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giovedì, ottobre 15, 2026

Piji: Sta registrando audio…, il disco giusto al momento giusto

di Fabio Antonelli

Nel corso della sua carriera Pierluigi Siciliani, in arte Piji, ha pubblicato per scelta solo EP e singoli. Eppure, in parallelo, ha costruito un percorso fuori dal comune: circa mille concerti, ventitré premi vinti come cantautore, trenta format radiofonici ideati e condotti, quindici spettacoli teatrali, due libri pubblicati “La canzone jazzata. L'Italia che canta sotto le stelle del jazz” (Zona, 2007) e “S'i' fosse whisky” (Morellini Editore, 2022), numerose direzioni artistiche e collaborazioni prestigiose. Il 2026 ha segnato però il suo debutto discografico ufficiale con il disco “Sta registrando audio…” (Azzurra Music, 2026).


La prima domanda, forse, sarà un po' banale e scontata, ma cosa hai provato nel vincere la Targa Tenco 2026 Opera Prima con un disco Sta registrando audio… che, credo, addetti ai lavori, critici e ammiratori si aspettassero da tanti anni, quasi avendo perso le speranze. Non sei più giovanissimo, hai praticamente pubblicato questo tuo primo disco che ancora avevi 47 anni, possiamo dire che è stato un parto travagliato ma poi tutto si è risolto al meglio? Raccontami di questa interminabile genesi.

Vincere la Targa Tenco è la cosa più bella che possa capitare a un cantautore. Il premio più prestigioso, più serio e pulito che io conosca. Questa Targa per me conta moltissimo. E ha un albo d'oro di tutto rispetto, quindi da un lato mi gratifica e dall'altro mi impegna a continuare ad esserne all'altezza. In un mondo discografico che richiede sempre maggiore superficialità e semplificazione, questa targa la userò come stella polare per continuare a meritarla anche dopo averla vinta. 

Quanto all'età anagrafica, per quanto mi riguarda, non è mai stato un tema. Mi sento molto più giovane ora di quando avevo vent'anni, i miei migliori amici/amiche con cui faccio nottata a mangiare dopo concerto o dopo teatro vanno dai 70 anni ai 20 anni. La targetizzazione per età la lascio a certe stupide idee di marketing, che stanno devastando tutte le arti. Quando avevo 13 anni ascoltavo tutti i giorni la musica di Gaber che ne aveva più di 50 (e la ascolto ancora). Oggi ascolto molto pop elettronico e rap considerato inspiegabilmente giovanile, ma per me tutto questo ha talmente poco senso. Allargando minimamente lo sguardo fuori da certi steccati inutili, basterebbe guardare alle altre arti, i pittori, i registi cinematografici, i romanzieri, il mondo del teatro ecc. e veramente tutta questa cosa dell'età assume un effetto ridicolo.

Detto ciò, anche se avrei voluto far uscire il mio primo disco molto prima, è andata così. Sono tanti anni che pubblico canzoni, in formato singolo o EP, per fare il passo fino a un vero album avevo bisogno di determinate condizioni che in tutti questi anni non ho trovato e ora sì, con Azzurra Music e tutto il team di lavoro. Escono talmente tanti dischi che alla mia percezione sembrano diventati un rumore di fondo. E questo accade anche perché è davvero facile realizzarli... male. Volevo che il mio primo vero disco non fosse in questa scia e volevo che fosse esattamente così com'è venuto fuori, pieno di dettagli e di cura. Come un disco vero. Come quelli che mi hanno fatto appassionare all'arte canzone, che certo non erano dei dischi registrati al volo alla bell'e meglio. Spero che tutto questo tempo e questa cura si sentano nell'ascolto. E il mio sogno è che la stessa cura la mettano gli ascoltatori, tant'è che come se fossi un sommelier, consiglio un ascolto alla vecchia maniera, dall'inizio alla fine. E almeno quattro volte. Servirà a farlo "aprire" o "respirare", come il vino quando viene scaraffato...

Sta registrando audio... copertina

Tempo e cura prestati si sentono eccome e mi trovi d'accordissimo sui consigli per l'ascolto ma, prima di parlare del contenuto del disco, quel vino che ha bisogno di respirare per dare il meglio di sé, vorrei affrontare il packaging partendo dalla fumettistica copertina che ti mostra stravaccato sul divano, microfono in mano, il simbolo rosso di occupato e la nota "sta registrando audio" che mi trasmette serenità, nessun senso di fretta o approssimazione, un senso di comfort e di appagamento della situazione in essere. Altrettanto affascinante, poi, è l'illustrazione sul retro della custodia, tu appoggiato in totale relax ad un gigantesco grammofono, nostalgico, quasi a non voler rinnegare il lontano passato. Immagino che tutto sia frutto della tua creatività, me ne spieghi la genesi e mi dici se ho centrato il messaggio che volevi far passare o, mentre tu stavi "registrando audio" io, invece, ero nel mondo dei sogni?

Direi che ci hai preso su quasi tutto. 

La grafica di copertina è di Gubrin, artista visiva che mette una grande personalità nel suo stile e con lei abbiamo ragionato circa il senso del disco e del titolo, provando a renderlo chiaro anche all'occhio oltre che all'orecchio.

Il personaggio della copertina è lo stesso personaggio della prima e dell'ultima traccia del disco (e di quel che succede tra inizio e fine). Fuori c'è un mondo in fiamme e, se da un lato lui si chiude in casa come al riparo dalle brutture del mondo, dall'altro, quel riparo diventa una gabbia. E allora, quella voglia di spingere il bottone rosso di un vecchio registratore e di incidere una sorta di message in a bottle, buttando un cavo fuori dalla finestra, significa provare a ritrovare un'apertura verso il "fuori" e di cercare di abitare il mondo, di dialogarci, magari per provare a migliorarlo. Forse non direi né stravaccato, né appagato. Anzi, è in trincea. Al riparo, al sicuro, ma pur sempre in trincea. E sta pensando. E sta parlando (o cantando). E pensare e parlare sono due esercizi di pace e di lotta. E di lotta per la pace, soprattutto. 

Quanto alla retrocopertina è uno scatto meraviglioso di quelli mitici di Tamara Casula, così come le altre foto del libretto. Il grammofono racconta di certo il mio amore per i salti temporali tra la musica di oggi e la musica della prima metà del Novecento. Mentre la sua dimensione sproporzionata rispetto a me racconta il mio amore per la musica e, di nuovo, il concetto di "audio" del titolo del disco. Ci tengo a precisare: nessun fotomontaggio, la foto è tutta vera e quel grammofono gigante pure. 

Retro copertina - Foto di Tamara Casula

Tra le tracce del disco ci sono tre canzoni che ti vedono collaborare con altrettanti artisti, la prima di cui vorrei parlare è Swing Politik perché credo riassuma alla perfezione la tua cifra stilistica. C'è il tuo amato swing, c'è la tua innata ironia ma c'è soprattutto la tua capacità di affrontare temi seri con assoluta leggerezza pur mantenendo intatta la valenza del messaggio che vuoi far circolare. I versi "Nuovi fondi per ospedali e scuole pubbliche, cultura e go green. Lotta alle evasioni fiscali, lotta al crimine, diritti e gap free. Cose che pensavo impossibili, invece nel memorandum c'era scritto proprio così" sono esemplari in tal senso, ma non bisogna dimenticare, la premessa "Ultimamente faccio sogni strani"... L'artista che hai chiamato a duettare con te è Simona Molinari, mi racconti come sono nate la canzone e la vostra collaborazione artistica?

La canzone è nata dalla voglia di ribaltare la concezione deleteria secondo cui la figura del politico è diventata quasi necessariamente negativa, sinonimo di traffichino, affarista, imbonitore e chi più ne ha più ne metta. 

Viceversa, ho provato a sognare un parlamento e un governo in festa perché hanno risolto finalmente tutti i problemi del paese. 

Nel videoclip ho fatto scrivere la frase attribuita spesso a Walt Disney o comunque alla sua comunicazione: "se puoi sognarlo, puoi farlo".

Ecco se il mio sogno appare "strano" è perché, in effetti, siamo disabituati a una politica risolutiva. D’altra parte, bisogna necessariamente credere nella politica per cambiare le cose storte di un Paese. 

"Oh issa" siamo invece tutti noi, che possiamo dare una mano a risollevarlo. 

La "Swing Politik" per me è un modo di essere. Un modo di vivere. Complessi dentro e vivaci fuori. Come lo swing. 

Potrebbe essere anche un genere musicale, la "swing politik". Ovvero uno swing d'impegno. Perché no...

Simona è una grande amica da circa 15 anni. Abbiamo tante cose in comune e spesso immaginiamo e realizziamo idee che vanno nella stessa direzione. Lei ha la swing politik nel sangue e anche lei sa essere come lo swing.

Era dunque perfetta per il brano.

E mi ricordo un pranzo a Testaccio in cui abbiamo forgiato questi ruoli del videoclip (regia di Alex Ratto), io come improbabile Presidente del Consiglio e lei come statua dell'Italia Turrita. Davvero uno spasso, come sempre con lei. 


La seconda collaborazione di cui vorrei parlare è quella con Sergio Cammariere, cantautore che amo molto e che definire semplicemente cantautore è persino riduttivo. Con lui è nata Vai, Valeria! musica di Sergio e testo tuo. È nato prima l'uovo o la gallina? Ma, soprattutto, credi che una donna possa davvero rivoluzionare l'esistenza di un uomo, tanto che si possa arrivare ad un cambio radicale come "Nuova identità, nuova musica, butto tutto via"? Io lo credo.

Ascoltavo le canzoni di Sergio come fan già da quando ero all'Università e quando studiavo jazz. Live credo di averlo visto più di 20 volte, negli anni. Quindi per me è stato un grande onore quando ha voluto condividere con me una sua musica bellissima e vivace sulla quale ho cercato di scrivere una storia che potesse seguire la verve che già la melodia raccontava. Da lì abbiamo scritto una manciata di brani assieme, per ora nel cassetto, e Vai, Valeria! l'abbiamo pubblicata. 

Quanto alla capacità dell'amore di modificare la normalità dell'esistenza fino a scardinarla o capovolgerla addirittura, ci credo molto. Non è detto che sia sempre un bene, ma questo potere credo ce l'abbia. Non solo l'amore, ma di sicuro anche l'amore. E il racconto di questa donna-rivoluzione che ti entra nella vita a valanga fino a "rovinarne" la routine e di quest'uomo che quasi la tifa perché riesca in questa operazione meravigliosamente distruttiva, mi sembrava interessante fino al punto di vederci nuove significazioni e metafore interne, volontarie e involontarie. Quando certe polisemie o certi strati di senso mi appaiono da soli mentre scrivo, di solito, è lì che considero la frase da tenere.

Passiamo allora alla terza collaborazione, quella con il sassofonista jazz Stefano Di Battista, in uno dei pezzi più belli del disco, secondo me, cioè Misanthropy Village. Sarà forse perché ci vorrei andare anch'io in vacanza in quel luogo. Il brano è molto moderno, trascinante ma da addosso a tutto ciò che fa trend, oddio che termine kitsch, mi torna in mente Moretti, che per altro citi nella canzone. Com'è nata questa canzone e perché hai pensato a Di Battista? Non ti chiedo di portarmi con te al Misanthropy Village perché ti rovinerei la vacanza...

Misanthropy Village è uno dei capitoli da cui è nato il disco ed è anche uno dei centri tematici dell'album, ovvero l'isolamento, in questo caso volontario, dalle brutture del mondo. 

Il nostro personaggio protagonista dalla prima traccia Sta registrando un audio... all'ultima Hikikomori vive una vicenda di eremitaggio metropolitano in cui in ogni nuovo brano si domanda continuamente se sia più forte la paura del mondo, degli esseri umani, di questa assurda, violenta, ignorante contemporaneità o la forza vitale, la spinta centrifuga, di evasione verso l'esterno, fuori dal proprio rifugio, per provare a frequentare questo tempo e tentare di modificarlo in qualche modo.

La metafora del villaggio vacanze per una sola persona mi divertiva parecchio per descrivere questo autoconfinamento. E il sovraffollamento di certe idiozie da social network mi sembrava anche questo un modo allegorico e ironico per raccontare il "fuori".

Ho cercato di far convivere una sorta di brio divertito, quasi da canzone estiva e di contro un contenuto spietato e quasi senza speranza (salvo un piccolo ribaltamento finale). Mi piace che uno dei brani più pessimisti dell'album sia anche uno dei più giocosi e divertenti.

E un'altra cosa che mi diverte di come sia venuta fuori questa canzone è il ribaltamento delle colpe: "La storia siamo noi: che guaio" prova a raccontare tutte le nostre responsabilità circa il mondo che abitiamo.

Per quanto riguarda Stefano Di Battista, è stata una gioia totale quella di poter dialogare con uno dei più grandi jazzisti italiani di sempre nonché uno di quei pochi giganti in grado di frequentare la canzone e il pop-jazz senza snaturarsi e snaturarla (cosa difficilissima, se non impossibile). Lui lo sa fare bene e secondo me qui il suo fraseggio riesce ad essere meravigliosamente vacanziero, facendoci immaginare riviere e mari da sogno e al contempo a lasciarci un certo sapore sinistro. 

L'idea della canzone nacque in una vacanza a casa di amici, in cui quasi ogni sera, dopo aver fatto mille piani su come vivere il nostro divertimento estivo, andare in centro, ballare, fare cose, finivamo per stappare una bottiglia e rimanere a chiacchierare nel patio di casa. 


Ovviamente non ho modo di passare in rassegna tutte le tracce del disco, anche se mi sarebbe piaciuto farlo, allora mi muovo per sensazioni ed emozioni, per cui mi tuffo subito nella magnifica carrellata di personaggi citati in Come Woody Allen. L'atmosfera da te ricreata è tipicamente anni ‘30 se non dico fesserie. Il testo, invece, è un flusso continuo di personaggi cinematografici ma non solo, come fossimo nell'Ulisse di Joyce. È un brano inebriante e si rischia di uscirne storditi come dopo una sbronza di whisky in un qualche locale notturno, come fossimo immersi dentro un film di Woody Allen, tanto per restare in tema. Credo sia, in fondo, una appassionata dichiarazione d'amore per il cinema, di un certo cinema di qualità... Ma sei proprio tu nel dire "E come Woody Allen vivo la mia vita dentro un film"?

Il personaggio della copertina dell'album disegnato da Gubrin ricalca la scena del film "Manhattan", in cui Woody Allen registra un audio su un microfono e cerca di elencare le cose per cui vale la pena di vivere. 

Tutto il mio album si basa su questo, ci sono cose per cui vale la pena di vivere e altre cose per cui vale la pena di combattere per modificarle. 

Tra quelle per cui vale la pena c'è per me senza alcun dubbio il cinema e ovviamente il cinema di Woody Allen, a cui, come dici bene tu, tra le altre mille cose, sono vicino anche per passioni musicali. 

E non solo hai ragione a dire che sono io a dire "vivo la mia vita come fosse un film", ma l'intera canzone è in realtà una mia autobiografia. Anzi, paradossalmente, è il pezzo più autobiografico di tutto il disco, quello in cui mi metto più a nudo, quello più privato. 

Ho scelto la maschera dei personaggi e degli attori dei film di Woody Allen perché questo "coro greco dietro di me di tutti quanti questi personaggi che mi seguono da anni" mi somiglia moltissimo. Woody Allen è l'unico regista che in ogni film mette un personaggio a cui mi sento di somigliare clamorosamente. Li ho messi tutti in fila e li ho elencati, provando a ottenere un doppio risultato: da un lato un omaggio al mio mito cinematografico Woody Allen e dall'altro, più nascosta, una precisissima e dettagliatissima mia autobiografia. Per fare solo un esempio, quando parlo della "bohème degli anni Venti" intendo questi anni Venti del Duemila, infatti, anche se può sembrare che io parli di Owen Wilson nella Parigi degli anni Venti del Novecento. E così per ogni altro verso, a doppio significato. 

"Quello che tu senti è un autoscatto con il flash", insomma, un selfie, un'autobiografia, appunto, in formato canzone. 

Sono partito dalla mia chitarra manouche, proprio come quella di Sean Penn quando interpreta Emmet Ray in Accordi e disaccordi e l'intera canzone si può "leggere" in un modo o nell'altro a seconda di dove tu voglia mettere l'obiettivo.


Se Come Woody Allen rappresenta un sguardo di innamorato rivolto alla bellezza del cinema di Allen, Umano poco Umano è un intelligentissimo corposo gioco di parole, un sostanzioso elenco di esempi negativi facilmente riscontrabili se solo si osservasse la realtà circostante con occhi disincantati e non come "fanno gli indifferenti perenni, i cattivisti distaccati, i disamorati amoralisti, gli eterni disinteressati, i confortevoli imparziali, gli appassionati passatisti, gli immobilisti smascherati dai distinguo arrampicati". Ne hai davvero per tutti in questo inferno dantesco, ma soprattutto fa male quel "Pochi contrari e tutti gli altri sinonimi", un gioco di parole certo, ma c'è una via di fuga da tutto questo?

Le vie di fuga ci sono sempre, per fortuna, così come le resistenze e gli antidoti. L'ultima parte della canzone propone un'ipotesi. Anzi, molte ipotesi per ribaltare l'orribile quadro attuale. Oggi più che mai sento il diritto e soprattutto il dovere di tentare quelle ipotesi. Non è più possibile (e mai lo è stato, ma oggi ancora meno) essere indifferenti o lontani dalle cose del mondo. Questa canzone è l'ultima che ho scritto in senso cronologico, l'ho scritta mentre quasi tutti gli altri brani erano già missati e masterizzati, ma ci tenevo a inserirla, sia per l'equilibrio drammaturgico del senso dell'album, sia e soprattutto perché non sopporto questa specie di omertà generalizzata della canzone italiana di questi ultimi anni. Pandemie, guerre, dittature, genocidi e le canzoni italiane che escono sembrano perlopiù non accorgersi di niente e parlare di tutte altre (spesso inutili) cose. Specie il mainstream della canzone, ma incredibilmente direi anche l'underground o l'indie, sembra abbiano vissuto su qualche isola deserta in questi ultimi anni. Il cinema, ad esempio, non si è sottratto al racconto del reale, perché la canzone sì? Non lo capisco. Capisco quanto sia impervio e scivoloso il terreno, capisco che ci si renda divisivi per il pubblico, però un'arte che possa dirsi viva richiede anche questo. Volevo, dunque, non essere complice di questa specie di balletto corale ombelicale e in maniera forse ancora più diretta, stavolta anche senza trasfigurazioni, allegorie o metafore, ma quasi in prosa, dire un po' di cose che mi stavano a cuore. Ne sono venuti fuori otto minuti di canzone...


Vorrei chiudere con una domanda riguardante non tanto il disco in sé ma la sua messa in scena nel senso che, lo si intuisce anche semplicemente ascoltando l'ultima traccia Credits in cui ogni partecipante alla realizzazione del disco ha registrato un proprio messaggio, è un disco musicalmente ricco che si è avvalso del contributo di eccelsi musicisti e di numerosi strumenti musicali. Credo che il sogno di ogni musicista sia quello di rappresentare il proprio lavoro al meglio delle proprie possibilità, quindi con una band al completo alle spalle ma, non sempre, sogni e realtà convergono, occorre fare i conti anche con la sostenibilità economica. Come ti stai muovendo dal vivo? Hai un target di luoghi che più ritieni adatti al tuo repertorio? Chi credi possano essere i maggiori fruitori della tua musica? Va beh, doveva essere un'ultima domanda, perdonami...

Ho letto una stima secondo la quale uscirebbero tra i tremila e i quattromilacinquecento dischi italiani al mese!!!!

Mi sembra un dato raccapricciante.

Quello che, viceversa, penso da sempre è che sia molto meglio fare bene un disco dopo tanti anni che farne tanti male. Fare dischi sempre e comunque, anche male, assomiglia più alla vanità, cosa che proprio non mi appartiene. Avrei voluto fare dieci dischi fino a qui, ma ne ho fatto solo uno. E la questione è anche economica oltre che di risorse umane e di team. Per fare un disco fatto male non ci vuole molto, ma ho sempre evitato di accontentarmi al ribasso per dire semplicemente "è uscito il mio disco". A un certo punto avevo perfino perso le speranze e ho cominciato a pensare le parole del personaggio dell'ultima traccia: "non esco più". Invece, grazie all'attesa e alla sedimentazione delle cose, Azzurra music e io siamo riusciti a pubblicare un disco esattamente come lo volevo io, con tanto lavoro dietro, tanta attenzione ai dettagli e la Targa Tenco è stata la ciliegina sulla torta, una grande pacca sulla spalla. Improvvisamente le mie scelte un po' estreme di attendere e rimandare a tempi migliori l'uscita del mio primo album si sono rivelate giuste, proprio quando cominciavo a rischiare di pensare che fossero sbagliate. 

Credits è nata dal titolo dell'album: volevo che ognuno registrasse "audio" e così ho chiesto a ogni componente del team di musica e di lavoro di farlo, fino a rendere il tutto una canzone che chiudesse l'album con dei ringraziamenti veramente sentiti, più vivi e reificati di quando li si scrive solo nel libretto. 

Il live del disco ho iniziato a provarlo proprio oggi in full band, cercheremo di restituire il sound elettronico e contemporaneamente analogico dell'album e credo che sarà un live molto energico, in cui ci saranno sia momenti d'ascolto, sia momenti di festa, di ballo. Sarà un live che si potrà seguire da seduti, ma pronti ad alzarsi in piedi, oppure, da in piedi, ma con il gusto dell'ascolto. 

E per quanto riguarda i fruitori, torniamo alla prima domanda: l'età anagrafica non è proprio un tema per me. Mi piacerebbe vedere sotto cassa i teenager e seduti più comodi i novantenni. E anche i bambini. E ovviamente gli adulti. 

Una volta ho scritto una poesia, quella che apre il mio libro S'i' fosse whisky, che parla di quanto il jazz possa essere un linguaggio democratico, un mondo che si può fruire a vari strati, a vari livelli di conoscenza e profondità nonché a vari livelli di attenzione. I risultati, a seconda di questi fattori, saranno diversissimi, ma in tutti i casi affascinanti. Spero, sognando, che un giorno si possa dire la stessa cosa delle mie canzoni, ovvero che esistano tantissimi modi diversi e livelli diversi per ascoltarle. 

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