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giovedì, aprile 16, 2015

Intervista a Giuseppe Righini

di Fabio Antonelli

Foto di Fabiana Rossi


Il 14 aprile è uscito “Houdini” (Ribéss Records, distr. Audioglobe), terzo lavoro discografico di Giuseppe Righini, multiforme artista romagnolo (nasce a Rimini nel 1973) che, sul suo sito personale, si autodefinisce cantante curioso, autore onnivoro, attore occasionale, scrittore funambolo e piccolo giornalista carbonaro. Sono passati ormai quattro anni dal suo secondo disco “In Apnea” (2001) e dopo i primi ascolti mi sembra di poter dire che il mondo musicale di Righini sia davvero cambiato tutto. Ora prevale anzi direi domina l’elettronica dentro una veste pop ma poi lo riascolti bene e allora sembrano riemergere echi decisamente più cantautorali del suo disco d’esordio “Spettri Sospetti” (2008). Allora “Houdini”, d’altronde il titolo lo suggerisce, forse è anche un sottile gioco d’illusioni, un rimescolare le carte, un confondere acque dense e torbide come le sonorità del disco.

Credo che questo nuovo disco "Houdini", rappresenti musicalmente una svolta decisamente elettronica, una notevole virata rispetto al disco d’esordio "Spettri sospetti", anche se poi il gusto per il noir resta sempre presente. Come sei arrivato a questo progetto?

“Houdini” arriva a un paio d'anni da “Enciclopedia completa di uno sconosciuto”, un doppio album di remixes in edizione limitata in cui colleghi e amici avevano manipolato per intero tutta la tracklist di “Spettri Sospetti” e “In Apnea”, i miei primi due albums. Questo mio desiderio e interesse nei confronti dell'elettronica ha radici antiche, spuntate nei miei primi ascolti e mai del tutto recise. Insieme al produttore di “Houdini”, Fulvio Mennella, abbiamo deciso di impostare il lavoro in quella direzione, semplicemente assecondando un desiderio di entrambi e personalmente figlio di alcuni esempi del passato come Suicide, Soft Cell e via discorrendo: squadra di lavoro minimal, attenzione focalizzata su produzione e canzoni. Questa vena, così come l'amore per il noir, mi appartiene da sempre. Già in “Spettri Sospetti”, sebbene più defilata, c'era una componente elettronica, così come in “In Apnea”. In "Houdini" questa esigenza ha chiesto più spazio, che io ho concesso volentieri.

Mi sembra però di cogliere, in questo passaggio, una grandissima attenzione nella cura dei suoni e dei testi solo apparentemente minimalisti, quasi a voler creare soprattutto suggestioni, ricordi, visioni, è così?

In assoluta linea con le suggestioni del titolo stesso dell'album, mi verrebbe da dirti di sì. Certamente, se si escludono forse alcuni pezzi - l'apertura di “Monge Motel” ad esempio, oppure, in parte, la stessa “Amsterdam” - un certo tipo di storytelling nei testi è stato abbandonato e, in questo disco, la scrittura è certamente più visionaria e suggerita che prettamente narrativa. Nulla esclude il ritorno di storie, personaggi più “definiti” nei prossimi dischi, ma per “Houdini” ha vinto questo tipo di canone più, diciamo così, informale, se vogliamo rubare una definizione pittorica. I suoni e la produzione sono curatissimi e chi ascolta musica elettronica, sa bene quale può essere la potenza e il calore di tali canoni. Semplicemente, principalmente, in “Houdini” ci sono più synths, campioni e sequenze che negli altri dischi e le chitarre, i violoncelli, alcuni bassi e alcune batterie non sono scomparsi del tutto.

Copertina di "Houdini"


Dalle note del libretto del disco, che libretto tanto non è, perché ha il formato di un foglio quadrato, piegato in quattro, leggo che il disco è stato scritto e pensato interamente da te nel corso del 2014, in un’alternanza tra Berlino e Rimini. Nel disco direi che si colgano tra le righe echi e riferimenti a due grandi registi cinematografici legati a queste due città, mi riferisco a Wim Wenders e Federico Fellini. Quanto sono stati importanti per te e quanto sono stati fonte d’ispirazione in questo tuo lavoro?

L'artwork dell'album, così come accaduto anche per “Enciclopedia completa di uno sconosciuto” e “In Apnea”, è stato affidato alla visual artist Alexa Invrea, che negli ultimi anni collabora spesso con me anche dal vivo con proiezioni e in rete con video. La grafica e il design sono di Johanna Invrea. Con loro e con l'etichetta, Ribéss Records, abbiamo deciso che il formato manifestino del booklet avrebbe meglio esaltato alcune idee iconografiche che avevamo. Berlino è, letteralmente, la mia seconda casa dove vivo parte dell'anno e, negli ultimi tempi, sta acquistando sempre più valore simbolico e pratico per me. Il suo valore si alimenta a vicenda, dal punto di vista emotivo, formativo e suggestivo in simbiosi con la mia città natale, Rimini. Utilizzando un’immagine che sa di salsedine, il disco è stato dunque scritto vicino al Mare del Nord e inciso sull'Adriatico. Sono un grandissimo fruitore di cinema, di conseguenza non immune al fascino di Fellini e Wenders. Non soltanto loro però mi seducono, e se la loro influenza si è infilata tra le righe di “Houdini”, penso sia stato più un effetto inconscio e collaterale che intenzionale da parte mia. Inutile dire che sono assolutamente i benvenuti.

Il disco è stato anticipato dal video del primo singolo "Magdalène", in cui tu stesso sei attore in un cortometraggio in cui un uomo sembra voler sfuggire dai propri ricordi, ma è difficile abbandonare ciò che è stato, è dentro una galleria ferroviaria che sembra non aver mai fine, fino alla scena finale in cui si vede finalmente l'uscita, la luce, vivida che inonda lo schermo. Questo senso in parte di claustrofobia, di prigionia dalle stesse proprie esperienze di vita mi sembra di coglierlo non solo qui o è una mia suggestione tra le tante suggestioni suscitate da queste nuove canzoni?

Sicuramente il tema dell'isola, del pianeta, cosmo e luogo a sé, al “riparo” dal mondo e dal “fuori” è un concetto che mi affascina da tempo. Mi è capitato in altre interviste di parlarne, e segnalare ad esempio un pezzo come “Bianca” nel primo disco o un inedito rimasto escluso dalla tracklist finale di “Houdini”, intitolato “Hikikomori”. Quel che mi viene da sottolineare per “Magdalène” è forse uno stato di amnesia più che di claustrofobia. Ricordiamo l'esistenza di qualcuno - o qualcosa - la sua bontà, la sua bellezza, la sua importanza ma abbiamo come perduto momentaneamente le coordinate di quel ... posto. Dunque vaghiamo, in una terra di nessuno tra quel che era e quel che sarà, così come accade al mio personaggio nel cortometraggio. Il video è stato girato in una vecchia galleria ferroviaria molto suggestiva a San Marino, vicino a Rimini, che durante i bombardamenti fu utilizzata come ricovero per sfollati. Con Daniele Quadrelli, regista di questo e altri miei video nonché caro amico, ci siamo misurati e divertiti in un piano sequenza in bianco e nero che ci soddisfa molto, e che sta riscuotendo diversi consensi. E' una cosa importante per me, perché considero l'aspetto visivo del mio lavoro in maniera molto rispettosa.

Hai citato una canzone che alla fine non è entrata a far parte di questo lavoro, mi piacerebbe magari saperne il motivo, ma c'è invece una canzone cui sei particolarmente affezionato, cui non avresti rinunciato per nulla al mondo a inserirla nella tracklist?

Sono molto soddisfatto della tracklist finale di “Houdini”. A volte un pezzo resta fuori non necessariamente per il valore in sé, maggiore o inferiore dei pezzi promossi ma semplicemente perché nell'economia generale dell'intero album serve un pezzo d'altra natura. E' accaduto in ognuno dei miei dischi, credo accadrà ancora. Spesso negli inediti si nascondono delle chicche preziose, che prima o poi vedranno luce, quando le circostanze saranno favorevoli. E' certamente quello che mi auguro per “Hikikomori” e molti altri. In genere la rosa di canzoni da cui si seleziona con il produttore la scaletta finale è molto ampia per ogni disco. Se proprio devo dirti un titolo, sono molto contento che in “Houdini” ci sia un pezzo come “Lungo la strada”, che rappresenta molto per me sotto infiniti punti di vista e chiavi di lettura, personali e musicali. Per “In Apnea” poteva essere “La luce del sole alle sei di pomeriggio”, o “Si qui ora”. Per “Spettri Sospetti”, invece, “Ninna nanna del mare in tempesta” e così via. Ma ognuna delle tracce contenute in “Houdini” ha un valore importante e significativo, di rilievo nella mia vita presente, il mio passato recente e la strada che ho di fronte. Dovunque mi condurrà.

Foto di Johanna Invrea


"Lungo la strada" insieme con "Amsterdam" e "Non siete soli" sono il terzetto che starei ad ascoltarmi e riascoltarmi, quasi ipnotizzato. A me piace molto soffermarmi sui testi e a proposito di “Lungo la strada”, la canzone si chiude con i seguenti versi “Troverai la verità / sembrerà banale / solo l’amore / ci può salvare”, versi semplici ma carichi di significato, quanto credi nell’amore come via di salvezza?

Sono certamente tre canzoni importanti, ma per il mio percorso personale davvero tutto il disco lo è. Ogni fiore che non appassisce conta. Per quel che riguarda gli ultimi versi di “Lungo la strada”, non è assolutamente casuale che io utilizzi quelle parole e faccia pure riferimento all’apparente banalità di quel che dico. Quando accade, l’amore vince. Semplicemente. Infallibilmente. Non sempre ci fidiamo, proteggiamo, assecondiamo, ascoltiamo e nutriamo la bellezza di questa … banalità.

C’è un’altra canzone in particolare che mi ha incuriosito, si tratta di “Nonsense dance”. Mi ha colpito per le sonorità espresse ma soprattutto per il titolo, io credo che tutto abbia sempre un senso anche il nonsense, com’è nata questa canzone? E’ davvero solo un divertissement?

Non solo. Quest’album è probabilmente il disco più pop, a livello di scrittura, che io abbia composto e licenziato fino a oggi. Scuro e meno leggero di quel che potrebbe apparire a un primo sguardo, certamente, ma indubbiamente pop, almeno in alcuni episodi. “Nonsense Dance” è una delle tracce più commestibili e ludiche dell’intero lavoro, è vero, ma al contempo una delle più riflessive. Io poi se c’è da trasfigurare un paesaggio non esattamente luminoso e dipingergli sopra un’altra sfumatura per confondere le acque e giocare con gli specchi non mi tiro indietro. Mi piace mescolare i sapori e decontestualizzare gli elementi di sets e scenari, pur senza perdere il timone dell’idea di fondo. “Nonsense dance” è in realtà un brano sull’incomunicabilità, che utilizza la danza e il cinema come paraventi metaforici, estetici e formali e, musicalmente parlando, utilizza un’elettronica di matrice vagamente transalpina ma, ripeto, non è una traccia così leggera come parrebbe.

Prima parlavi della strada che hai di fronte, come hai intenzione di promuovere questo tuo nuovo lavoro? Hai già imbastito date e luoghi in cui presentarlo?

La presentazione del disco, che è uscito il 14 aprile, sarà sabato 18 aprile a Santarcangelo di Romagna in un luogo davvero magico che si chiama Loretta. Per ogni info su come raggiungerlo e prenotarsi per l'evento suggerisco di seguire in questi giorni la mia pagina ufficiale Facebook e quella di Ribèss Records attraverso cui saranno forniti dettagli e contatti. Non si tratta di una serata a inviti ma data la capienza limitata di questo luogo davvero speciale la prenotazione potrebbe non essere una cattiva idea. Poi, alla fine del mese, volo a Berlino con Quadrelli per girare un nuovo video lassù e da maggio in avanti cercheremo di suonare il più possibile e promuovere l'album al meglio. Anche in questo caso, il sito ufficiale e le pagine dei socials saranno utili per avere ogni news.

Per concludere, a chi non solo non conosce questo nuovo progetto, ma non conosce neppure Giuseppe Righini, che cosa diresti?

A chi non mi conosce, semplicemente, direi di cercare le mie canzoni e venire ai miei concerti. In genere funziona così, non trovi Fabio?

Assolutamente, per un musicista credo sia la sua musica a parlare per lui e che la dimensione live sia quella che maggiormente riveli lo spessore di un artista, quindi il consiglio per chi ci legge è di cercare la tua musica e venire ai tuoi concerti.

Assolutamente. Io sarò senza dubbio là.






Sito ufficiale di Giuseppe Righini: https://giusepperighini.wordpress.com/

Altri link:

venerdì, luglio 06, 2012

Intervista a Giuseppe Righini

Incontro con Giuseppe Righini
di Fabio Antonelli

Il secondo personaggio che andiamo a incontrare in questa rubrica che crea un punto d'incontro tra canzone d'autore e noir, è Giuseppe Righini, che così si presenta nel suo sito ufficiale:



Sono nato a Rimini il 2 aprile 1973. Lo stesso mese e lo stesso giorno di Serge Gainsbourg, Umberto Orsini, Giacomo Casanova, Carlo Magno, Marc Caro, Marvin Gaye, Michael Fassbender e Alec Guinness, aka Obi-Wan Kenobi. Alè. Da quando avevo dodici anni me la canto, me la suono e scrivo parolacce. Il mio colore preferito è il bianco, mi piace il riso ben cucinato e Alex de la Iglesia e non ho la minima idea di chi o cosa sarò nelle prossime vite. Ma neanche fra un mese. E qui mi fermerei perché mi sembra di aver già detto un po' tutto. Ma per chiunque fosse interessato anche a dettagli tecnici, nomi, cognomi, fatti, misfatti e date la bio continua. Rigorosamente in terza persona.


Il resto lo potrete trovare tra quelle pagine, ma ora ascoltiamo cosa ci ha raccontato dei rapporti esistenti tra le sue canzoni e il genere noir.

Pensando al rapporto tra canzone d'autore e genere noir, mi sei subito
venuto in mente per il tuo affascinante disco d'esordio come solista "Spettri Sospetti", un titolo che già di suo potrebbe essere il titolo di un avvincente romanzo giallo, perché hai voluto dare proprio questo titolo a un disco che è sicuramente tra le proposte più originali degli ultimi anni?

"Spettri Sospetti" è l'inizio di un verso de "La Nave Fantasma", brano incluso nell'album. Il titolo viene da lì. "Spettri Sospetti" è anche il nome del primissimo spettacolo in cui presentai dal vivo alcune delle canzoni finite nel disco, ben prima della sua uscita e della possibilità concreta di realizzarlo. E pur non essendo propriamente un concept, certamente uno dei tre temi dell'intero lavoro è quello degli spettri, veri e presunti. Poi ci sono anche ragioni estetiche. Ho sempre subito il fascino delle parole, la bellezza della fonetica, l'eleganza delle assonanze più che delle rime. E quelle due parole specifiche, messe una accanto all'altra, mi sono sempre piaciute. Aggiungiamo poi che la numerologia mi ha sempre incuriosito e quando ho scoperto che il mio nome aveva lo stesso numero di lettere del titolo il gioco era fatto.

La seconda traccia del disco "Tango Santo" ci narra di un killer "Mi presento sono Santo / e come un nero guanto uccido a pagamento / Sono magro ben vestito / mi nascondo facilmente dietro un dito / Chi mi paga poi lo nega / e la sua coscienza non farà una piega" ma la sua storia sembra nascondere qualcosa, fantasmi del passato direi, dai versi finali "Ho guidato ed ho spinto / l'automobile in fondo al labirinto / La palude si richiude / le mie mani non saranno mai più nude", illuminaci?

Quando scrivo una storia, mi piace cercare di suggerire quel che accade piuttosto che metterlo inequivocabilmente nero su bianco. Credo fondamentale lasciare spiragli d'interpretazione personale e spazio di movimento all'immaginazione, la lettura e la sensibilità di chi ascolta. Anche quando ho le idee chiarissime, cerco sempre di nascondere con una mano e con l'altra svelare, dunque non so se faccio bene o male a spiegare nello specifico le mie canzonacce! Ma, scherzi a parte, Santo è un sicario di vecchia data che tra il risparmiare o sacrificare l'ennesima vittima commissionata sceglie la seconda opzione, senza capire che forse, questa volta, la mossa più giusta per lui sarebbe stata la misericordia. E' un uomo completamente identificato con il proprio ruolo e la propria missione, convinto di avere un'unica possibilità di scelta, convinto di essere incapace - o immeritevole - di redenzione. Quest'ultimo delitto, fortemente simbolico, rappresenterà per lui l'ultima occasione - perduta - di cambiare il destino delle proprie carte, e lo condannerà irrevocabilmente. Santo, come Jack Torrance, rimane così per sempre prigioniero del proprio labirinto, e come Norman Bates si sbarazzerà del cadavere racchiuso nell'auto lasciandolo sprofondare nella palude del proprio fato. Le sue mani non saranno mai più nude perché impossibile oramai mondarle della colpa.

Altra canzone che svela solo in parte e in tal senso considero sorprendente la tua capacità di lasciare intuire ciò che potrebbe essere, mantenendo però un alone di mistero, è "Strage di San Valentino", cito solo i brevi versi che fanno da ritornello "Scendono giù sul mondo / Scendono giù sul mondo / Il nostro girotondo non finirà" che poi in chiusura si trasformano in "Scendono giù sul fondo / Scendono giù sul fondo / Il nostro girotondo non finirà", ci spieghi cosa realmente è successo è il perché di questo cambio di versi?

Si tratta di una canzone d'amore, molto intima e, proprio per questo, credo molto ... nuda. In entrambi i casi, l'affondare di un sentimento profondo, i frammenti di una danza che diventa eco. Una fine che proprio perché insopportabile diventa indimenticabile e infinita.

"Ninna Landa" sembra essere più esplicita con i suoi versi finali "Bianco tormento / vento che spinge / contro questa porta di legno dipinto / soglia pesante che non cederà / Ma l'assassino è proprio qui / ed è davvero più pericoloso / star dentro che fuori stanotte", ma è davvero tutto così come appare?

"Ninna Landa" è una canzone d'amor dedicata a un lupo, che spesso è la presenza più amorevole, fidata del nostro sonno più intimo e disarmato. Almeno fino alla prossima luna piena.

Un'ultima domanda. Con il successivo disco "In apnea", oltre che dimostrare ottime doti cantautorali, hai fornito una valida prova nel ruolo di scrittore, infatti, nel bel cofanetto a forma di libro che racchiude il disco è contenuto un libricino con 17 racconti brevi o brevissimi, capaci però in poche righe di coinvolgere e sorprendere il lettore. Tra questi almeno due "Scarafaggi" e "L'ultimo Avvertimento" rientrano a buon titolo nel genere noir, sei d'accordo?

Si, concordo. "Spettri Sospetti", a suo tempo, fu un disco con un taglio fortemente narrativo proprio perché figlio soprattutto del desiderio di tornare a raccontare storie. E tornare a farlo in lingua madre. In quell'album personaggi, scenari e situazioni sono ricche di suggestioni certamente musicali ma anche cinematografiche, teatrali e letterarie, proprio perché ho naturalmente attinto a diversi modi di raccontare e rappresentare una storia, senza limitarmi a un solo codice, un solo modo. C'è una grandissima tradizione, cantautorale e non, che ha fatto dello storytelling un grande cinematografo, utilizzando la forma canzone come cavallo di Troia. Nel mio ultimo album "In Apnea" quest'approccio sopravvive solo in alcuni degli episodi che compongono il disco, mentre il resto della scrittura è decisamente più fotografica e pittorica. Ma ho dato corpo ai miei personaggi attraverso i diciassette racconti. E certamente "Scarafaggi" e "L'ultimo Avvertimento" sono due episodi in cui il mio gusto per il noir trova la possibilità di esprimersi. C'è poi da dire che una storia scritta su carta piuttosto che registrata per l'ascolto è una grande opportunità di esprimere con colori e toni differenti lo stesso episodio. Per un autore è questo un grande privilegio, un grande piacere e, in definitiva, anche una grande palestra. Il fascino del noir su di me ha facile presa tanto che uno dei miei progetti, già ampiamente strutturato ma ancora nel cassetto, affronterà in maniera ancora più specifica e filologica l'argomento. Aspetto solo la luna giusta.


Sito ufficiale di Giuseppe Righini

intervista tratta dalla rubrica "Noir & Song" di Orasenzombra