lunedì, maggio 28, 2012

Recensione CD "“Di fame di denaro di passioni” di DauniaOrchestra


DauniaOrchestra: “Di fame di denaro di passioni”
Un omaggio raffinato e necessario alla poetica di Matteo Salvatore
di Fabio Antonelli

Per parlare di questo disco meraviglioso parto da una mia personalissima considerazione, nata come logica conseguenza di una ricerca effettuata tra quel mare d’informazioni che è internet, con l’intento di saperne di più su questo disco. Sapete cosa ho trovato?

Poco o nulla, solo qualche sparuto articolo sullo spettacolo di Sergio Rubini dal quale il disco ha tratto il titolo “Di fame di denaro di passioni”, una breve intervista a Umberto Sangiovanni, né un accenno a come o dove acquistarlo che, vi assicuro, sarebbe stata la notizia più utile e importante, né ulteriori notizie, vediamo allora di inserirlo almeno nel giusto contesto.

Cominciamo a dire che, dopo i dischi “La Controra” e “Calasole”, prodotti da Rai Trade, e il terzo cd “Sciamboli e Nuovi Inverni”, Umberto Sangiovanni e la sua DauniaOrchestra sono tornati al lavoro con questo nuovo disco, il quale come si diceva riprende il titolo dall’omonimo spettacolo teatrale di Sergio Rubini dedicato alla figura di Matteo Salvatore.

Matteo Salvatore è stato un compositore e cantante di musica popolare, oltre che interprete di canti tradizionali del Gargano, che ha segnato e segna tuttora questa parte del sud Italia.

Trascorsa l'infanzia nella povertà che ha afflitto la sua terra natia e l'Italia intera dopo la prima guerra mondiale, si può dire che proprio infanzia e povertà divennero i temi maggiormente ricorrenti nei testi delle sue canzoni.

E’ stato personaggio molto discusso e controverso, che ebbe si la stima di molti intellettuali tra cui ad esempio Italo Calvino che di lui scrisse “Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare”, ma occorre anche ricordare che nel 1973 la sua carriera s’interruppe bruscamente, causa un arresto con l'accusa di aver ammazzato la propria compagna, la cantante Adriana Doriani, accusa da cui poi sarà assolto dopo cinque anni e la revisione del processo.

Un personaggio difficile quindi, ma che ancora oggi segna tutti i musicisti legati al maltrattato sud.

Il disco nasce come l’esigenza di lasciare una testimonianza musicale concreta di quanto è stato imbastito per questo progetto teatrale partendo da una manciata di canzoni del “poeta degli umili” con l’aggiunta di due composizioni originali scritte appositamente da Umberto Sangiovanni, “Che bella cummedia” e “Il tango delle mosche”.

Umberto Sangiovanni, pianista e compositore jazz, non è artista solito a ripetersi nel suo lavoro di ricerca e sperimentazione musicale, diciamo che ne è nato dunque un disco piuttosto diverso, ad esempio, dal suo predecessore e splendido “Calasole”. Qui sono cambiati anche i compagni di viaggio, troviamo la cantante e percussionista Gabriella Profeta (per me un’assoluta rivelazione), il basso di Adriano Matcovich e la tromba dell’ospite Tiziano Ruggeri.

Ciò che resta immutato è il fascino degli abiti musicali che Umberto ha confezionato su misura per questi brani fatti caratterizzati da una poesia minimalista, tanto legati alla quotidianità quanto estranei alla banalità del quotidiano vivere, aggiungendo eleganza e classe a questa musica di matrice popolare.

Basterebbe sentire l’attacco e lo svolgersi di “Faciteve li cazza vostra”, storia di un desiderato matrimonio “d’amore” contrastato dalla malsana curiosità dell’intero vicinato, per rendersene immediatamente conto. La morbidezza delle percussioni, il tocco magico di Umberto sulla tastiera, la bella voce di Gabriella sono esemplari e, a suggello, c’è la tromba con sordina di Tiziano Ruggeri. Si è già nel vivo dello spettacolo.

Tutto il disco è però un alternarsi di momenti topici, a volte più vicini e fedeli all’originale come ad esempio il languido e appassionato canto d’amore “Bene mio”, altre volte quasi reinventati come la gustosissima versione forte di riff di “Il lamento dei mendicanti”, uno dei pezzi più conosciuti di Matteo Salvatore.

In alcuni casi i brani, in queste nuove vesti piene di contaminazioni, acquistano un’aria più internazionale, in stile world music come nel caso di “La notte è bella”, che potrebbe anche benissimo essere cantata in lingua inglese o di “Mo’ ve’ la bella mia dalla muntagna”, ringiovanita non poco dal sincopato jazzare nonché dalla fresca voce di Gabriella.

Allo stesso filone sociale appartiene anche “Padrone mio”, un’accorata e incondizionata preghiera al proprio datore di lavoro che ironicamente diviene denuncia di sfruttamento,  “E qquanne sbaglie / damme li bbotte / e qquanne sbaglie /damme li bbotte / voglie la morte / ma nnu’ mme caccià / voglie la morte / ma nnu’ mme caccià”.

Chiude il disco “Il tango delle mosche”, l’altro brano firmato da Umberto, direi ancor più live del primo, privo di testo e di breve durata, costituisce un leggiadro commiato a quella poetica invece pregna di sudore, di sofferenza e sentimenti vividi, che anima i testi di Matteo Salvatore.

Credo che nel complesso l’operazione di omaggio alla musica, ma soprattutto alla poetica di Matteo Salvatore sia pienamente riuscita in questo nuovo percorso intrapreso da Umberto Sangiovanni e la sua DauniaOrchestra, perché anche in questa nuova veste jazz, piena d’influssi, le liriche del grande poeta non perdono per nulla, la loro forza originaria anzi, in alcuni casi, trovano nuova linfa senza per questo tradire le proprie origini profondamente legate al sofferente sud, non solo della nostra Italia, ma dell’intero mondo, quel sud che soffre di fame di denaro e di passioni.

Vivamente consigliato!

Come un volo di passeri
In cima ai fossi, è volata la
Ricchezza e le speranze.
Allora piango e trionfo
Ancora su niente, su niente
(Matteo Salvatore)


















DauniaOrchestra
Di fame di denaro di passioni

Controra - 2012

Acquistabile presso …

Tracklist
01. Faciteve li cazza vostra
02. Che bella cummedia
03. Bene mio
04. Il lamento dei mendicanti
05. Fra me e te
06. La notte è bella
07. Mo’ ve’ la bella mia dalla muntagna
08. Padrone mio
09. Il tango delle mosche

Crediti
Gabriella Profeta: voce e percussioni
Umberto Sangiovanni: piano
Adriano Matcovich: basso
Tiziano Ruggeri: tromba

“Facitevi li cazza vostra”, “Bene mio”, “Fra me e te”, “Mo’ ve’ la bella mia dalla muntagna” sono di M.Salvatore

“Che bella cummedia” e “Il tango delle mosche” sono di U.Sangiovanni

“Il lamento dei mendicanti” e “Padrone mio” sono di M.Salvatore/F.Antonelli

“La notte è bella” è di M.Salvatore/O.E.Profazio

Musiche tratte dallo spettacolo teatrale Di Fame Di Denaro Di Passione con Sergio Rubini e la DauniaOrchestra

Foto interne “Archivio Rete Italiana di Cultura Popolare” (www.reteitalianadiculturapopolre.org)

Sito ufficiale di Umberto Sangiovanni: www.umbertosangiovanni.com

venerdì, maggio 18, 2012

Intervista a Claudia Pastorino


Intervista a Claudia Pastorino
di Fabio Antonelli

Claudia Pastorino ha appena pubblicato “Tango che ho visto ballare”, un disco che è un sentito omaggio ad Astor Piazzolla, in occasione del ventennale dalla sua scomparsa avvenuta il 4 luglio del 1992 nella sua Buenos Aires, ma è anche la testimonianza fedele di uno spettacolo che è stato portato in giro per l’Italia e non solo dall’artista ligure per più di due anni, con grandi soddisfazioni. Ecco cosa ci ha raccontato di questa sua esperienza.



Vorrei partire dal titolo che hai dato a questo tuo ultimo lavoro “Tango che ho visto ballare”, come mai proprio questi versi che sono tratti dalla canzone “Alguien le dice al tango” presente nel disco stesso?
Perché parlando di repertorio di Astor Piazzolla, quella fu la prima canzone che io studiai e di cui m’innamorai, quindi questo verso segna un po’ l’inizio della mia storia musicale con il repertorio di Astor Piazzolla, storia che è iniziata circa dieci anni fa, anzi forse prima. Quella comunque fu la prima canzone che aprì poi tutto un filone, ne seguirono tanti concerti, tanti incontri fino ad arrivare a questo disco.

Come mai quest’amore per la musica di Piazzolla?
Io mi sono appassionata alla sua musica addirittura negli anni ’80, ero molto giovane, una ragazzina e devo dire di averlo fatto attraverso Milva. Ho sempre seguito Milva e ritengo sia la più brava di tutte, insieme a Giuni Russo.

Quindi l’averti accostata nella recensione del disco a Milva non t’è dispiaciuto.
No, mi ha lusingato tantissimo, non potevo crederci, per me, come ti dicevo, Milva e Giuni Russo sono davvero le migliori che ci sono o che ci sono state, nel caso di Giuni. Ho sempre seguito Milva, un’artista che ha sempre fatto lavori squisiti, seguendo scelte artistiche di altissimo livello. Negli anni ’80 uscì il suo lavoro con Astor Piazzolla e attraverso lei conobbi artisticamente Piazzolla, ma anche Horacio Ferrer e me ne appassionai tantissimo. Da quegli anni a oggi è stato naturale per me tentare di riproporre quel repertorio, fino a quest’occasione del ventennale dalla sua scomparsa che è sfociata nel disco.

E’ stata voluta la scelta di un disco dal vivo piuttosto che quella di un disco tributo registrato in studio?
Beh, era un po’ di tempo che portavamo in giro questo lavoro per locali e teatri per cui ci siamo detti, perché anziché scrivere ogni sera sulla sabbia, il che è comunque bellissimo, non fotografiamo una volta il tutto? La scelta della location è stata invece abbastanza casuale, dettata più dalla disponibilità del fonico ad amplificarci e registrare al meglio lo spettacolo.

E’ stato quindi registrato totalmente in presa diretta?
Si, con tutti gli eventuali difetti o le piccole sbavature che si possono sentire nei dischi live e che, tutto sommato, preferisco alla perfezione dei dischi registrati in studio.

Tu arrivavi comunque da un altro disco dal vivo, precedente a questo.
In verità quel disco lì (“Live and let live” – 2006) era solo parzialmente registrato dal vivo, parte dei brani, erano stati, infatti, registrati in studio e il titolo stesso, in realtà, è uno dei principali precetti jainisti, che appunto dice “Vivi e lascia vivere”.

Comunque sono tutti dischi che ti vedono nella veste d’interprete, giusto?
Si, mi vedono nella veste d’interprete questo disco che dicevi e, anche quello registrato con il Quartetto di Violoncelli CelloFans (“Sogno di mare” – 2005) e dedicato a Fabrizio De André, anche lì ci venne spontaneo, dopo un po’ di anni che ripetevamo questo repertorio, lasciare una testimonianza, nacque così questo disco il cui titolo “Sogno di mare” è anch’esso, è tratto da un verso di una canzone di De André contenuta nel disco stesso. 

Tre dischi come interprete, hai deciso di abbandonare definitivamente il ruolo di cantautrice?
Abbandonare no, però ho cercato di spaziare anche oltre le cose scritte da me, era un’idea che mi piaceva molto e quindi sono stata molto contenta di realizzare questo disco tributo a Piazzolla, così come quello dedicato a De André, perché questi musicisti, durante il mio percorso artistico li ho amati e cantati molto e, soprattutto quest’ultimo, mi ha molto divertito nel portarlo in giro e, tra l’altro, mi ha regalato tanti bei momenti perché sia durante il 2009 sia durante il 2010, m’è capitato, infatti, di collaborare dal vivo con Horacio Ferrer e sono state esperienze molto gratificanti.

Questo disco, direi che ha il pregio di essere proponibile dal vivo, in maniera snella, poiché è nato per pianoforte e fisarmonica, è così?
Si, in effetti, è una rivisitazione, se vogliamo, non proprio fedelissima all’abito che aveva inizialmente, c’era un’altra formazione e c’erano altri strumenti, noi qui siamo una formazione trio e quindi l’abbiamo rivisitata in maniera più scarna. Però, come dicevi tu, ha il vantaggio di essere snello e obiettivamente c’è più facilità a proporsi che non con orchestra o anche solo in sestetto o ottetto. Credo poi che permetta di dare maggiore risalto alle liriche, alle poesie.

A proposito di liriche, c’è tra le varie canzoni, a parte quella da cui hai tratto il titolo dell’intero lavoro, una che più di tutte ti rappresenti o che più ami?
Si, c’è ed è “La ballata per un folle” che è un brano che adoro, in cui mi sento dentro e pienamente rappresentata. E’ forse una delle punte massime della poetica di Ferrer, in cui è riuscito a dipingere in maniera poetica, coinvolgente, commovente, questa figura così ricca di significati, ci trovo davvero tantissimi stati d’animo, tanti colori e credo che lì il connubio Ferrer-Piazzolla, che è sempre stato molto florido, abbia raggiunto un qualcosa di miracoloso.

Io trovo però che anche “Vamos Nina" sia una bellissima ballata, soprattutto per come l’hai interpretata nel disco, non trovi?
Si, tra l’altro quello è il brano privilegiato da Horacio, lui sempre mi diceva “questa è la canzone che ho più cara”. Qui poi l’ho voluta cambiare, perché in realtà sarebbe stata cantata, ho invece deciso di recitarla, ma so che è stato contento di questa scelta.

Stai portando in giro questo spettacolo per l’Italia?
Sì e abbiamo in realtà anche una data fuori Italia nella Svizzera Italiana (2 giugno al Teatro Sociale di Arogno – Lugano), dove potranno apprezzare le liriche in italiano, abbiamo date fino a fine settembre.

Come mai questa scelta di tradurre i testi in italiano, per rendere le canzoni più fruibili al pubblico?
Per renderle più godibili, perché non sempre lo spagnolo è conosciuto o facilmente compreso, penso che questo permetta di godere fino all’ultima goccia della poesia che è nei testi.

Ormai questo disco è stato realizzato e sarà portato in giro per farlo conoscere, hai però in programma qualcosa di nuovo per il futuro?
Beh, questa è una bella domanda, nell’immediato futuro inteso come 2012 e parte dell’anno prossimo, mi dedicherò tantissimo alla promozione di questo lavoro. Però, fra uno o due anni, mi piacerebbe ritornare a “I Gatti di Baudelaire”, a quella scrittura là, mi piacerebbe ripercorrere quell’intenzione che avevo agli inizi, vent’anni fa, nello scrivere, cercando di ritrovare questo filo oggi e vedere dove mi porta.

So che non ami i social network e ne stai ben lontana, ti riporto però un commento fatto da Max Manfredi su Facebook sulla mia recensione del disco: “Fabio, togli è inevitabile accostarla a Milva, dai”. Sinceramente, non gli ho chiesto il perché, però volevo approfittare per chiederti invece che ne pensavi del fatto di averti accostato anche a Max.
Guarda, io sono stata lusingata di entrambi gli accostamenti, Milva con Giuni Russo, come ti ho già detto prima, ritengo siano state le migliori interpreti mentre Max, dal punto di vista del cantautorato pure, nel senso che Max è unico, io lo seguo da sempre, lui lo sa benissimo che sono una sua fan, direi che per lui non ci sono aggettivi, la sua scrittura è unica e, come dice lui stesso nel suo sito internet, è simile solo a se stesso. Essere quindi stata accostata a queste due grandi figure è stata per me una gratificazione immensa.

Non hai mai cantato con lui?
Si, ogni tanto ci capita dal vivo.

Mai però su disco?
No, mai, sarebbe bello, io gli ho già chiesto più volte di scrivermi una canzone, ma non l’ha ancora fatto (ride). Tornerò alla carica così, se tra uno o due anni riuscirò a mettere a fuoco un nuovo lavoro come cantautrice, forse in quell’occasione mi potrebbe scrivere qualcosa o potremmo collaborare nella scrittura di un pezzo.

Per chiudere, vuoi aggiungere qualcosa sul disco attuale?
Direi di no, le tue domande sono state piuttosto esaurienti.

Allora l’invito è a seguirti nei concerti?
Beh si, il 25 maggio sarò a Parabiago (MI) all’interno della Rassegna DonneInCanto.
Vi aspetto!

Sito ufficiale di Claudia Pastorino: www.claudiapastorino.it
Claudia Pastorino su MySpace: www.myspace.com/claudiapastorino

martedì, maggio 15, 2012

Recensione CD "Il lavoro più duro" di Ruben


Ruben: “Il lavoro più duro”
Un prodotto artigianale, forse per questo ancor più sincero
di Fabio Antonelli

La copertina del nuovo disco di Ruben non cede certo alla moda attuale fatta di foto patinate, perfette in ogni dettaglio, frutto di abusati ritocchi con Photoshop, ma ritrae invece lo stesso Ruben in un bianconero dai grigi molto morbidi, il volto che non cela il passare degli anni, una barba non fatta, quasi a voler sottolineare, anche visivamente, quel versetto della Genesi che è riportato all’interno della copertina del disco:

“Mangerai il pane con il sudore del tuo volto” (Genesi 19)

Già, perché “Il lavoro più duro”, quinto disco in studio del cantautore veronese Ruben, è un concept album sul tema del lavoro, scritto in un lungo arco temporale, un progetto che parte da lontano e che ora approda finalmente al pubblico. E’ stato presentato alla stampa, non a caso, proprio il 1° maggio scorso, Festa dei Lavoratori.

Trattare del tema del lavoro e trattarne in un disco a tema, non sarebbero probabilmente sufficienti a farne un unicum, se non entrassero in gioco alcune particolarità, prima fra tutte il fatto di aver voluto registrare il tutto in analogico, cercando così un suono il più naturale possibile e utilizzando solo strumenti acustici (una novità assoluta per Ruben).

Altra particolarità è che i mestieri trattati nel disco non sono visti attraverso gli occhi dell’autore, ma attraverso le parole stesse dei protagonisti che narrano in prima persona la propria esistenza.

Alla fine dell’ascolto il titolo del disco “Il lavoro più duro”, che nasce come un’affermazione sembra trasformarsi inevitabilmente nella domanda “Qual è il lavoro più duro?”.

Il disco si apre con “Killer (un assassino a pagamento)” storia di un uomo cosciente del proprio ruolo “I guanti in pelle pelle vera / E con la pelle io vivo” ma anche del proprio punto debole “Ho qualcosa dentro al petto / Un congegno ormai disfatto / Qualche volta fa un dispetto e salta il battito / Un giorno o l’altro poi, di brutto / si fermerà per quanto basta / ed allora addio Carletto / finirò come gli altri in quella fossa”.

Arriva “Prega per me (un prete)”, in soli 1'52” di mestizia e nella preghiera finale “Prega per me questa notte / Io solo in questo tormento / La luce ora spengo, mi coglie un momento / di nero sconforto per me” sembra emergere tutto quel vuoto di fede che caratterizza il film “Luci d’inverno”, capolavoro di Bergman. Il violino di Michele Gazich è, come sempre, superbo.

E’ a suon di rock, sorretto dai fiati e con tanto di coretti, quasi a voler stridere con il vero dramma della società odierna, ossia l’assenza di lavoro, che in “Disoccupato” emerge tutta la disillusione di chi un lavoro non lo riesce proprio a ottenere “Lo vuoi, il lavoro ce l’hai / Sono stanco di sentire le cazzate oramai”.

“Anche questo è andato (un impresario di pompe funebri)” è un bellissimo pezzo country-folk, in cui non manca certo l’ironia “Ma chi mi dà il lavoro / non manca mai la sua ora / La committente, in fondo, / è persona seria!”.

“A.R. (pubbliche relazioni) ” resta sotto il minuto di durata e in questo brevissimo minutaggio direi che riesce a ripetere all’ossessione il nulla, proprio come di nulla è fatta quest’attività così tanto diffusa oggi. Concisa quanto geniale.

Quasi epica, sin dal titolo, “Vinceremo! (un avvocato)” è un’altra delle canzoni più riuscite, sarà forse perché in parte autobiografica, giacché Ruben nella vita è un avvocato? Anche qui direi che l’autoironia non manchi “E poi faremo un gran casino / fra tante carte bravo è chi qualcosa ci capisce! / E quello che era bianco sarà nero in un momento” così come quando alla fine il protagonista ammette “Sono il re del Foro / Sono il re del Diritto / Un uomo dritto / Chiami pure, son qua!”.

Lenta e compassata a dispetto del titolo, in “Ridere (un comico)” è rappresentato forse quello che è a tutti gli effetti, il lavoro più duro in questo frangente “Lo so ben io / che il mestiere più duro è il mio / che una bella risata è difficile da fare scoppiare / ma è come una ciliegia da mangiare / e una tira l’altra”.

Sono dei fiati brillanti e tirati, a introdurci in “Ti racconterò (un insegnate di lettere)”, in cui coppie di personaggi storici come ad esempio Dante Alighieri / Beatrice Portinari e Paride / Elena si mescolano a Dodi Al-Fayed / Diana Spencer e Yoko Ono / John Lennon, sarà forse per questo che mi viene in mente l’istituto sperimentale “Marylin Monroe” del film “Bianca” di Nanni Moretti. Anche qui, in fondo, c’è il senso d’impotenza di un insegnate davanti alla volontà di chiudersi in se stessi degli alunni, ma soprattutto c’è l’inefficacia di una trasmissione del sapere vuota e meccanica “Ma non posso fare a meno di dirti che / diecimila anni fa mi hanno detto che / sono cose che hanno una loro funzione / Per cui ti sciroppi pure questa lezione”.

“L’ozio (intermezzo)” non aggiunge molto ma è proprio ciò cui porta l’ozio.

Si apre e si chiude con un vociare di popolo, la bella e toccante “Primo maggio (un sindacalista)”, una ballata che si dipana lentamente, in cui gli archi dominano fino al sopraggiungere di quel senso di disillusione che si fa largo nel finale “Se qualcosa ti resta / E’ un senso di noia / Un senso di irrealtà”.

E’ il momento di uno scatenato rock’n’roll, stile anni ’50, si tratta di “Bucato (una casalinga)”, il contesto sembra allegro e spensierato ma in realtà cela un dramma di quelli sempre più frequenti nelle pagine di cronaca nera dei quotidiani locali “Ho mollato il lavoro / Ho rifiutato un impiego / Mi alzo presto alla mattina, vado a letto alle tre / Ma tu mi dici sempre che non hai bisogno di me / Ho comprato una sega / Ti ho tagliato la testa / mentre guardavi sul divano la partita / L’ho messa nel bucato e domani la ritrovo pulita”.

“Mammolo (un camionista)” è invece un rock on the road, che ci parla di un’esistenza spesso solitaria “Ho il poster di Selen che mi tiene compagnia” ma fatta anche di fatiche estenuanti fino a una simbiosi definitiva con il proprio mezzo di trasporto “Non mi fermo mai un momento (chi si frema è perduto) / La strada è un sentimento, ma a volte è un imbuto / ma quando è finita ma finita veramente / Sarò tranquillo io / All’altro mondo ci arrivo sul mio camion io”.

Dopo un pezzo rock, ci voleva proprio un brano lento e compassato come “Contratto a termine (un precario)”, in cui lavoro e vita si fondono nella precarietà della vita stessa, direi che il violino di Gazich rende quasi solenne questo breve ma intenso pezzo. Bello.

Non è ancora finita, chiude il tutto “Lucciola (una prostituta)”, una dolcissima ballata voce e chitarra, eseguita in solitaria da Ruben, sul mestiere più vecchio del mondo. Difficile forse dire qualcosa di nuovo sul tema ma quel verso “Tutti quanti, nessuno escluso / Neanche te” sembra non assolvere nessuno o per lo meno porta alla mente quel verso evangelico pieno di pietas “chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Giovanni 8, 7).

Come definire quindi questo disco?

La nuova fatica di Ruben ha tutto il sapore genuino dei prodotti artigianali, vi sono raccolte 14 tracce che ci parlano di 13 lavori diversi, sono canzoni scritte e cantate con cuore e sincerità, non vi sono effetti speciali e non ce n’è neppure bisogno perché i suoi personaggi ci parlano in prima persona confidandoci la propria natura, se ne esce emozionati e toccati.

Torniamo però alla domanda iniziale da cui eravamo partiti, qual è il lavoro più duro?

Io azzarderei quello del cantautore, un lavoro che è diventato più difficile che praticare uno sport estremo. C’è ancora qualcuno, oggi, che riesca a vivere dignitosamente della propria creatività artistica senza dover fare il produttore, il promoter, il distributore di se stesso più una serie di tante altre attività che nulla hanno a che vedere con la musica ma che servono a tirare alla fine del mese?

Buon ascolto e un plauso a Ruben che si è autoprodotto questo disco fuori da ogni logica di mercato e che spesso, ho notato, si spende per sostenere la musica dei colleghi, riporto in proposito un commento lasciatomi dall’amico Pippo Pollina sulla mia bacheca di Facebook, ritengo sia di stimolo per tutti:

“Sono certo che ci sono tanti bravi rappresentanti della buona canzone d'autore in Italia.Artisti che vuoi o non vuoi sono rimasti in patria. Tuttavia ci sono pochi utenti e i motivi sono tanti. Ma c'è anche poca solidarietà fra gli artisti stessi. Lo noto a ogni visita ( peraltro frequente ) che faccio in Italia. Io ho provato spesso ad aprire discussioni e cercare corrispondenze ma non ho trovato riscontri significativi. Gli interessi di bottega superano quelli generali e non ci si rende conto che, invece, è proprio il contesto che deve subire una profonda trasformazione. Solo grazie a quel cambiamento anche "la propria cosa" potrà trovare spazio all'interno di quel quadro generale”.

   

















Ruben
Il lavoro più duro

VREC/VENUS - 2012

Nei migliori negozi di dischi o su iTunes

Tracklist
01. Killer (un assassino a pagamento)
02. Prega per me (un prete)
03. Disoccupato
04. Anche questo è andato (un impresario di pompe funebri)
05. p.r. (pubbliche relazioni)
06. Vinceremo! (un avvocato)
07. Ridere (un comico)
08. Ti racconterò (un insegnante di lettere)
09. L’ozio (intermezzo)
10. Primo maggio (un sindacalista)
11. Bucato (una casalinga)
12. Mammolo (un camionista)
13. Contratto a termine (un precario)
14. Lucciola (una puttana)

Crediti
Ruben: voce, chitarra acustica
Bianca Caraman: violino (1, 7, 9, 10)
Marco Pennacchio: violoncello (1, 7, 10)
Carmelo Leotta: piano (1, 7, 10), contrabbasso (2, 3, 4, 6, 7, 8, 11, 13)
Michele Gazich: violino (2, 13)
Carlo Poddighe: armonium (2, 13), chitarra acustica (3, 8, 11, 12), mandolino (4), fisarmonica (4), seconda voce (4, 8, 10, 11, 12), batteria (4, 6, 8, 11), percussioni (4, 8), chitarra classica (6), piano (8)
Stefano Naclerio: sax tenore (3, 8)
Carlo Barbieri: sax alto (3, 8)
Paolo Malacarne: tromba (3, 8)
Andrea Poddighe: coro (3)
Isaia Mori: coro (3)
Cek Franceschetti: dobro (6)

Testi e musiche di Ruben (P. Coppolella)
Ideato e arrangiato da Ruben
Archi e piano su “Killer”, “Ridere” e “Primo maggio” arrangiati da Carmelo Leotta
Fiati su “Disoccupato” e “Ti racconterò” arrangiati da Carmelo Leotta

Riprese e missaggi effettuati da Andrea e Carlo Poddighe al Poddighe Studio di Brescia
Mastering realizzato da Luca Tacconi presso Sotto il Mare Recording Studios, Verona

Grafica a cura di Silvia Mirandola – silvia@studiomirandola.eu
Disegni di Fabrizio Mirandola
Foto di Giuliano Guarnieri

Prodotto da Ruben

Sito ufficiale di Ruben: www.rubenrock.com

venerdì, maggio 04, 2012

Recensione CD "“Al pranzo di nozze” di Le canzoni da marciapiede


Le canzoni da marciapiede: “Al pranzo di nozze”
Tra canzone e teatro, un pranzo pieno di varia umanità

di Fabio Antonelli

“Il pranzo di nozze è un gioco di ruolo
che poco discosta da una lotteria,
lo specchio del mondo è magari un po’ troppo
ma è un posto tranquillo per farsi un’idea”

Sono i versi che chiudono la canzone “Il pranzo di nozze”, prima traccia di questo interessante disco che si pone a metà strada tra il teatro canzone e la canzone di strada, un concept album i cui s’immagina che, attorno ad un banchetto di nozze, si stringano personaggi diversi, ognuno con la propria storia, dei segreti ormai non più così segreti, pregi e difetti. Ne esce così un crudo ritratto della nostra società, raccontato, direi senza troppi peli sulla lingua, ma soprattutto senza mai tradire grazia e poesia.

Protagonisti di questa bell’avventura che risente degli echi della Parigi anni ’30 e della Berlino di Bertolt Brecht sono gli spezzini Andrea Belmonte e Valentina Pira, coppia nell’arte e nella vita.
Lui è pianista, compositore, nonché autore di tutti i testi del disco, lei è la voce e che bella voce, capace di dar vita a questi strambi quanto umani personaggi.

Valentina e Andrea sono artisti a tutto tondo, la loro arte non si esaurisce nella musica vera e propria, pensate un po’ che per portarsi in giro per l’Italia il loro spettacolo di teatro-canzone si sono inventati una pittoresca roulotte teatro che hanno chiamato Edith (come la loro musa ispiratrice Edith Piaf) utilizzando un caravan pieghevole Rapido, datato fine anni '70. Il caravan è stato così personalizzato per ospitare nelle piazze o anche al chiuso il loro spettacolo, tutto l’interno è stato decorato da loro stessi, mentre gli esterni sono stati decorati dall'artista spezzino Alessandro Ratti.

E’ giunto però il momento di entrare nel loro personalissimo pranzo di nozze, babele di voci, campionario di varia umanità.

Con la prima canzone abbiamo già fatto un po’ di conoscenza, introdotta da voci festanti, è capace di introdurci nel mondo variegato di questo immaginario pranzo nuziale da cui emergono, descritti da pochi ma incisivi tratti, alcuni personaggi tra cui “L’amica di lei / la conoscono tutti / almeno un buon numero d’ospiti maschi, è rosa che sembra un confetto, / quando apre la bocca non sembra che parli.” oppure “Il fratello di lui / siede con un amico / e gli parla vicino, così sottovoce, / sorride tenero chi ha capito, / che la strada audace gli ha detto il cuore / e s’immagina gli occhi del padre / orgoglio antico di padre padrone, / cui oggi il destino / sposando una figlia / cala l’inverno sul proprio cognome”. Non manca un accenno al sociale, la cravatta tagliata ha fatto il giro dei tavoli ma il ritorno economico è misero “Son tempi che in casa si tira la cinghia / tra disoccupati, lavoro e le tasse, / non si compra carne e le casse son rosse, / abbuffiamoci al pranzo di nozze”. E’ vero, mi sono forse dilungato un po’ su questa prima traccia, ma penso ne valesse la pena perché è quella che racchiude l’intera filosofia del disco, quasi ne fosse il manifesto programmatico.

Si cambia registro, il pianoforte si fa triste e, d’altronde, come non potrebbe esserlo, visto che la protagonista di “Accontentarsi delle briciole” è una prostituta che, nonostante tutto, immagina “Sono quella che mangia gli avanzi / dai piatti già freddi / lasciati sui tavoli / mangiati con scarso appetito, / serviti con noia, / un oltraggio per quella tovaglia” e più avanti “Chissà cosa ti fa pensare / che a me stia poi bene così / senza orari e impegni / nessun rischio di sbagli / confinata tra l’auto e il motel. / Il matrimonio? Son fogli, / mai una fede, mai figli, / esisto solo tra letto e moquette”.

Bellissima è “Il giro di giostra”, un cadenzato e triste valzer che racchiude tutto il dramma e la beffa di una violenza subita “Fidati, tra un po' ti piacerà, / stai buona femmina, nessuno ascolterà se urli, / né verrà a salvarti, che da queste parti è meglio stare zitti e muti, / d'altro canto, questa Italia, / che si batte il petto la domenica mattina a messa / è frigida repressa, se confesso e piango pegno certo assolverà”. Credo che, per la livida drammaticità e lo stile del canto, sarebbe potuta essere senza alcun demerito una canzone di Pasolini cantata da Laura Betti. Notevole.

Segue “Il valzer di Alice” un romanticissimo e vorticoso valzer, dedicato alla loro piccola.

“La fermata” è un altro bel brano, lento, quasi trattenuto, sofferto, come sofferto è questo rapporto tra una donna e un uomo vicini di casa, emblema dell’incomunicabilità tipica dei nostri tempi, di questo mondo in cui, sebbene le alte tecnologie e i tanti social-network, i rapporti interpersonali reali restano difficili e il manifestare il proprio amore verso un’altra persona, può essere ancora un muro insormontabile “ogni giorno, ad ogni gradino, / ho sperato muovesse i capelli / il tuo respiro sul collo, poi si chiudeva la porta / e tornavo a pensarti tra me”.

Tintinnare di bicchieri e appassionate risate aprono un’altra bella canzone “Di carne e di legno”, quadretto d’insieme da cui emergono le quotidiane di meschinità “Le nozze col riso, coi fiori alla testa e nel grembo tra tulle e pancera, / ballo d'addio alle uscite la sera, benvenuto a grembiule e dovere, / il miele si secca sul tappo del vaso e la luna la mangiano i tarli, / dalla mano alle cosce alla mano alla faccia è questione di vino e di giorni” di un matrimonio sbagliato fin dal principio “la sposa saluta parenti e serpenti, lo sposo non conta i bicchieri, / consuoceri in imbarazzo quando il figlio comincia il suo andirivieni / dal bagno, con la testimone, rossetto sbavato, ma forse è uno scherzo, / mio marito fa segno "sta muta!", "perché l'uomo è di carne, non legno".

E’ invece il gracchiare della puntina lungo i solchi di un vinile ad aprire la successiva “L’ultima della quindicina” che, a ritmo di ragtime, quasi fosse uscita dalle magiche mani di Jelly Roll Morton, ci illustra quasi come una colorata cartolina, l’atmosfera delle case chiuse così come le illusioni di sempre “ma il viver mio lo scrive il vento oggi soffia un altro verso caro amore non tentar, / domani sul divano rosso troverete un'altra gatta e l'amerete quanto me, / in paradiso o giù all'inferno, dono, tentazione e danno, in seta morbida e guepiere”.

Questa magica atmosfera anni ’20 non ci lascia neppure alla fine del brano, quando da quell’immaginario grammofono chiuso in soffitta, si dipana un altro ragtime, “Il ragtime del sempliciotto” che dà ad Andrea la possibilità di esprimere la qualità del proprio tocco, se ancora ce ne fosse stato bisogno.

“L’albero dei soldi” è ancora una magnifica riflessione sull’attualità, spesso incomprensibile, piena di futili cose “No, non sono matta, forse un pizzico distratta / ma col caldo dica lei come si fa, / ho il carrello pieno, ma una cosa che mi serva / a cercarla con la lente, no, non c'è”, lontane dal vero senso del vivere. E’ ovvio che, in questo bazar di mondo, sia un attimo perdersi “Cerco libertà dalle catene che non ho / ma che acquisterò col tempo, / cerco identità, tenuta bene, se si può, / chi sono non so”.

In “Il piatto forte”, l’incontro occasionale nato intorno al tavolo nuziale, anche grazie all’alcol, deborda e si trascina fino ai margini di una carreggiata “Auto che accosta la dove nessuno la vedrà, / scendono a scatti lenti i sedili, / tremano tintinnando orecchini, / appanna i vetri la fame affannata del pasto aspettato di più, / serviti e gusta, a piene mani, il piatto forte del menu”, ma un nuovo giorno sta per arrivare e con sé porta i dubbi e le recriminazioni di sempre “Fa capolino la luce del giorno, mentre idealizzo di un prossimo incontro, / talmente immersa nel nuovo ricordo da non far caso alla schiena che scontro, / passato il sonno mi restano addosso gli odori e il sapore dei doni concessi, / ma mi domando se è peggio tradire o mentire a se stessi...”. Una grande interpretazione di Valentina, in cui non mancano neppure ansimi e sussulti di questo focoso amplesso.

I suoni del Brasile ci portano a conoscere un’altra protagonista di questo pranzo nuziale, “Janine” ragazza dalla duplice vita, cameriera ai tavoli di giorno e spogliarellista di notte, forse l’unica figura che in questo matrimonio sembra vivere, senza soffrirne, il proprio ruolo “Ma lei balla stretta, solo con chi le gusta, / la garota è provocante ma non la compri all'asta, / conquista la pista, a prima vista l'ameresti già, / incantato dal suo samba.”, ma forse è solo innocente incoscienza.

“Sabbia e conchiglie” è una languida, poetica canzone d’amore piena di sogni e di se “Tu raccogli le conchiglie / come fossero meraviglie / nella sabbia che è d'argento fatto blu, / mentre sogni d'esser moglie / di un pescatore di coralli / che ti vesta di attenzioni e di cristalli” che fanno a pugni con amare partenze senza ritorni “Tu che attendi sulla soglia / il tuo uomo che non torna, / verso altri lidi punta la sua prora”. Bella canzone, cantata divinamente.

Il disco si chiude con “Il ritorno di Camillo”, in cui un invitato tornato al proprio paese dopo tanti anni di “latitanza”, non si ritrova più in questo nuovo ambiente, in cui anche il mare è stato chiuso dal cemento, le spiagge sostituite dal porto “… va così, che il mondo corre e la città deve adeguarsi, / donare un po' di sangue ai propri figli, / barattare bagni e spiaggia con navigli. / La bilancia vuole così, / chiede un mucchio di sassi per un pugno d'oro, / qualche morto per un lavoro che ci sta, / un porto e scatoloni gialli e blu”, alla fine non ce la fa a sopportare questo scempio e ripartirà verso la libertà “Sono nato e cresciuto qui, / e il respiro dell'onda riempie le mie vele, / sono goccia che scava il sasso / e riguadagna la sua libertà”.

Non sono le solite canzoni, sono le canzoni da marciapiede.

















Le canzoni da marciapiede
Al pranzo di nozze

Red Waves Label – 2012

In alcuni negozi della provincia di La Spezia, scrivendo a info@lecanzonidamarciapiede.it o al link http://itunes.apple.com/us/album/al-pranzo-di-nozze/id522558018

Tracklist
1. Il pranzo di nozze
2. Accontentarsi delle briciole
3. Il giro di giostra
4. Il valzer di Alice
5. La fermata
6. Di carne e di legno
7. L'ultima della quindicina
8. Il ragtime del sempliciotto
9. L'albero dei soldi
10. Il piatto forte
11. Janine
12. Sabbia e conchiglie
13. Il ritorno di Camillo

Crediti
Valentina Pira: voce
Andrea Belmonte: pianoforte

Le voci “da matrimonio” sono di: Aino, Claudio barone, Simone Biggi, Giusy Breve, Enrico Casale, Alessandro Cecchinelli, Davide Faggiani, Giovanni Franceschini

Testi e musiche di Andrea Belmonte

Registrato e mixato tra ottobre e novembre 2011 al Basement Studio di La Spezia da Armando Fiorenza e Piero Spanu

Produzione artistica de Le canzoni da marciapiede

Produzione esecutiva di Claudio Barone e Andrea Foce

Illustrazioni di Giuseppe “Pepe” Vitale

Sito ufficiale di Le canzoni da marciapede: www.lecanzonidamarciapede.it

venerdì, aprile 20, 2012

Recensione CD "Tango che ho visto ballare..." di Claudia Pastorino


Claudia Pastorino: “Tango che ho visto ballare …”
Il tango secondo Claudia, unico, inimitabile
di Fabio Antonelli

Il 4 luglio del 1992 si spegneva a Buenos Aires Astor Piazzolla, virtuoso del bandoneon, ma soprattutto compositore eccelso capace di trasformare ciò che per gli argentini è da sempre considerato intoccabile e immutabile nel tempo, il tango.

Introducendo elementi jazz, dissonanze, l’uso di strumentazione non appartenente al tango tradizionale come ad esempio l’organo hammond tanto per citarne uno, ha saputo riscrivere la storia del tango cercando nello stesso tempo di cambiare anche la storia del proprio paese e, per questo, personaggio più amato all’estero che non in patria (“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” Mt 13, 57).

Come poteva quindi, una cantante piena di personalità, radicale e intransigente, provocante e anche provocatoria (ricordo che nel 1999 sulla copertina di “Trent’anni”, suo terzo disco, si fece fotografare crocefissa esibendo uno scultoreo topless) come Claudia Pastorino non restarne affascinata?

Così, per ricordare il ventennale della morte di questo grande artista, Claudia ha voluto pubblicare su disco la registrazione di un suo spettacolo dal vivo tenutosi il 24 settembre del 2011 al St. Anna Golf Club di Cogoleto Lerca, una delle tante date del suo tour dedicato al repertorio di tango composto da Horacio Ferrer e Astor Piazzolla, cominciato nel 2009 e che più volte l’ha vista cantare al fianco dello stesso Horacio e che ora, immagino, sarà rinvigorito dall’uscita di questa testimonianza live.

In questa registrazione Claudia è accompagnata da due ottimi musicisti, Fabio Vernizzi al pianoforte e Patrizia Merciari alla fisarmonica, secondo la tradizione più recente del tango che, alle origini, pensate un po’ era affidato al flauto, solo nel ‘900, infatti, il flauto fu sostituito dal bandoneon. Il pianoforte, invece, arrivò molto dopo, ma se ascolterete questo disco, capirete come l’avvento di questi due strumenti abbia fatto la fortuna di questa musica.

“che la rumba sia soltanto un’allegria del tango”

Così cantava Paolo Conte in “Dancing” e a ragion veduta, per cui specularmente si potrebbe dire che “il tango sia soltanto una tristezza della rumba”.

Forse è proprio così, perché il tango non è solo sensualità e gioco di sguardi (il titolo stesso del disco è in fondo legato all’atto del guardare), è soprattutto pathos, dolore, morte. In fondo potremmo dire, senza pericolo d’essere smentiti, che il tango è rappresentazione viva della vita stessa con tutti gli elementi che la caratterizzano.

Il disco si apre con “La ballata per un folle”, forse il brano più celebre dell’accoppiata Astor Piazzolla e Horacio Ferrer, sospeso tra recitato e canto appassionato, c’è restituito con grande intensità da Claudia. La storia è quella dell’incontro tra una donna e un “pazzo” che, con la sua energia creativa, si fa breccia nel suo cuore instillandole un infinito desiderio di libertà “Folle folle folle come un acrobata demente salirò dentro l’abisso del tuo cuore fino a che io sentirò che impazzirà di libertà!”.

Vivere però, vuol dire fare i conti anche con la morte, “Balada para mi muerte” è un bellissimo, tragico sguardo, rivolto a questo inevitabile momento “Abbracciami forte perché sento che la morte sta gremendo ciò che amo più di me / Sta passando non è niente si fa giorno sei con me”. Qualcosa sta per finire (l’esistenza) ma qualcos’altro sta per cominciare (un nuovo giorno). In questo continuo oscillare tra pathos e speranza, mi sembra quasi di vedere Claudia cantarla.

Ancora la morte, in fondo, è la protagonista finale di “El titere” (Il bullo), un testo di Jorge Luis Borges musicato da Piazzolla, che ci racconta di un ballerino e giocatore, un bullo amato da belle mulatte e che “Uno sparo lo abbatté fra Thames e Triumvirato”. Perfetta.

Ancor più bella e intensa, questo disco si rivela un crescendo di emozioni, è l’interpretazione che Claudia ci dona di “Vamos Nina”, un tragico testo di Ferrer permeato di romantica brutalità. C’è letteralmente buttata in faccia la crudeltà della vita o meglio della morte “Non vergognarti, Nina, no. / Cosa vuoi che ne sappia di vergogna, quell’anima di barista / che ti ha preso a calci e sputi? / accarezza il tuo cane / e diglielo, che solamente tra i rifiuti / hai trovato una spalla amica per morire”.

“Alguien le dice al tango”, il cui testo è di Jorge Luis Borges, è dominato dagli sguardi “Tango che ho visto ballare contro un crepuscolo giallo / da chi faceva faville nella danza e nel coltello … Senza vergogna, spigliato guardavi in faccia e fiero / tango che fosti la gioia di essere uomo per davvero”, anche se è ancora la morte a far nuovamente capolino “La morte prenderà / tu costeggerai la vita, Buenos Aires!”.

E’ invece un’indomabile speranza a dominare “Preludio para el ano 3001”, la canzone è sorretta dalla sola fisarmonica che sembra respirare e pulsare come un cuore e da versi densi di visionaria speranza “Tu vedrai che rinasco nell'anno 3001 / e con gente che non c'è stata ma che allora ci sarà / benediremo la terra, terra nostra... e te lo giuro / che questo paese di nuovo e insieme si fonderà. /  Rinascerò! Rinascerò! Rinascerò!”.

Un po’ di tranquillità sembra quasi giungere dalla melanconica “La fortezza dei grandi perché” in cui pianoforte e fisarmonica sembrano fondersi placidi e assorti, ma è solo una calma apparente, anche qui l’amore non ha mai pace “E mio padre era un grande pilota / che un bel giorno volò dentro il blu, / e mia madre parlava di un viaggio / per tornare accanto a lui”. E’ proprio la vita, con i suoi amari risvolti.

“Libertango” è così famosa da non dovervi aggiungere nulla se non che Claudia riesce davvero a superarsi nel cantarla, emozionando, restando entro le righe proprio quando ci sarebbe potuto essere il rischio di lasciarsi prendere la mano e strafare.

Che emozione poi “Oblivion”, brano che pur senza parole sembra comunicare più di tutte le altre canzoni, nell’ascolto una grande malinconia nota dopo nota ci avvolge e ci avvinghia.

Vien voglia di non abbandonare più questo viaggio nel tango e anche il pubblico sembra pensarla così, invocando un bis.

Claudia lo accontenta, cantando nuovamente la canzone d’apertura ma volutamente non tradotta quasi a voler lasciare integro il brano nella sua cristallina bellezza, la malinconia non ci abbandona certo e il desiderio sarebbe di continuare a sentire cantare Claudia all’infinito.

Il disco è un omaggio emozionante al genio di Astor Piazzolla, Claudia Pastorino si conferma ancora una volta artista di grande personalità, sentirla cantare in questo repertorio è inevitabile accostarla a Milva ma personalmente la trovo molto meno enfatica, più vera, a tratti poi mi ricorda anche il conterraneo Max Manfredi al quale la accosterei certamente per sensibilità e unicità.


Claudia Pastorino
Tango che ho visto ballare …

Produzione Elegantia Doctrinae - 2012

Nei migliori negozi di dischi o scrivendo a info@elegantiadoctrinae.it

Tracklist
01. La ballata per un folle (Astor Piazzolla, Horacio Ferrer)
02. Balada para mi muerte (Astor Piazzolla, Horacio Ferrer)
03. El titere (Astor Piazzolla, Jorge Luis Borges)
04. Vamos Nina (Astor Piazzolla, Horacio Ferrer)
05. Alguien le dice al tango (Astor Piazzolla, Jorge Luis Borges)
06. Preludio para el ano 30001, rinascerò (Astor Piazzolla, Horacio Ferrer)
07. La fortezza dei grandi perché (Astor Piazzolla, Angela D.Tarenzi/Simonluca)
08. Milonga de Don Nicanor Paredes (Astor Piazzolla, Jorge Luis Borges)
09. Libertango (Astor Piazzolla, N.Delon/B.Reynolds/D.Wilkey)
10. Oblivion (Astor Piazzolla)
11. Balada para un loco (Astor Piazzolla, Horacio Ferrer)

Crediti
Claudia Pastorino: voce
Fabio Vernizzi: pianoforte
Patrizia Merciari: fisarmonica

Registrato dal vivo il 24 settembre 2011 al St. Anna Golf Club di Cogoleto Lerca (GE)

Fotografie: Valeria Danzi (www.voltaroweb.it)

Grafica: Marco Vimercali

Sito ufficiale di Claudia Pastorino: www.claudiapastorino.it
Claudia Pastorino su MySpace: http://www.myspace.com/claudiapastorino

mercoledì, aprile 18, 2012

Incontro con Marco Ongaro - tratto da "Noir & Song" rubrica di Musica e Parole di Orasenzombra

di Fabio Antonelli



Il primo appuntamento di questa nuova rubrica che nasce con l'intento di cogliere i legami, più o meno evidenti, tra la canzone d'autore e il genere noir è con il veronese Marco Ongaro, classe 1956, un artista che definire semplicemente cantautore sarebbe davvero oltraggioso, perché oltre a scrivere splendide canzoni per se e per altri (Grazia De Marchi, Giuliana Bergamaschi, Vittorio De Scalzi, ecc.), si è dedicato con successo ai più svariati campi della scrittura. Sia nel campo dell'opera lirica che in quello teatrale, così come in quello letterario e musicale. Sin dalle sue prime canzoni Ongaro ha sempre dimostrato una scrittura fluida e ricca che, a volte, suggerisce l'idea di un fiume in piena pronto a straripare, ma tutto è sempre sotto controllo e a tratti c'è come un gioco sottile di contraddizioni e di volute ambiguità, il desiderio di intorbidire le acque di questo fiume, in modo che non tutto sia così scontato e di facile interpretazione, un po' com'è uso nella scrittura noir.
Ecco cosa ci ha raccontato in merito a questo suo rapporto con il genere noir.

"Salvatore delle donne tristi" (dove Salvatore è scritto con la S maiuscola) è una canzone che canti da un po' di anni e che è finalmente approdata su disco in "Canzoni per adulti", riporto qui alcuni versi per dare un'idea dell'originalità di scrittura "Dopo che le ha salvate che cosa ne rimane di donne abituate, abituate bene? Si apre la voragine appena un altro incontro scombussola l'immagine con un nuovo dolore. Allora il Salvatore diventa crocifisso, ché l'una e l'altra donna fanno da chiodo fisso, per togliere una pena un'altra si consuma: salvare e poi uccidere non è una cosa buona! Lo sa, lo sa e non lo nasconde, ma non sa come fare. La sua è una vocazione, una missione, un dovere, un impegno, un tormento, all'occasione pure un passatempo (...) Uno stuolo di vedove, di vedove bianche lo segue col pensiero e con la voce anche. Con lettere elettroniche, messaggi brevi e mesti. Povero Salvatore delle donne tristi". Mi sembra un buon inizio per parlare del tuo rapporto con il noir, dicci com'è nata, perché hai voluto usare questo stile particolare e soprattutto cosa trapela tra le righe della canzone.

L'aggirarsi come un ladro del protagonista a inizio canzone è dichiaratamente un dettaglio noir. L'uso della terza persona, del parlato, del presente indicativo invece dell'imperfetto, sono tutti strumenti del poliziesco, è vero. Il tema è "pacificamente" criminoso perché parla di un uomo che salva le donne tristi come soluzione al proprio primo impulso, che sarebbe quello di entrare in un bar per donne sole, travestito da uomo, e fare una strage di cuori confidando soprattutto sulla loro indifesa solitudine, sulla fragilità della femmina che a una certa età dovrebbe avere il sostegno di un uomo e se non è andata così, se non ce l'ha, vuol dire che là dietro da qualche parte ci sono ferite aperte, vulnerabilità da guarire, bisogni di cui sarebbe terribile approfittare. Dunque il potenziale "rubacuori" attirato dall'idea di sparare nel mucchio per fare incetta di facile selvaggina si tramuta in un più civile salvatore in virtù dell'assenza di tali bar e della sua capacità di frenare l'impulso originario trasformando la propria missione/passatempo in un gioco di salvazione anziché di sterminio. Il Salvatore è un convertito, un serial killer tramutato in infermiere delle derelitte che, nel tentato soccorso, alla fine ferisce ancora di più. Tutto a causa dell'esclusività, qualità infelice dell'amore umano che non permette i rapporti multipli e suggerisce invece che amore vero vi sia solo quando esso è esclusivo. Se lui ne salva una, ne deve lasciare un'altra. Salva una donna e uccide automaticamente l'altra. Non c'è soluzione, per questo è lui da compiangere, alla fine. Perché ha cercato di ritirarsi dal crimine, riciclandosi benefattore come il personaggio interpretato da Samuel Jackson in Pulp fiction, e invece finisce per essere solo uno sterminatore poco convinto.

Facciamo un salto indietro nel tempo, questa canzone può essere considerata il seguito ideale di un altro tuo splendido brano, "Landru", che è presente in "Archivio Postumia", canzone dedicata a un classico della criminologia di tutti i tempi. Com'è il tuo personalissimo Landru?

È, in effetti, il precursore del Salvatore. Un uomo che per questioni economiche, forse, si approccia a donne fragili, indebolite dall'assenza dei loro uomini spediti dalla nazione a morire in trincea nella Grande guerra, e le conquista usando la promessa di una relazione definitiva, l'impegno di un uomo che sarà l'ultimo a baciarle, la forma d'uomo più desiderabile perché destinato a restar loro accanto per il resto della loro vita. Ci penserà lui a far sì che la loro vita duri abbastanza poco da non doverle deludere, ma questo è secondario. Il mio Landru accarezza la loro illusione e la tiene viva fino alla (loro) morte, di cui si occuperà personalmente. Nella malevola sinuosità del sax baritono si caratterizza il pericolo che le donne corrono, andatura serpentina da tentazione nel Giardino dell'Eden. Landru è indubbiamente un conquistatore. Un benefattore, se l'amore è il bene della vita. Dona amore e poi toglie la vita. Nella canzone, come in qualunque tragedia che si rispetti, l'aspetto criminoso è lasciato fuori scena, è osceno. Racconto solo la seduzione, multipla, seriale, immutabile nella sua perfetta efficacia. L'assassino di cuori femminili trova facili prede nel loro bisogno di essere uccise da un solo, unico uomo. L'unico uomo per cui sarebbero volentieri morte. Ancora una volta è l'esclusività a uccidere, insieme al bisogno di uccidere la solitudine.

Sempre attingendo da quel tuo ormai "introvabile" disco, c'è un altro brano "Lolita", in cui lasci volutamente sottintendere più di quanto tu dica realmente, ne riporto integralmente il testo vista l'estrema ma folgorante sinteticità "Forse c'è un bambino in me / e forse è lui che ama te. / Ma se c'è un bambino in me / certo è lui che ama te (sempre se c'è). / Lolita / finisci la tua pasta al burro, mandala giù / Lolita / quel telefono è un po' troppo azzurro, mettilo giù / Se mi prometti, mi prometti che non lo farai più / Io ti prometto, ti prometto, non lo farò più.". Qui c'è più d'un motivo per aprire un'indagine o sbaglio?

Il tema è proprio quello dell'apertura dell'indagine, osservazione azzeccata. Non è detto che ci sia un crimine, è sottinteso come potrebbe esserlo l'incesto, e come certi, rarissimi casi di non incesto, potrebbe essere anche dubbio. Siamo davanti alla scena domestica in cui la piccola brandisce lo strumento sociale/giudiziario del Telefono azzurro per essere stata lasciata in pace dall'adulto. Non si dice se l'adulto è suo padre o un suo tutore, si dice però che l'adulto ne è responsabile e lo si evince dall'esortazione a finire la pasta al burro (evocazione Bertolucciana, quest'ultima al burro, ma anche Ciampiana, dunque allusione a una possibile lascivia come pure a una semplice questione di ristrettezze economiche). La pasta non è molto appetitosa, evidentemente, e qui si apre lo scenario ambiguo: la bambina minaccia di chiamare il Telefono azzurro e denunciare l'adulto per delle molestie vere o fasulle, probabilmente connesse al fatto che la pasta al burro non la vuole mangiare. Molestie vere o fasulle. Il motivo del contendere non sono le molestie, ma il maledetto piatto di pasta che la piccola non vuole mandar giù. La premessa (forse c'è un bambino in me, ecc.) ammette una comprensione amorosa tra adulto e bambina basata sul luogo comune che ciascuno di noi abbia un bambino in sé, luogo comune sconfessato dal fatto indiscutibile che nessuno di noi in verità è mai cresciuto e il bambino è ancora tutto ciò che siamo. È come se l'adulto dicesse, con l'ambiguità che attraversa tutta la canzone: "Ti desidero solo perché sono rimasto bambino, come te. Gioco con te per questo motivo". Oppure: "Ti voglio bene perché mi ricordo com'era dura anche per me quando avevo la tua età". L'uno è colpevole per il codice penale, l'altro no. Per la durata di tutta la canzone, e anche dopo, non sapremo la verità. Il dubbio è l'elemento veramente noir di questo brano. Il dubbio cui si troverebbe di fronte il giudice istruttore al momento di avviare l'indagine: la bambina non ha voglia di mangiare la pasta al burro e allora chiama il Telefono azzurro per esercitare potere sull'adulto, oppure l'adulto ha molestato più volte la bambina e cerca di patteggiare con lei una non denuncia con la promessa di non farlo più, se neanche lei lo minaccerà più? Un'istantanea con una ristrettezza di campo il cui allargamento lascerebbe intatta l'indecisione. Il tema è: come difendere il bambino da un adulto colpevole e come difendere l'adulto innocente dalle possibili ripicche di un bambino che poggia sulla legislazione per sottrarsi all'autorità dei grandi?

Torniamo a "Canzoni per adulti", c'è un'altra canzone "La donna col pugnale", del quale cito questo verso "Cedo al cuore di questa carezza / Al calore al profumo all'ebbrezza / Mentre affondo con delicatezza / La mia lama che taglia e che spezza", mi sembra che si stia consumando un vero e proprio dramma, cosa ci racconti in merito?

Qui il dramma è quello del dolore da amore soddisfatto/insoddisfatto, che è la stessa cosa. La passionalità che fa desiderare l'oggetto amato anche quando c'è, che consuma in una voracità inestinguibile sulla scorta di una colpa remota che nessuno dei due sa neutralizzare. Il pugnale ha due lame, non c'è impugnatura, chiunque dei due ferisca, ferisce anche se stesso. La passione che brucia in un futuro buio che si vorrebbe accendere senza speranza, perché l'amore è finito già al suo inizio e lo si vorrebbe tenere in rianimazione. Allora si colpisce a casaccio nel buio e ogni volta che si ferisce l'avversario/amante, si ferisce se stessi. Forse è l'unico caso di vera parità in amore. Parità nel male. Che si fa e che si subisce. L'anagramma è forma e contenuto: son due le lame, è due il male.

Un'ultima domanda, partendo da queste parole "le lamiere a brandelli / incontrando l'estate" tratte da "La scorta" brano del tuo ultimo disco, qui non siamo più nel campo della fantasia, siamo nella realtà: un'amara realtà lontana ma indelebile nella memoria. Il tema è l'attentato a Giovanni Falcone ma è svolto in maniera del tutto singolare, magistrale. Ci racconti come hai rielaborato questo delitto?

L'ho scritta sull'onda dell'emozione immediata. Una canzone pubblicata nel 2010 ma scritta nel maggio del 1992, "a botta calda". Mi sono immedesimato nel magistrato, un uomo sottoscorta, un uomo disincantato eppure idealista per elezione. Si misura ogni istante con la morte, così com'era per Falcone. "Se muoio adesso", è un pensiero costante, continuo che accompagna il protagonista. Non è ancora morto, ma si prefigura tutto, le lamiere a brandelli, i ricami di fumo, il "coro di fiori a tempo scaduto", ma non è ancora morto. Manda un saluto preventivo alla scorta, sua vera compagnia. Sogna di togliersi i giubbotti antiproiettile, indossare camicie di seta. La morte alla fine sarà un sollievo. Non venitemi a piangere dopo. Aiutatemi adesso, semmai. Non venitemi a piangere dopo, sembra voler dire. Non è una sorpresa, morire. Se lo aspetta da tanto, ci pensa ogni giorno. E' un appuntamento. Ma qui, paradossalmente, nell'episodio davvero criminoso trattato in canzone, con tanto di malavita organizzata e magistrato che salta in aria con moglie e scorta, la canzone non ha per niente un passo noir. È invece una lunga marcia funebre jazz, una cerimonia di addio a New Orleans, la conclusione di una tragedia attica in cui l'uomo Falcone diventa noi tutti al cospetto della morte. E resta uomo, anche se il suo corpo è sparito, polverizzato dall'esplosione, resta uomo in tutta la sua commovente integrità.