) ma il bello è che poi hanno molto apprezzato, perché comunque hanno visto che c’è stato un rispetto in questa mia interpretazione, si può dire che sia stata semplicemente una rilettura. Mentre da parte dei giornalisti finora sono arrivati solo commenti positivi, quindi direi che stia andando molto bene.

Tornando al titolo del disco, “Qualcosa che vale”, com’è nato?

Come ben sai, “Qualcosa che vale” è una frase scritta nella canzone che citavi prima, “Scrivi il tuo nome” e che, come dicevi tu giustamente, è un po’ il simbolo di tutto il disco. E’ stata la prima canzone che ho cantato a casa, con la chitarra ed è stata proprio quella la frase chi mi ha colpito più di tutte, perché è talmente importante, così bella. Prova a pensare al fatto di scrivere il tuo nome su qualcosa che vale, questo testo ti sta dicendo tremila cose che non hanno a che fare con la musica, hanno a che fare con la vita, c’è l’importanza di dare valore alle cose e a se stessi, quindi da lì m’è venuta questa idea e mi sono detta, perché non chiamare questo disco proprio “Qualcosa che vale”? E’ un po’ un simbolo, il portarsi dietro questo concetto sia dal punto esecutivo visto che ci sono ben quattordici chitarristi straordinari, che non si sono limitati a eseguire un brano ma hanno portato la loro personalità e creatività, sia delle canzoni scritte da Battisti e da sua moglie Grazia Letizia Veronese (nel disco accreditata come Velezia). Per me il valore di quel disco è insito nella creatività di aver scritto queste canzoni di cui mi sono innamorata, per cui perché non dare valore a tutto questo e chiamarlo “Qualcosa che vale” e così è stato.

Che in sintesi, aggiungo io, potrebbe essere anche il giudizio su questo progetto, un disco che vale la pena assolutamente di ascoltare.

Beh, ma allora tu … (ride), grazie.



Sito ufficiale di Patrizia Cirulli: www.patriziacirulli.com
Patrizia Cirulli su MySpace: www.myspace.com/patriziacirulli


Servizio del TG2 sull'evento di presentazione del disco "Qualcosa che vale", rivisitazione in acustico dell'album "E già" di Lucio Battisti del 1982





sabato, gennaio 12, 2013

Intervista a Remo Anzovino

di Fabio Antonelli

Copertina di Oliviero Toscani
Cominciamo dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico “Viaggiatore immobile”, un bellissimo scatto di Oliviero Toscani, com’è nata questa collaborazione e soprattutto ti senti pienamente rappresentato da questa sua creazione?

Assolutamente, altrimenti non l’avrei pubblicata (ride), l’incontro con lui è stato veramente magnifico, Oliviero ed io eravamo stati invitati ad una giornata dedicata alla fotografia e ai nuovi media, lui teneva un conferenza e io il concerto conclusivo, piano solo con la proiezione di alcune immagini fotografiche. Lui ha assistito al mio concerto, è rimasto entusiasta, ci siamo conosciuti, siamo diventati amici, ha avuto modo di sentire in anteprima il disco, ne è rimasto colpito e mi ha proposto di realizzare la copertina del disco che, sfruttando l’immagine del mio volto riflessa nel mantello del pianoforte, è proprio una bellissima traduzione del titolo, perché c’è sempre una parte di ognuno di noi che è impegnata in un altro viaggio, quello dei desideri, delle emozioni. La cosa più incredibile di quella foto, che per altro è esattamente com’è stata scattata, è che se tu osservi attentamente il riflesso del volto nel mantello del pianoforte, è leggermente diverso rispetto alla parte reale e penso fosse proprio quello che lui intendeva dire con quello scatto, il fatto che c’è sempre una parte di noi che mentre siamo impegnati a fare qualcosa è a sua volta impegnata a fare altro.

E’ bellissimo, come il titolo “Viaggiatore immobile”, che hai dato a questo tuo nuovo lavoro.

Viaggiatore immobile” è nato un pomeriggio in cui riflettevo su tante cose, prima di tutto sul fatto che vivo in una città, Pordenone, abbastanza lontana dai centri di produzione. Già nei dischi precedenti avevo parlato di luoghi che avevo visitato solo con la fantasia, penso a dischi come “Tabu” o “Igloo” molto legati appunto al viaggio della fantasia, poi in quel pomeriggio ho riflettuto sul fatto che suono uno strumento, il pianoforte a coda, che è il più intrasportabile degli strumenti, mentre una persona che suona il violino può pensare di andare a suonare sulle piramidi, io no … allora ho immaginato che questo lungo pianoforte a coda, fosse il personaggio di un romanzo, che con la sia valigia e il suo cappello potesse girare con la forza della fantasia i quattro angoli del mondo. Ho poi riflettuto sul fatto che spesso, durante i concerti o su Facebook, le persone mi dicono “Io con la tua musica faccio dei grandissimi viaggi con la fantasia” e che comunque, viviamo in un epoca che è tra le più emozionali che si ricordi. Tutte le persone oggi sono impegnate a ricercare fortemente i loro desideri e ho quindi pensato che con questo disco potessi scrivere la colonna sonora di quel altrove, quel territorio che ognuno di noi cerca. Perché siamo tutti viaggiatori immobili, perché qualunque cosa si stia facendo c’è sempre una parte di noi impegnata in un viaggio delle emozioni, quindi “Viaggiatore immobile” era un titolo policromo e soprattutto cangiante, perché il viaggiatore immobile è lo strumento che suono, sono io che stando fermo in una piccola città viaggio con la musica, ma sei anche tu che ascolti, siamo tutti noi che bene o male dobbiamo fare i conti con le nostre emozioni più segrete.

Sai chi mi ha fatto venire in mente questo titolo? Magari il mio è stato un pensiero fuorviante, ma mi ha fatto pensare a te come a un nuovo Salgari, cioè a colui che chiuso nella sua stanza riesce a viaggiare altrove, a descrivere luoghi misteriosi.

No no, non è assolutamente fuorviante, anzi ti ringrazio del parallelo e del complimento, perché così come nessuno meglio di Salgari ha descritto la giungla pur non avendola mai vista, così quando comunque nasci in una piccola città di provincia, puoi raggiungere determinati posti solo con la forza della fantasia, quindi il fascino del viaggio senza movimento tramite il pentagramma e i suoni, era una via assolutamente da percorrere e che, tra l’altro, mi ha fatto fare un viaggio molto particolare, perché generalmente, quando uno parte per un viaggio, pensa che incontrerà dei paesaggi, invece in questo viaggio della fantasia in cui il pianoforte, i suoi tasti non sono altro che la cartina di questo viaggio, mi sono imbattuto invece solo nell’essere umano, in un catalogo di imperfezioni, desideri, emozioni, così alla fine ho pensato che il viaggio più vero che la musica mi poteva permettere di realizzare era quello di parlare del mio tempo, che è quello poi che, secondo me, chi scrive musica dovrebbe sempre sforzarsi di fare. Ecco perché il disco ha degli elementi legati allo spasimo, alle emozioni, all’amore pop, al natural mind, a cose che hanno a che fare con l’essere umano.

Ecco, a proposito, tra i titoli che hai citato mi ha colpito molto “Amore op”, perché hai dato al brano questo titolo?

Beh, “Amore pop”, perché il pop è la musica che si ascolta tutti i giorni, quella che è trasmessa maggiormente in radio…

Quella più immediata, possiamo dire.

Si proprio, la musica pop è quella che ascolti tutti i giorni, che non devi magari andare in una sala da concerto per sentirla, nel disco c’è una dicotomia, un contrasto tra “Amore pop” e “Musica per due”, se ascolti i due brani ti raccontano il rovescio di una stessa medaglia. “Amore pop” è musica in forma epistolare, è una lettera che uno scrive ad una persona e nella quale si fa come un bilancio, è proprio dedicato all’amore di tutti i giorni, in cui magari ti mandi a quel paese, però è quell'amore vero, basato sul costruire delle cose, passando magari anche per momenti non felici, quindi è una musica di flashback, di ricordi, di speranza, di tenersi stretti perché si è necessari l’uno a l’altro. Il rovescio della medaglia di questo viaggiatore, è appunto “Musica per due”, in cui c’è l’arte del corteggiamento, è l’incontro, in una locanda immaginaria, di due persone che sono attratte l’una dall’altra e non riescono a fare altro che ballare sulla loro pulsione, sulla loro attrazione.

E “Specchio”, vuole forse essere l’incontro con se stesso?

No, se dovessi sintetizzare “Specchio”, direi che non è lo specchio in cui mi guardo, ma è lo specchio in cui ti guardo, in realtà quindi una carica fortissima di sensualità La musica descrive un’ora precisa della notte, una notte molto scura, però è anche la descrizione di un oggetto molto importante in una camera da letto, perché è quello che ti permette di proiettare le tue fantasie e a volte anche di illuderti di vederle. Quindi qui lo specchio è visto come mezzo attraverso il quale osservare un’altra persona.

Quindi in una veste decisamente più intrigante.

Si , se provi magari a riascoltare il brano sotto questa prospettiva …

E’ vero, adesso che ci ripenso, direi che hai ragione.

(ride) D’altra parte i miei titoli, a partire da quelli dei dischi, fino a quelli dei brani, non sono vincolanti. E' molto più importante il viaggio, la suggestione che ne ricevi ascoltando la musica, quindi se per te lo specchio è quello interiore, è quello interiore, il mio punto di vista è lasciare il più possibile chi ascolta libero di abbandonarsi alla fantasia, cercando quindi spiegare il meno possibile attraverso i titoli. Poi è chiaro che, se mi si chiede il mio punto di vista, allora spiego cosa mi ha ispirato quel brano, ma come dicevo non è vincolante, trovo sia secondario quanto pensassi in quel determinato momento, molto più importante è quello che provi tu, mentre ascolti la mia musica.

In questo disco c’è però un brano, quello che chiude il disco e che s'intitola “9 ottobre 1963 (Suite for Vajont)”, in cui il titolo ha davvero una sua importanza.

Beh, si perché quello è l’unico brano che non ha rapporto con la fantasia. In un disco, che è un evidente omaggio alla fantasia, si finisce con un omaggio vero, concreto, a una diga che è là e non è crollata, nonostante le sia caduta una montagna addosso, con questa musica che vorrebbe aiutare a non dimenticare mai, perché quella tragedia è un fatto storico accaduto nella mia città, a un’ora dal centro della mia città e perché condivido quello che Marco Paolini disse nel suo bellissimo spettacolo teatrale, cioè che i silenzi non andrebbero mai osservati, ma andrebbero cantati. In tanti anni, nessun compositore, nessun musicista, ha scritto una canzone, una musica importante, per quei quasi duemila contadini, con tanti bambini e tante donne, che persero la vita per una tragedia che considero, senza troppe virgolette, una “strage di stato”. In occasione del 50° anniversario, spero che questa dedica sia un contributo a non far dimenticare quella che considero considero la madre di tutte le tragedie in cui l’uomo non ha saputo o meglio non ha voluto leggere i segni chiari della fine. E’ stata la prima volta in assoluto che ho usato in un disco la mia voce, un coro che viene utilizzato in modo particolare quasi fosse uno strumento, ai coristi ho fatto dire Toc perché Toc è il nome del monte che arginava l’invaso, termine derivante dall'aggettivo patoc che nella lingua dei valligiani vuole dire fradicio, perché i valligiani sapevano che quello era un monte fradicio,marcio, in cui già c’era qualcosa che non andava. Se vai a vedere ad esempio su Youtube la vicenda legata a Tina Merlin, capisci perfettamente però cosa sia successo quella notte.

Si, ho letto quel libro, lì si comprendono molte cose.

E’ stata una musica molto importante da scrivere, è stata molto lunga la traduzione, ho capito che dovevo pubblicarla quando l’ho fatta ascoltare in anteprima ai sindaci coinvolti nella vicenda, per capire se loro si ritrovavano in quella musica. Quando mi è stato detto che sintetizzava perfettamente quello che loro avevano provato, allora ho capito che non solo era un mio desiderio ma era un dovere pubblicarla e l’ho voluta nel disco.

Penso che tu sia stato bravissimo nel rendere quei momenti, immediatamente successivi alla frana del monte nel bacino …

E’ una musica che si basa su un tema circolare, l’idea era prima di tutto quella di invertire i ruoli tra i due concetti di popolare e aristocratico, invertirli completamente, il tema popolare assegnarlo completamente allo strumento aristocratico per eccellenza che è il pianoforte, utilizzando invece il coro maschile, che nell’immaginario comune fa subito pensare al coro degli alpini come se fosse una grande e nobilissima orchestra sinfonica. Il tema principale è presentato dal pianoforte, suonato però in modo molto particolare, quasi fosse uno xilofono, perché l’idea era di far sentire questa musica come se la stesse suonando un bambino oggi, con lo sguardo di un ragazzino che non ha conosciuto il nonno o il bisnonno e non sa cos’è successo lì. La musica allora la interrompiamo ed introduciamo un elemento di presagio, come a dire “forse qui è successo un qualcosa” e poi c’è il momento della fuga del coro con il pianoforte, che vuole essere una soggettiva di chi si è visto cadere addosso una montagna in piena notte. Quei 25” sono appunto una soggettiva di quegli istanti, dopo il tema diventa commento lirico, perché l’acqua ha ricoperto tutto quanto e il coro diventa struggente ricordo di una disgrazia che si poteva evitare. Penso che. quando vai in quei luoghi, in particolare ad Erto e guardi la diga, c’è ancora adesso una staccionata piena di bandierine colorate e ognuna ricorda un bambino morto in quella tragedia.

Immagini che ancora oggi fanno un cero senso quindi.

Questi sono gli elementi che sono entrati a far parte di una musica dal forte sapore cinematografico, come se utilizzasse stilemi ed elementi molto colti legati alla musica contemporanea, però con alla base un tema facilissimo, elementare, un tema che se lo ascolti una volta subito te lo ricordi. Convivono tutti questi elementi, il colto il popolare il cinema, quest’ultimo inteso come una musicalità che riesce a rendere visibili determinate emozioni.

D’altronde tu hai dimostrato di aver sempre avuto un certo feeling con il cinema, so che hai musicato parecchi film muti.

Si, ho musicato parecchi film muti, ho dato le mie musiche anche al teatro e alla pubblicità, comunque il rapporto con il cinema muto è stato per me molto importante, un mondo dal quale poi mi sono staccato, perché ho avuto la fortuna di realizzare dischi e poter capire, piano piano, che la mia musica era indipendente, era dotata di un’armonia che poteva vivere in maniera indipendente dalla proiezione del film.

Comunque sei sempre stato dell’idea che non esiste un confine tra un genere musicale e un altro, così come non esiste un confine tra cinema e musica, per cui nelle tue musiche convivono sempre vari mondi.

Guarda, io ascolto tantissima musica, sono sempre stato profondamente attratto da quello che mi era molto diverso per stile e musicalità, penso che i generi musicali siano stati fatti saltare per aria da tempo e che comunque la contemporaneità sia il saper usare tutti i linguaggi e trovarne la sintesi, sono convinto che davvero, se Mozart oggi fosse vivo, non si limiterebbe a scrivere i quartetti persiani ma introdurrebbe magari un campionatore, utilizzerebbe cioè i suoni della modernità, perché anche nel mio disco, che è un disco acustico, se ascolti attentamente, senti dei rumori, delle dissonanze legate comunque al nostro tempo.

Si, mi viene in mente, in proposito, la presenza nel disco di un musicista particolare come Francesco Arcuri.

Beh, infatti (ride), questa è stata sicuramente una scelta molto precisa, fatta anche con il produttore del disco, quella di utilizzare musicisti che consideravamo all’altezza dell’idea, quella di fare un disco sostanzialmente di pianoforte, concettualmente un piano solo, con intorno tutti questi suoni particolari che gli dessero un’identità non convenzionale. Normalmente, quando pensi ad un disco di pianoforte, pensi ad un pianoforte da solo o ad un pianoforte con un po’ di elettronica, invece l’idea era di avere intorno al pianoforte dei suoni che non si fossero mai sentiti.

Penso che il risultato sperato sia stato pienamente raggiunto.

Beh, sicuramente non è stato un disco di grandissima svolta estetica, mi ha però consentito di lavorare per la prima volta con questo produttore eccezionale che è Taketo Gohara e con questo arrangiatore raffinatissimo che è Stefano Nanni, mi ha permesso di suonare al fianco di grandi musicisti, però mantenendo la mia cifra stilistica, la mia immediatezza, il gusto della melodia, ottenendo un risultato che mi soddisfa molto, perché i suoni sono molto contemporanei, al di là che è un disco che nasce da un’ispirazione molto vera.

Foto di Gianluca Moro

Sito ufficiale di Remo Anzovino: www.remoanzovino.it






lunedì, dicembre 31, 2012

Recensione CD "vERsO" di Elsa Martin


Elsa Martin: “vERsO”
Diretta verso il futuro e oltre, senza mai dimenticare com’ero …

di Fabio Antonelli

Eppure, ci deve essere una spiegazione logica, se in terra di Friuli, ogni volta che si viene a contatto con un nuovo cantautore, non se ne esca mai delusi.

Sarà forse il forte legame con il terroir, come si dice in gergo enologico quando un vino ben realizzato rivela un fortissimo connubio con il proprio territorio, dimostrato dalla maggior parte dei cantautori friulani? Mi vengono in mente a tal proposito Luigi Maieron, Lino Straulino, Aldo Rossi, giusto per fare qualche nome, tutti musicisti dai quali le canzoni nascono direttamente in lingua furlana.

Sarà forse che la vita in quei luoghi di confine lavora, scava lentamente nel cuore delle persone più sensibili, proprio come fanno le acque del Timavo, fiume che nasce per solo un paio di km in Croazia e che con un percorso sommerso di circa quaranta chilometri attraversa la Slovenia ed emerge in territorio friulano per abbandonarsi finalmente al mare, un’acqua-vita che scava, lascia i segni e poi ritorna alla luce come fonte viva di poesia, vera poesia.

Elsa Martin, cantante e autrice, educatrice professionale e musicoterapista, non esce certo dai solchi della tradizione, ma ha in se i germi dell’innovazione, lo sguardo costantemente proiettato verso il futuro e il titolo del suo disco d’esordio “vERsO”, è già di per se una geniale intuizione. Scritto così, rivela da subito la duplice valenza di questo progetto, da una parte troviamo la componente tradizionale, quell’”ERO” che non rinnega mai il proprio passato e il legame fortissimo con il territorio, la lingua furlana e non solo, dall’altra quel “vERsO” che, pur mantenendo in se questo legame con il proprio passato, guarda però avanti, verso nuovi percorsi musicali da intraprendere con fiducia, perché forieri di ottimi risultati artistici.

Se vogliamo analizzare meglio il disco, si può dire che si presenta costituito da un cocktail di canzoni popolari riprese dalla tradizione e di canzoni in parte in friulano, in parte in italiano, i cui testi sono stati scritti da Stefano Montello, membro dei FLK, mentre la musica è stata composta da Elsa.

Affrontiamo prima la parte legata alla tradizione, si tratta di sei brani, di cui tre “Al vaive lu soreil”, “E jo cjanti” e “Griot” sono cantati solo voce dal Trio vocale di Virgiliana, mentre gli altri tre “Al vaive ancje il soreli”, “Gjoldin gjoldin” e “O staimi atenz” sono rielaborazioni che partono da basi tradizionali, cercando però di aggiungere qualcosa di nuovo e di personalissimo.

Ecco dunque che “Al vaive lu soreil” e “Al vaive ancje il soreli” si impiantano sulle medesime radici, rappresentate da questi brevissimi versi “Al vaive ancje li soreli a vedelu a partì e io li la … / E jo ch’i soi la so murose jo no àjo di vai? e io li la …”.  Se provate ad ascoltarle, sono però qualcosa di straordinariamente diverso, quasi agli antipodi, mesto canto di addio il primo, canto pieno di speranza e di un futuro comune il secondo, ma in fondo sono solo un diverso modo di guardare la medesima realtà, come se lo sguardo nel primo si fermasse al triste presente, mentre nel secondo guardasse con fiducia a un possibile futuro.

Guardando ancora per un attimo questi brani, trovo molto piacevole e spensierato “Gjoldin gjoldin“, il cui testo tradizionale è musicato da Lazaro Valvasensi, mentre gli arrangiamenti sono curati da Elsa e Marco Bianchi. Introdotto dalle percussioni, è poi colorito dalla presenza di dialoganti violino e clarinetto, dal punto di vista dei testi in fondo c’è anche qui il duplice aspetto sottolineato prima, dal ripetuto verso introduttivo “che stentà non mancje mai” fino al finale pieno di speranza “cualchedun mi maridarà”.

“O staimi atenz” è, invece, giocato su tinte più solenni, lo s’intuisce già dalla stupenda introduzione di chitarra, dalla presenza di violino e clarinetto basso che s’intrecciano con la chitarra, si avviluppano, salgono su su fino al cielo ad annunciare a tutti che “il redentôr al’è nassût / al’è nassût pal nestri amôr”. Ottimi direi gli arrangiamenti di Marco Bianchi.

Questo, per chiudere la parentesi legata alla tradizione, vediamo ora cosa è stata capace di partorire di suo, questa giovane cantautrice.

In ordine d’ascolto il primo brano che troviamo è “Neule scure”, canzone d’aria, molto ispirata e poetica, in cui il legame con il mondo circostante si estende al cielo, a quelle nuvole scure che ci sovrastano e sembrano suggerire strani codici numerici, dove però non sempre è facile comprenderne la chiave di lettura, poiché è “libri scrit in blanc cun candide scriture di neif”, sono certo che Van de Sfroos apprezzerebbe.

Con “Come un aquilone”, di cui Elsa Martin è autrice della musica mentre il testo è di Stefano Montello, ci si trova immersi in sonorità jazz molto rassicuranti, con aperture melodiche che le permettono di mettere in mostra buone doti vocali, il momento della giornata rappresentato, è quello della sera, l’ora in cui Elsa canta “vorrei, io mai, no non vorrei / osare l’impossibile / sfidare ogni mio limite”, sfida direi più che riuscita.

Molto bella è “Calda sera”, in cui il testo del giovane cantautore abruzzese Paolo Fiorucci, è rivestito da una musica dolcissima, un po’ nordica, siamo immersi ancora nelle ore crepuscolari, quando il giorno sta finendo e il testo è tutta poesia “Tieni stretta la mia mano / come fossi una preghiera, / l’ago e filo del ricamo / da disfare quand’è sera / quand’è tempo che vorrei, ma se …”, uno dei momenti più alti dell’intero disco.

O forse no, provate ad ascoltare la sua voce in “Neve”, dove di freddo sembra davvero esserci solo la neve, che però è come lasciata fuori “Può il bianco sfumare in intimi gesti o in mani che / s’intrecciano piano piano in confidenze / e nevica …”, c’è ancora il mondo del jazz in questa canzone, un mood molto raffinato.

Un discorso a parte meriterebbe “Dentrifur”, testo di Stefano Montello e musica di Elsa, brano che ha permesso ad Elsa, dopo essere stata tra i finalisti in corsa per la Targa Tenco 2012 per la migliore opera prima, di aggiudicarsi a pieno merito il Premio Andrea Parodi. Accattivante sin dalle prime note, introdotte dagli archi, pervaso a tratti anche da influenze mediorientali, ricco di dolce melodia, brano che vede l’accompagnamento anche di un coro, è una vera e propria dichiarazione d’amore verso la musica “Musiche che e duarm cun me / che a vai cun me / che a rit di me, che no mi scolte / musiche che a ferme i dis / che a ponte i pits ch’a vegle i vifs / musiche che e sa il parcè / domanda a je / che a sa di me e no mi scolte / musiche simpri su or / che a sponte il cur / a sta dentrifur”.

Ci vorrebbe un brano intimo, pacato, ma che allo stesso tempo riporti al brano introduttivo, per chiudere degnamente questo prezioso lavoro, così deve aver pensato Elsa nel comporre “La lus”, in cui protagonista è ancora una volta il cielo, non più colto nelle prime luci della sera, ma in quelle notturne, un cielo terso “si pant biel blanc / Che lus d’arint / cun l’arie dal vint / puartarà / novità”, quasi un canto di speranza, quella speranza che ci viene dall’osservazione della bellezza del creato e che, troppo spesso, sembra esserci negata da tanto male. Bellissima la presenza, quasi celestiale, del Coro dei Bambini di Betania.

Non è tutto, c’è ancora spazio, in veste di ghost track, per una dolcissima ninna nanna cantata in italiano, un bellissimo regalo a chi ha la fortuna di avere bambini ancor piccoli per casa ma apprezzabilissima anche dagli adulti.

Direi che, come disco d’esordio, questo “vERsO” sia un ottimo biglietto da visita e, ora che siamo a fine anno, posso ben dire che sia anche tra le migliori sorprese di questo 2012.

Certo però, che dopo una partenza col botto così, mantenere quanto fatto intravedere sarà una bella impresa, vediamo come questa ragazza saprà muoversi in questo disastrato e bistrattato mondo della canzone d’autore italiana …


















Elsa Martin
vERsO

Autoprodotto - 2012

Nei migliori negozi di dischi

Tracklist
01. Neule scure
02. Al vajve lu soreli
03. Al vajve ancje il soreli
04. Come un aquilone
05. E jo cjanti
06. Gjoldin gjoldin
07. Calda sera
08. O staimi atenz
09. Neve
10. Griot
11. Dentifrur
12. La Lus

Crediti
Elsa Martin: voce
Marco Bianchi: chitarra, arrangiamenti, computer programming
Alessandro Turchet: contrabbasso
Emanuel Donadelli: batteria
Luca Clonfero: violino
Francesco Socal: clarinetto, clarinetto basso
Alberto Roveroni: batterie aggiuntive, programmazioni aggiuntive (1, 3, 4, 7, 9, 11, ghost track Ninna Nanna)
Mauro Costantini: piano (4, 7)
Trio di Givigliana: voce (2, 5, 10)
Bambini di Betania: coro (12)

Testi di Stefano Montello, musiche di Elsa Martin

Registrazioni: Effettonote (MI), Chelalè (UD), Q recording studio (MI)
Missaggi: Alberto Roveroni presso Q recording studio
Mastering: Nautilus (MI) e Q studio (MI)

Produzione esecutiva: Aberto Roveroni, Elsa Martin, Effettonote – Mattia Panzarini
Produzione artistica: Alberto Roveroni

Foto e grafica: Elisa Caldana

Sito ufficiale di Elsa Martin: www.elsamartin.it

Facebook di Elsa Martin: www.facebook.com/elsa.martin.351




giovedì, dicembre 13, 2012

Intervista a Charlotte Ferradini

di Fabio Antonelli



Partiamo dalla tua vittoria al Premio Bianca D’Aponte 2012, che esperienza è stata?

Beh, è stata senza dubbio l’esperienza più bella per quanto riguarda premi o concorsi per canzone d’autore cui ho partecipato, innanzitutto perché sono stati due giorni, quasi tre con le prove, durante i quali c’è stato modo di conoscersi non solo tra le concorrenti ma anche con la giuria e con il patron del Premio, Gaetano d’Aponte, che è stato carinissimo. Devo dire poi che, nonostante fossimo undici donne, il che avrebbe potuto far pensare che dietro le quinte fossimo lì pronte con i coltelli tra i denti, in verità io non ho sentito per niente la competizione. A parte il fatto che trovo proprio assurdo, parlare di competizione, perché quando in gioco c’è la canzone d’autore non c’è uno sfoggio di doti vocali semmai di mondi diversi di scrittura, di melodia, non solo di vocalità. Direi  che ognuna di noi proponeva un qualcosa di totalmente diverso dalle altre, così particolare e proprio, che sarebbe stato anche stupido mettersi a competere. Ecco perchè è stata una bella esperienza umana oltre che professionale, che secondo me, è anche la cosa più interessante in assoluto, poiché attualmente sono sempre meno le occasioni d’incontro e soprattutto confronto tra musicisti. Per quanto mi riguarda non mi aspettavo per nulla di vincere, non so se hai visto il video realizzato da Red Ronnie, lì, si vede che io ero proprio ignara di tutto e c’è stato anche un momento di commozione sul palco, giacché sebbene come dicevo non ci fosse quel clima da competizione, la tensione però all’ultima serata s’è sentita e quindi, dopo tre ore di concerto, siamo salite sul palco che eravamo tese come corde di violino e non so se sai com’è strutturato il Premio, non c’è solo il premio principale ma ci sono altri premi per l’interpretazione, la composizione, quello assegnato dalla critica, quindi quando ho visto sfilare tutti gli altri premi mi sono detta “va beh anche questa volta è andata male”... Poi però hanno fatto il mio nome e lì proprio non ho capito più nulla. E’ stata una bella soddisfazione personale, perché non era facile e penso che la qualità  in generale fosse piuttosto alta, inoltre ritengo che il cognome che porto soprattutto quando si partecipa a gare sia più uno svantaggio che un vantaggio …

Ritieni quindi che il fatto di essere la figlia di Marco Ferradini sia stato forse più un problema che non una facilitazione?

Quello sicuramente, m’è successo diverse volte.
Beh, in realtà a me piace il mio cognome, però soprattutto in Italia c’è questa tendenza a tracciare dei paragoni tra padre e figlio anche quando sono entità totalmente diverse, solo già per il fatto ad esempio che io sia una donna e Marco è un uomo, la voce è ovviamente diversa, tante cose sono diverse, però c’è sempre questa tendenza. Secondo me invece bisognerebbe valutare caso per caso, poi se uno è bravo è bravo, ma ritengo che anche se sei figlio di chissà chi, ma non vali nulla continuerai a non valere nulla ...

La canzone “Martarossa”, quella con cui hai vinto il Premio Bianca d’Aponte, com’è nata?

Sia “Martarossa”, sia la canzone in francese che ho cantato il giorno prima della finalissima e che s’intitola “Tremblante” sono nate a quattro mani con Bungaro. “Martarossa” in particolare richiama fin dal titolo il mio colore preferito, il rosso appunto,  perché forte e dirompente, ma in questa forza estrema trovo ci sia anche la fragilità delle emozioni. Martarossa quindi è un monito a dispiegare la propria emotività in modo costruttivo, a darsi il massimo delle possibilità nella vita, a mettere a frutto al massimo le proprie potenzialità. Lo stesso incipit “La fame agli occhi/ di aria selvatica/ su spiagge notturne/ di terra umida” riassume bene il senso del brano. Questa “Fame agli occhi” è, secondo me, quella spinta che di solito hanno solo le persone più interessanti e grazie alla quale poi riescono a raggiungere traguardi importanti.

 “Martarossa” vede quindi un tuo testo su musica di Bungaro, se ho ben capito.

Si, una fusione (ride).

Quella con Bungaro è stata una collaborazione casuale o c’è qualcosa in programma?
In realtà abbiamo scritto più di una canzone insieme, sono almeno cinque o sei brani, poi vedremo come andrà la vita, perché in realtà è stato un incontro casuale, non è accaduto una cosa del tipo ti chiamo ti scrivo e ti faccio realizzare un album, come magari succede in altri ambiti. La nostra collaborazione è nata dal fatto che lui apprezzava alcune cose che io facevo, gli avevo mandato alcuni miei pezzi da ascoltare, mentre a me è piaciuto da subito il suo modo di approcciarsi a un mondo cantautorale che non fosse il suo, cercando di trovare una chiave di lettura nuova, di creare un mondo condiviso.

Il fatto che tu abbia scritto cinque o sei brani con Bungaro fa presupporre che ci sia dietro il progetto di un tuo disco a venire?

Mah, questo non posso dirlo (ride), certo non posso dire che ci siamo messi a scrivere quei pezzi perché non sapevamo cosa fare, bisogna però vedere un attimo come gira il mondo in questo momento (ride), comunque sì, sicuramente.

Di là di questa collaborazione con Bungaro, vedi la possibilità di qualche altra collaborazione con altri artisti italiani o preferiresti piuttosto percorrere una tua strada personale?

No, a me piace il confronto, penso che da esso possano nascere mondi sonori molto interessanti purchè i due artisti che si mettono in gioco abbiano un mondo e un’identità ben precisa, quindi non lo escludo, perché girando tanto, ho accumulato una serie di contatti con persone che stimo molto a livello artistico. Con alcuni ho già messo in piedi qualche idea. E poi sono convinta che dal confronto si possa solo crescere.

So che hai partecipato ad anche altri concorsi, sul tuo profilo di Facebook ho appena visto alcune foto che ti ritraggono al Pigro 2012 …

In realtà lì ero come ospite, è stata una bellissima esperienza anche quella, ho conosciuto il figlio di Ivan Graziani, Filippo, che ho trovato molto bravo tra l’altro. In passato, in realtà, ho partecipato a Musicultura, dove sono stata tra i quaranta finalisti, ma ero ancora agli inizi di questo progetto cantautorale. Più di recente, un anno fa, ho invece partecipato al Lunezia, dove sono arrivata in finale con un brano completamente mio che s’intitolava “A fior di pelle”. Non ho comunque partecipato a moltissimi concorsi, anche perché ritengo sia bene valutare dove andare, onde evitare di trovarsi in contesti non propri. Siccome faccio un genere ben definito, ritengo sia utile confrontarsi con chi sta percorrendo strade simili alle mie. Come cantautrice ho partecipato anche a un altro progetto tutto al femminile, voluto dal critico musicale e scrittore Michele Monina,  dal titolo “Anatomia femminile”. L'idea di fondo è molto interessante: Monina ha chiamato ventitré cantautrici emergenti a raccontare il corpo della donna ed io per quell’occasione ho scelto i polsi, con un brano dal sapore un po’ latino che s’intitola “Rosso Amarena”. Volente o nolete  il rosso  circola sempre nelle mie canzoni.... Prima di approdare al mondo cantautorale mi sono divertita per molti anni a fare la cantante, partecipando a diversi progetti solo come voce, solo più recentemente ho sentito l'esigenza di dare voce anche ai miei pensieri in musica.



Poiché in queste tue esperienze passate hai spesso avuto a che fare con il mondo della canzone d’autore al femminile, hai qualche cantautrice che stimi in particolar modo?

Bella domanda questa (ride)
Mah, in quest’album “Anatomia femminile”, c’era ad esempio la cantautrice Veronica Marchi, che mi è piaciuta particolarmente, alla finale di Musicultura ho invece trovato molto interessante Angelica Lubian. C’è poi un’amica mia romana, che fa un genere molto diverso dal mio, che però mi piace molto e si chiama Chiara Vidonis. Ho appena letto poi che, a Sanremo Giovani, è passata questa Irene Ghiotto, non la conosco, però da un suo video di una cover che ho visto su Youtube, anche se forse è un po’ poco per giudicare, devo dire che mi sembra proprio valida come artista …

Tornando a te, per chiudere questa intervista, quali parole rivolgeresti a chi ancora non ti conosce, affinché si accosti alla tua musica?

Mah sicuramente le persone si avvicinano e si affezionano a un artista per “affinità elettiva” - per citare l'amico Goethe! - un po' come succede in amore: bisogna innamorarsi di un artista, del suo modo di esprimere forza e fragilità insieme, nelle sfumature della sua voce o negli anfratti del suo testo. Quando si parla poi di mondo cantautorale credo che questo discorso sia ancora più valido, perché un cantautore è una voce pensante, che canta quello che realmente sente e osserva della realtà che lo circonda. Per questo credo che sia sempre il pubblico a “scegliere” l'artista, non il contrario. Per quanto mi riguarda, sento di essere “vera” quando scrivo, suono e salgo su un palco portando la mia musica, poi non so se questa verità arrivi sempre al pubblico che mi ascolta, ma sono convinta che risieda lì il vero fattore x di un artista perché l'arte è comunicazione e solo chi si emoziona ed è coerente con quello che propone, riesce ad arrivare alla gente.



Pagina ufficiale di Charlotte Ferradini su Facebook: www.facebook.com/marta.ferradini

mercoledì, dicembre 12, 2012

Pippo Pollina - Werner Schmidbauer - Martin Kälberer presentano “Süden”


11.10.2012 - Krone Circus – Monaco di Baviera

di Fabio Antonelli

L’11 ottobre scorso, ho avuto l’onore di essere invitato da Pippo Pollina al concerto di presentazione del nuovo disco “Süden”, tenutosi nel più grande circo stabile d’Europa, il Krone Circus di Monaco di Baviera.

So per certo di essere stato invitato come amico, ma penso che sotto sotto ci fosse anche l’intenzione di rendermi partecipe, di farmi toccare con mano, quell’enorme successo che sta riscontrando ormai non più solo nella sua terra d’adozione, la Svizzera, dove da anni risiede con la propria famiglia a Zurigo, ma anche in Germania, in Austria, in tutta quell’area che risponde al nome di Mitteleuropa.

Sinceramente avrei potuto anche scriverne a caldo, subito dopo aver vissuto quell’esperienza, direi indimenticabile, ma ho invece preferito lasciar sedimentare le emozioni, che quei magici momenti vissuti in terra straniera si stratificassero nel mio cuore.

Cercherò di essere obiettivo, anche se lungi da me il redigere una razionale cronaca della serata.

Semmai cercherò di riportare alla luce alcune suggestioni, partendo dall’attesa, l’arrivo composto dei ben 2500 spettatori paganti che da mesi avevano prenotato quella serata di presentazione di “Suden”, un disco a sei mani che porta la firma anche di Werner Schmidbauer e Martin Kälberer, l’attesa frenetica al bar per l’ultimo boccale di ottima birra bavarese, l’ultima sigaretta (quasi fosse quella concessa a un condannato a morte) per chi, poi la campanella, che avvisa che mancano solo quindici minuti all’inizio dello spettacolo previsto rigorosamente per le ore 20.00 (direi un orario impensabile da noi), mancano ormai dieci minuti ma già gli uscieri si apprestano a chiudere i battenti.

Entrato in quella magnifica struttura, in cui il legno è il materiale che domina, dalla forma circolare come tutti i tendoni da circo (sebbene questo non sia un tendone), mi rendo conto del motivo di tanto rigore nel far rispettare gli orari d’inizio concerto, c’è tanto di televisione tedesca che riprenderà il tutto per poi trasmettere in seguito l’intero concerto.

Tra il pubblico e il palco quindi ci sono un po’ di addetti alle riprese e il braccio della gru che poi farà sorvolare la telecamera telecomandata radente, le teste degli spettatori, ma è un disturbo del tutto sopportabile.

All’ingresso dei tre musici sul palco io provo subito a scattare qualche fotografia, faccio in tempo però solo a scattare una foto, un addetto alla sicurezza mi si avvicina, mi dice qualcosa in tedesco che ovviamente non comprendo, ma mi è comunque chiaro che non potrò più fotografare nulla da quel momento in poi, probabilmente per motivi legati ai diritti televisivi.


Meglio quindi rispettare le regole, qui non siamo certo in Italia …



E’ proprio Pippo, accolto da un calorosissimo applauso, ad aprire lo spettacolo con “Dove sei stato” uno dei brani contenuti nel nuovo disco dal quale i tre attingeranno per gran parte dell’intera serata, s’intuisce da subito che la struttura del Krone Circus è di quelle che garantisce un’acustica impeccabile per questo genere di musica. Si parte alla grande.

Tra una canzone e l’altra Pippo e Werner, cercano di spiegare com’è nata la loro amicizia, l’idea di realizzare questo disco insieme, io ovviamente non comprendo nullo visto che il tedesco mi è totalmente oscuro, intuisco solo di cosa stiano parlando grazie ad una precedente intervista realizzata con Pippo. Non capisco nulla ma percepisco che il pubblico è letteralmente rapito dai due, spesso il racconto è sottolineato da fragorose risate del pubblico, sembra quasi di essere a un cabaret dove i confini e i ruoli si confondono, non so bene se la parte della spalla la stia reggendo Werner o Pippo, so solo che la gente ride divertita.

Non tutto però quanto è rappresentato sul palco è da ridere, perché Pippo a un cero punto parla della propria terra natia, marchiata a fuoco dalla presenza invadente e opprimente della mafia, è il momento di una toccante “Centopassi”, è l’occasione per parlare del suo fuggire dalla sostanziale privazione di libertà di pensiero, del suo migrare all’estero di cui “Chiaramonte Gulfi” rappresenta solo l’aspetto più ironico.

Il legame con la tradizione e con la propria terra natia non è mai rinnegato, superba la sua esibizione con il tamburello, arte musicale trasmessale dal percussionista Alfio Antico, che qui s’intreccia con uno strumento nato invece proprio in territorio svizzero, il curiosissimo Hang, che nelle mani sapienti di Martin, capaci di passare continuamente dalla fisarmonica, alle percussioni, alle tastiere e a tanto altro, riesce a ipnotizzare tutti i presenti.

E’ il momento di una pausa, di un’altra sigaretta per chi proprio non ne può fare a meno, poi è ancora Pippo a far ripartire lo spettacolo con “Qualcosa di grande”, una delle canzoni più belle del nuovo disco insieme a “Bruno”, la canzone dedicata a Bruno Manser, lo speleologo misteriosamente scomparso in Borneo, dopo aver duramente contrastato i disboscamenti selvaggi voluti dalle multinazionali del legname, per l’occasione sul palco a cantare c’è anche Madlaina Pollina, figlia di Pippo, giovanissima autrice del brano. La sua esibizione è quasi da consumata frequentatrice di palchi musicali, alla fine il pubblico apprezza con grande entusiasmo.

Voglio però sottolineare una cosa che mi ha colpito, seppur caloroso il pubblico tedesco è incredibilmente rispettoso di chi sta sul palco, ascolta con la massima attenzione ogni singola canzone, solo alla fine applaude o no quanto appena ascoltato, un comportamento che in Italia purtroppo è riscontrabile solo nell’ambito della musica classica.

Durante la seconda parte del concerto c’è spazio ancora per un classico del repertorio di Pippo, “Sambadio” accolto con grande entusiasmo dai presenti, segno che la sua musica ha ormai fatto breccia nel DNA del pubblico tedesco, la conclusione dell’intera sera è affidata a “Passa il tempo”, un brano che permette ai tre di ringraziare tutti quelli che hanno garantito questo spettacolo di altissimo livello.

Qui termina ufficialmente la serata, la televisione chiude le riprese ma la musica continua, un pubblico ormai scatenato non vuole staccarsi dai suoi beniamini, si susseguono ben quattro pezzi tra cui un’incredibile “Bella Ciao”, con tutto il pubblico tedesco in piedi a battere il tempo con le mani, un qualcosa che in Italia forse sarebbe possibile vedere solo al Concerto del 1° maggio.

Già, a proposito di Concerto del 1° maggio, non sarebbe ora che anche in Italia qualcuno si accorgesse del talento di quest’artista, capace di smuovere e accalorare anche i freddi spiriti teutonici?


Sito ufficiale di Süden: www.suedenmusik.com
Sito ufficiale di Werner Schmidbauer: www.wernerschmidbauer.de
Sito ufficiale di Pippo Pollina: www.pippopollina.com
Sito ufficiale di Martin Kälberer: www.martinmusic.de