di Fabio Antonelli
Giancarlo Onorato, dal 2010 artisticamente solo Onorato, è musicista, scrittore, pittore e produttore discografico indubbiamente fuori dagli schemi, è considerato tra le figure seminali della scena indipendente italiana avendo dato vita agli Underground Life nel 197, per poi intraprendere nel 1993 la carriera solistica. Il 9 marzo del 2026 ha dato alla luce un nuovo attesissimo album dal titolo “Le beatitudini” (OnOrArti Produzioni, 2026). Ecco cosa mi ha raccontato.
Le beatitudini è il tuo sesto disco di studio in trent'anni esatti di attività solistica, dopo essere stato fondatore e leader degli Underground Life, nati nel 1978 e scioltisi nel 1993. Una media di un disco ogni cinque anni, in questo caso nove anni dal penultimo disco Quantum. Direi quindi che Onorato pubblica un disco solo quando fortemente ispirato e con qualcosa da dire all'ascoltatore più attento.
Vorrei
rispondere alla tua articolata domanda con una doppia precisazione.
La
prima: la stima verso l'interlocutore è la base di ogni ricerca di significato.
Solo se immagini di rivolgerti a chi possa intendere agisci in una direzione di
crescita, altrimenti è sufficiente appiattirsi sulle qualità proprie di un
mestiere svolto da anni e di cui sei ormai padrone.
Un
disco, un album musicale, volevo dire, è e rimane di base un'opera di pensiero,
dunque, occorre sempre presumere che i destinatari saranno perfettamente in
grado di accogliere e di fruire criticamente, se vorranno, del suo contenuto.
Massimo rispetto per chi è ascoltatore, con uno slancio in più, semmai, quello
di presumere che il pubblico sia sempre in possesso di una potenziale
competenza passiva, che è anche quella del più stimolante degli uditori. La
menzogna che vorrebbe un pubblico sempre ignorante e becero, disposto solo ad
ascoltare musica di basso livello è invenzione del mercato, di coloro che hanno
interessi personali a giocare al ribasso, sapendo che più una proposta è
abbassata, più facile sarà venderla ad un numero allargato di persone.
D’altro
canto, è vero anche che, se io andassi a parlare in una conferenza di taglio
filosofico, mi aspetterei che tra il pubblico vi fossero persone in grado di
intendere come minimo le basi di trattazioni più evolute rispetto a quelle di
un semplice intrattenimento, sebbene si abbia sempre e comunque il compito di
rendere potenzialmente fruibile per tutti il proprio contenuto.
Questo
fa un buon musicista: punta in alto, ma senza dimenticarsi che l'opera debba
esser prima di tutto fruita.
La
seconda precisazione è invece questa: per me realizzare un'opera significa
lavorarci sul serio, e a volte può essere necessario impiegare molto tempo, né
più né meno che per un libro, ad esempio. Diffido sempre di chi pubblica un
libro all'anno, poiché mi appare tecnicamente chiaro che non sia stato
possibile stendere un'opera significativa se impieghi così poco tempo nella sua
stesura, a parte lodevoli e rare eccezioni, si intende. Ma in genere per
realizzare qualcosa che valga la pena di essere pubblicato, occorre tempo.
Nel
campo della musica popolare, quella che noi chiamiamo con definizioni improprie
o approssimative di volta in volta “rock”, “pop” o “trap” o altro (secondo
anglismi che si sono impossessati di noi), l'urgenza di uscire spesso e di non
fare troppo attendere è figlia diretta di esigenze ancora una volta di mercato.
Le leggi del mercato se ne infischiano della qualità, ma si preoccupano solo
dell'opportunità di “battere il ferro”, di cavalcare tendenze eccetera.
Opportunismo, sovente persino sciacallaggio.
Se
invece stai producendoti in un’operazione di pensiero e nel frattempo non ti
stai dimenticando di vivere, dunque diversi aspetti della tua esistenza
attraversano, limitano, accendono, mutano e in fondo così accrescono l'opera,
ecco che ci vuole tempo.
Quindi
in linea di massima non sono io ad impiegare tanto o troppo tempo, sono gli
altri che, per quanto più veloci del sottoscritto siano, in genere intendono un
disco soprattutto come un biglietto da visita per potere lavorare: fare
concerti. Alla fine, il succo della faccenda, ma anche il limite del fare
musica ed in definitiva la vera ragione dell'impoverimento della proposta
musicale, è che fare musica deve come minimo dare da vivere, ma sovente, anzi
quasi sempre, deve soprattutto tenere acceso un meccanismo che fa mangiare
tanti altri dietro, intorno e sotto di te. Questo avvilisce la qualità e
favorisce il presenzialismo e la puntualità ossessiva nel pubblicare cose che
non sempre sono degne di venire diffuse.
Pensate
che meraviglia sarebbe se tutti, ma proprio tutti, impiegassero non meno di tre
anni, meglio quattro, per uscire con un'opera nuova: il mercato respirerebbe,
aumenterebbe la qualità, la gente tornerebbe ad acquistare i dischi col piacere
della scoperta. Meraviglioso. Invece siamo a succhiare le bucce avanzate di un
festino ormai finito da tempo.
La
prospettiva mia è assai differente alla radice.
Inoltre,
va considerato che io, almeno sin qui, sono realmente INDIPENDENTE, dunque, non
godo di finanziamenti o altre facilitazioni che di norma rendono possibile la
realizzazione di un'opera. Consideratelo e figuratevi una realtà produttiva in
cui, oltre a tenere alto e acceso il fuoco della creatività e del rinnovamento
ideativo, dovrai anche occuparti di moltissime faccende di natura logistica e
finanziaria e soprattutto accollarti i rischi di operazioni poco redditizie, in
nome della tua indipendenza.
Non
auguro a nessuno di avere il fuoco dell'arte in un momento storico in cui fare
arte è considerato un suicidio.
Specie
in un Paese, diciamo, impreparato come il nostro.
Sia
chiaro: non critico le posizioni altrui, semplicemente vorrei riscattare la
necessità di dedicare al mio mestiere (quello che si è dimostrato di sapere
fare) tutto il tempo necessario per renderlo al meglio, senza tagliare corto o
usare la materia prima più scarsa al solo scopo di avere più margine di utile.
Ed
infine, in fondo a questo ragionamento, posso ora ammettere di essere quello
che si dice un perfezionista e di tornare più volte su molte e molte cose, fino
alla fine.
Le
beatitudini in
ogni caso è nato nel corso di un periodo storico molto complesso, e le sue
lavorazioni hanno subito arresti e cambi di prospettiva tali da permettermi
diverse riflessioni ulteriori rispetto alla prima stesura. Sono confluite in
esso i brani scritti per ben due album, uno dei quali era già praticamente
pronto al termine del 2018 quindi, per i miei tempi lavorativi, realizzato
piuttosto in fretta. Poi sono accadute le cose che tutti sappiamo e io ne ho
beneficiato per capire che dovevo in realtà rifare quasi tutto. E ho avuto
ragione.
Vorrei
però cominciare dal package se sei d'accordo, un CD a tiratura limitata,
dall'aspetto esteriore di un LP con una grafica curatissima e con uno splendido
libretto con foto testi e crediti, già questa un'opera d'arte.
Le
beatitudini nasce
come (e vuole essere) un'opera pensata con piglio artigianale, in senso alto.
Così è, e tu che la vedi sai che è così. Anche qui, se pensiamo che artigianale
sia sinonimo di approssimativo o di poco curato, non ci siamo. È piuttosto
l'esatto contrario di “industriale”. Fatto con la massima cura ed il massimo
sforzo in ogni più piccolo dettaglio.
La
prima tiratura del disco è uscita come una vera e propria sfida “filosofica”
verso l'atto ormai automatico del fare dischi e in generale del “pubblicare”
così come oggi è concepita questa operazione.
Tutti
pubblicano qualunque cosa, dunque l'atto stesso del pubblicare ed il suo
contento hanno perduto gran parte della sacralità che tale attività aveva in
sé.
Chi
volesse invece intendere tale gesto per quello che è, cioè un gesto “politico”,
un atto di autoaffermazione del diritto a fare il meglio, in contrasto con il
gioco al ribasso, potrebbe vedere il mio disco sotto una luce completamente
diversa rispetto all’ordinario.
Non
conta riuscire a cambiare sistema, conta fare il proprio passo personale; il
muro cadrà se io sarò in grado di toglierne anche un solo mattone, al posto di
rammaricarmi e disperarmi del fatto che il muro esiste.
Tornando
al disco, alla prima versione attualmente stampata, stanno per seguire altre
versioni di cui si saprà.
Il
punto è capire se e quanto la gente comune, tutti noi, l'uomo della strada, sia
consapevole di trovarsi in una piega storica in cui l'opera può davvero
contribuire alla crescita di un dissenso profondo verso un presente distopico.
Ma
ciò che finisce nelle mani di coloro che hanno desiderato acquistare un oggetto
che parla, e non solo dei dati da caricare sul tuo dispositivo, avrà in mano un
oggetto che parla, dal suono frutto di una lunga distillazione. Se hai in mano
un Album musicale come il mio, ti accorgi che tutto è curato per partecipare ad
un significato. Un oggetto fatto al meglio, senza risparmiarsi, per quello che
è stato sin qui possibile, si intende.
È
un disco che ha richiesto anni per la sua realizzazione e molti sforzi, dato
anche il fatto che finanziarlo ha richiesto impegno non solo mio, ma di tutti
coloro che vi hanno contribuito, ragione per cui si è proceduto per lenti passi
progressivi. Un disco così in primis non può uscire con una veste “normale”,
deve potersi qualificare anche nella forma.
Dunque,
al momento, Le beatitudini esce come un CD la cui copertina ha le
dimensioni di un VINILE, una copertina ampia tanto quanto quella, e cerca di
offrire dettagli che solitamente sono sottratti ad una pubblicazione, per
ragioni di costi.
Io
ho voluto che chi lo cercasse, avesse tra le mani qualcosa che parlasse oltre
la musica. Il suo cuore pulsante è la musica, ma non bisogna dimenticare che
forma e contenuto debbono coincidere, altrimenti non vi è l'opera, ma solo
un'approssimazione o un pretesto per vendere qualcosa.
Sono
rimasto molto incuriosito sia dal titolo scelto Le beatitudini, che
sembra mescolare sapientemente sacro e profano, anima e carne, cielo e terra,
temi a te molto congeniali, sia dalla foto ad infrarossi in cui sembri guardare
dentro ognuno di noi, quasi a voler cogliere non l'esteriorità, ciò che è
visibile con gli occhi, bensì ciò che normalmente è invisibile ad uno sguardo
superficiale. Non so se sono andato fuori tema nell'analisi ma mi piacerebbe
sapere come sei arrivato al concepimento di questo, scusami il gioco di parole,
concept?
Ti
ringrazio per l'analisi attenta.
Le
cose stanno in fondo così come le hai percepite osservando la copertina,
dedicandovi il giusto tempo che necessità un contenuto, senza la fuga di cui
siamo capaci il più delle volte.
La
fotografia ad infrarossi è dovuta al bisogno di offrire uno sguardo che oltre a
guardare faccia guardare, con le eccitazioni cromatiche dell'immagine, che
accrescono e rivelano le zone di differente temperatura. È lì per rimarcare
quel bisogno di scavo che sento in profondità. E lo offro come sguardo di uno
sguardo.
Il
titolo parla di momenti di alta comunione col senso delle cose. Tutti ne
abbiamo, sono stati di grazia, e non potrei definirli diversamente senza dover
usare molte parole.
Il
tema è quello del femminile ancestrale, un concetto che si sciupa subito, come
le ali di una farfalla che si volesse maneggiare per scoprire il segreto del
suo volo. Sono beatitudini quegli istanti di grazia in cui, siccome non fuggi,
il contenuto più profondo del vivere ti tocca e ti parla. Non è per tutti, solo
per chi non tema sé stesso.
Il
femminile è un tema universale e generativo, qualcosa che mentre ci genera ci
richiama al suo interno. Non bisogna cogliere queste mie parole in senso
necessariamente sessuale, di ruolo sessuale: il femminile di cui parlo è
animico, è totalizzante, è il senso eternamente cercato delle cose, il sesso
floreale del mondo che ci vuole tesi verso la sua comprensione non di testa ma
di sentimento sconosciuto. È l'inseguimento che produce uno sprofondamento ed
il passaggio ad altra dimensione, dove dall'altra parte si ritrova ciò da cui
si è partiti. Un ritrovarsi nello smarrimento.
Se
fossi d'accordo vorrei ora cercare di addentrarmi tra le sette tracce che
compongono questo tuo nuovo lavoro, partendo proprio da Nous Phonix, un
testo che ci introduce subito a quella che è una delle tue cifre stilistiche,
il saper unire sapientemente sacralità e carnalità "Resuscitata e bianca
come non mai / avanza a passi incerti nell'acqua gelida / e con le gambe nude
si oppone all'aria / mordendosi le dita appena". Ci sono potenti chitarre
elettriche e luminosi synth, con un affascinante vibrato dato dall'uso
dell'e-bow. Gli ingredienti per una grande ouverture ci sono tutti, compresa la
voce di Isabella Vimercati. Se questo è il rock che hai in mente in questo 2026
credo sia vivo e vegeto e possa ancora dire molto, non credi?
Oggi
ovunque si senta suonare un gruppo “rock”, mediamente si sentono cose già
sentite milioni di volte, si ascoltano pose e convenzioni accordali,
strutturali e formali che sono ormai fini a sé stesse. Ma lo stesso strumento
principe di quella forma, la chitarra elettrica, si può aprire a mille dialoghi
con ogni altro strumento, evitando possibilmente altre due secche pericolose:
quella del tecnicismo/virtuosismo fine a sé stesso e quella delle ibridazioni
forzate con le più disparate categorie dell'etnico. Voglio dire: per decenni
fare rock ha significato rifare ciò che veniva fatto, o era già stato fatto,
quasi sempre meglio, da chi lo aveva in casa come generazione spontanea della
propria cultura. Oggi abbiamo la possibilità di maneggiare con la massima
consapevolezza quello che è divenuto patrimonio artistico universale, ma
lanciandolo in territori interpretativi nuovi.
Io
intendo utilizzare i vapori più densi di ciò che è stato “rock” per raccontare
in modo nuovo il presente, così come io credo debba essere raccontato, cioè con
la dimensione del sospeso che rimanda a significati profondi. Poiché siamo in
un'epoca di mezzo tra ciò che è stato e ciò che sarà, e dal momento che ciò che
sarà dipenderà dalle nostre capacità di intendere in profondo il cambiamento
epocale.
La
mia Nous Phoenix vive di questa suggestione della sospensione, di un
richiamo a ciò che è stato, in una narrazione volutamente indefinita, ma lo
stesso immerge in una lettura che non rinuncia al metafisico.
La
canzone oggi ha dimenticato il metafisico, che invece è grande patrimonio del
pensiero. Lo ha sostituito con il pragmatico, con l'ordinario, lo sdolcinato,
con il retorico ed il consolatorio, che sono tutti ingredienti della canzone
popolare da diversi decenni in qua. Mancano del tutto il metafisico ed il
drammatico (quest'ultimo cancellato colpevolmente dai discografici, veri
egemoni e responsabili del peggioramento in generale della forma canzone).
La
mia creatura che resuscitata avanza a passi incerti con la sua carnalità
assunta come verità profonda e con la consapevolezza di “tornare a morire” è
sintesi del bisogno arcaico di rinnovarsi, della paura fondamentale e del
mistero, senza dimenticare che carne e spirito sono una cosa sola.
Per
dire questo, avevo bisogno di sintetizzare e reinventare lo stile appreso negli
anni dalla musica più epica, dal cinema scuro, dalla poesia e dalla
letteratura, per rilanciarlo. Per questo chi si imbatte nel brano, se non è del
tutto bruciato nella sua capacità di attenzione dall'abitudine ad una fruizione
superficiale, prova un misto tra solennità e rinnovamento, sente una sorta di
classicità innestarsi in una visione rinnovata, appunto, del fare canzone. Era
il mio scopo.
La
successiva Stanotte è tesissima dall'inizio alla fine, sembra voler
trasmettere un senso di perpetuo tormento, quello dovuto al fatto di non volere
accettare un'amara realtà che molte volte "Vorremmo avere tutte le ragioni
/ e tormentarci di felicità / piuttosto che nasconderci nel seno / più amaro di
una nuova verità", è questo il senso?
Sì,
è fondamentalmente questo.
Ho
cercato una chiave psichica per dire il tumulto che a volte diventano alcuni
istanti, minuti o anche ore, di un risveglio notturno per via dei dubbi coi
quali convivi, quegli istanti in cui tutto il senso della tua esistenza si
concentra nelle emozioni fisiche che stai vivendo. Un trasporto ma anche un
travolgimento, una spersonalizzazione momentanea portata da emozioni violente,
sono al contempo strumento di ingrandimento per guardarsi dentro e fuori
contemporaneamente. Una notte di incubi esistenziali si trasforma così in un
varco per diventare nuovi. Per questo il brano è un treno di emozioni lanciato
a velocità estreme, in cui si brucia e si rigenera il sentimento di sé. Tutti
abbiamo vissuto o viviamo all'improvviso notti come queste. Il problema era
raccontarlo con una forma-canzone. Ma non c'è premeditazione, non decidi: ora
scriverò una canzone su questo tema. Le canzoni sorgono come pensieri dal
profondo, come rimorsi, sensi di colpa o come punti luce di cose vissute o che
si vorrebbe tanto vivere. Le canzoni vere sono pezzi di vita che prendono la
forma di una composizione.
Per
questo una volta appresa e affinata l'arte di esprimerti davvero, è impossibile
separarsi dal fare musica: una maledizione benedetta, una benedizione che è
ossessione.
Dal sole è meravigliosa, musicalmente distesa, evocativa, qui
la donna viene descritta come "Discesa dal sole la tua fronte è voce / Di
un Mantra soave che scava e che dice / Portata dal mare la tua carne è luce /
Un delta sottile un fuoco che tace", c'è un'infinita sensualità in questi
versi e c'è sempre quel gioco di contrasti perché viene dal sole ma è fatta di
notte che è sfumata. Si può ben dire che c'è tutta la complessità della figura
femminile?
Dal
sole è il brano
più azzardato di tutto l'album, giacché nasce, si trasforma e prosegue sin
dall'inizio come una sorta di sfida con l'armonia, l'emozione e la forma
canzone. Non sono certo di essere riuscito a trasferire nella realizzazione il
bisogno che avvertivo di un carico sempre più forte di stordimento, nella vertigine
di sentire tutte le cose condensate in un punto del mondo che è il corpo di una
persona intesa come un sole che splende nel sole. Questo bisogno di traferire
in canzone un abbacinamento era molto difficile, tecnicamente, poiché per farlo
nella sua pienezza fisica, di suono fisico, intendo, avrei avuto bisogno di
disporre di un'intera orchestra, con decine di strumenti suonati con dinamica
crescente, qualcosa che solo un'orchestra è in grado di rendere in un'ambiente
adeguato. Avevo inoltre necessità di allontanarmi dalla forma di canzone
d'autore in senso ordinario (non sono quello che si dice un “cantautore”, non
provate ad affibbiarmi questo epiteto senza incorrere nelle mie precisazioni).
Così
mi sono adattato a rendere la suggestione di partenza con ciò che avevo, non
potendomi permettere in produzione l'ingaggio di una intera orchestra
sinfonica, i cui elementi entrassero gradualmente nello scenario sonoro fino ad
un climax potentissimo.
I
violini sono tutti veri, a parte alcune contrapposizioni di violoncello e di
flauto, ma è stato necessario sommarli uno per uno per comporre
l'orchestrazione e di certo, come si può capire, non è esattamente la stessa
cosa della voce polimorfa espressa da un ensemble che monta lentamente con la
sua enormità di frequenze che vorticano per l'ambiente.
I
missaggi sono stati diversi, progressivi e sofferti, il risultato solo
indicativo, credo. Così mi sono dovuto accontentare di una specie di icona
della potenza voluta, come volere il calore di un sole e provare a riprodurlo
in un piccolo fuoco, la cui vicinanza però ci dona luce e nutrimento a
sufficienza per poterci immaginare invasi ed avvolti dal bacio solare.
In
M, brano caratterizzato da sonorità quasi provenienti da spazi siderali,
c'è una sorta di viaggio a ritroso, quel desiderio ancestrale di tornare dove
tutto ha origine "Apri le braccia disse il bimbo re / che voglio tornare
al regno mio / tornare a navigare l'onda calda dentro te / tornare a frequentar
l'oceano, Magdalene". Quella M come titolo secondo me si presta a diverse
interpretazioni, sei d'accordo?
La
M del titolo è centrale per tutta l'opera. La lettera M la si può osservare
riprodotta, scolpita o dipinta presso altari o arcate o sagrati di talune
chiese o cattedrali cattoliche, dove una stilizzazione elegante ma antica
dell'iniziale di “Maria”, in realtà rimanda al simbolo uterino.
Questa
centralità del tema uterino in una dimensione spirituale mi pare un punto
fondante di ciò che chiamiamo spirituale, e che coincide con ciò che noi tutti
intendiamo, ciascuno a proprio modo, con carnale. Solo che siamo troppo
condizionati dalle opposizioni fittizie tra le due pulsioni per ammetterlo.
La
canzone M è di sicuro il brano più sperimentale di Le beatitudini
e parla del ritorno a casa, dove la casa è il corpo dal quale siamo venuti.
Qualcuno ha inteso in senso blasfemo quel “apri le gambe disse il Cristo Re”,
ma per questa via se proseguiamo ad intendere separati la carne e lo spirito
inteso come sublimazione del vivere in senso strettamente fisico, siamo
completamente fuori strada. La negazione della carne in sede spirituale è una
invenzione repressiva, repressione abilmente aggirata da chi con l'arte ha
saputo sovente rendere evidente il coincidere dell'estasi mistica con la parte
più luminosa dell'orgasmo. Le sante rappresentate nella piena sopportazione
dell'estasi, sono donne orgasmiche, in grado di assurgere con lo spirito a
quella dimensione di cui l'orgasmo sessuale non è che la più pallida manifestazione.
Per questo il pezzo doveva essere spaziale, andare indietro e dentro e tornare
a proiettarsi in avanti. Lo stesso arrangiamento è concepito come una M: una
salita, una ridiscesa, una nuova salita, poi una discesa, una salita, una
discesa, poi una dispersione nel nulla stellare.
Guai
però a fare confusione e ritenere il mio Album come un'opera cattolica o
peggio, al contrario, blasfema. Sono quanto di più distante e oppositivo si
possa immaginare rispetto ad una attitudine cattolica ma anche alla sua
iconoclastia. Sono, piuttosto, uno spiritualista spontaneo.

Onorato ritratto da Massimo Tuzio
Il tuo mare no (le ore), con quel suo incedere trascinante
e un testo davvero meraviglioso "e cado io nel vuoto del tuo bianco mare /
del tuo sangue salato dove vivi tu / nel tuo bagno di luce in cui nuoti
tu" ci descrive una figura femminile che riempie il tempo e lo spazio in
cui si muove, che crea dipendenza. Trovo poi meraviglioso quell’evolversi del
ritornello da "e il tuo mare non finirà / il tuo amare no" a "e
il tuo amore non passerà / il tuo amore no" per chiudere con "e il
tuo amore non passerà / il tuo mare no". Un lavoro di cesellatura
sopraffino. Come nasce un testo come questo?
Grazie.
Proprio il testo è la squisita ragione per cui quel brano è sopravvissuto alle
numerose revisioni della rosa dei tanti brani candidati a figurare in questo
Album. Molti altri pezzi hanno dovuto attendere in disparte e non so se mai
vedranno la luce.
Questo
è un brano che si è evoluto nutrendosi di sé stesso. È l'unico di questo disco
che eseguiamo dal vivo da tempo, già da prima della sua pubblicazione, e nel
tempo il problema era ed è quello di far vivere un testo che vuole essere
attraversamento.
Nello
scriverlo ho seguito l'intuizione di un “passare attraverso”, di come cioè
certi incontri sappiano attraversarti e cambiare la tua vita, e come attraverso
quelli, tu possa superare barriere anche fisiche che credevi insormontabili. La
fisica minimale delle cose che contano e che quando ci accadono è perché
eravamo finalmente pronti, come frutti maturi per essere divorati dal senso
profondo delle cose.
Tu
mi attraversi, attraversi le cose e io divento trasparenza che può superare
ogni limite. Perché il limite è solo immaginato e trasferito alla sfera delle
possibilità, mentre quanto è in essere, l'attraversamento non conosce limiti.
Ci
provi con le parole e restituire certe emozioni che vengono a visitarti. Per
questo il disco si intitola Le beatitudini, perché quando scopri
l'esistenza segreta di un mondo più vero e sconfinato di quello che credi il
mondo all'interno del quale ti muovi, allora di colpo capisci che non c'è una
forma considerabile come limite, ma tutto è semplicemente possibile. In quel
momento smetti di essere il depresso storico che l'umanità è riuscita a
divenire negli ultimi secoli a partire dalla rivoluzione scientifica, che ha
preteso di venderci un mondo fatto solo di materia destinata alla morte.
L'incongruenza del pensiero scientifico è un cancro filosofico che ha rovinato
le esistenze di troppe persone incapaci di liberarsi da una schiavitù come
quella paura della morte. Non si muore, il corpo cambia forma, ma morire non è
cosa possibile, mentre il possibile è tutto ciò che non voglia il limite
fisico. A tutti noi rimane l'intuizione amorosa per accorgersi di questa
esistenza vera e segreta, in quei momenti sentiamo la potenza sprizzare da ogni
singola cosa. La morte come fine di ogni cosa è una invenzione di chi ha
interessi a controllare per il proprio profitto la felicità degli esseri umani.
In
Milioni di fiori questa ode alla figura femminile prosegue e si evolve.
Musicalmente c'è un alternare di accelerazioni e rallentamenti, quasi fossero
degli attacchi e poi delle soste in estasi davanti al mistero insondabile che è
la donna. Tra tutti sottolineerei i versi "milioni di api che sciamano in
te / cento miliardi in galassie che fremono / in utero, in utero" perché
c'è grande poeticità, c'è carnalità, c'è sensualità, c'è quel desiderio che poi
e perfettamente espresso nelle quattro invocazioni finali "svelati /
sciogliti / apriti / prendimi". Dico bene?
Dici
molto bene.
L'immagine
“milioni di fiori”, equivale a quella di milioni e milioni di galassie che noi
crediamo di poter vedere, ma in realtà possiamo solo intuire; le creazioni
floreali sono, nella ricettività potenziale del femminile, altrettanti passaggi
a nuovi mondi che a loro volta generano altri mondi. Se si riesce ad intendere
la sessualità come soglia di attraversamento, allora tutto diviene disvelato.
Ma bisogna lasciarsi portare dall'astronave impalpabile del sentimento interno
delle cose, e se pretendiamo di attribuire ruoli ai sessi, abbiamo già spento
la magia. Magico è ciò che ci introduce al vero, mentre il contingente è la
forma più povera del sentire. Poveri contabili, quanto sono poveri. E questi in
coro e con risolino sarcastico mi dicono: caro artista, senza i soldi come fai
a fare le tue opere? Al che io rispondo che fuori da spersonalizzanti stime statistiche,
che in quanto numeriche sono solo ipotesi che dimenticano l'evento appunto
personale, nella realtà del fare, del prendere in mano un pennello,
dell'imbracciare una chitarra (presa anche solo in prestito) o di approcciarsi
alla tastiera impolverata di un angolo dimenticato, nella poiesi del gesto
rappresentativo ed evocativo proprio dell'arte, non esiste misurazione o
contabilità. Infatti, se attendessi che complicate formule di tipo finanziario
venissero in soccorso del pensiero creativo, questo sarebbe morto, ed io con
lui. La creatività se ne infischia dei soldi, ma semmai li può o potrebbe
generare. I soldi non generano alcuna intuizione sensibile. Quindi ribadisco,
poveri contabili o chiunque si illuda come scorciatoia che il materiale sia
condizione fondamentale. Tutta la mia esperienza si fonda sulla disperata
volontà di esistere, malgrado tutto e tutti, e questa è sempre partita da un
gesto d'arte, non da un gruzzolo.
Il
disco si chiude con Planetarium, titolo che potrebbe far pensare ad una
canzone dedicata al cielo stellato, agli spazi infiniti del cielo notturno, ma
in realtà è una dolcissima canzone d'amore in cui chitarre e synth costruiscono
un plaid sonoro da brividi, che sembra avvolgere delicatamente i due amanti,
come delicatissimi sono anche i versi finali "E non c'è libertà / che
basti / Libertà al mio risveglio dentro te". In fondo quale microcosmo è
più forte e attraente di quello rappresentato dall'amore di un uomo e una
donna? Si può dire che mai come in questo album la donna è la vera protagonista
delle tue canzoni?
Il
femminile, più che unicamente la donna. Il femminile che è interno a ciascuno
di noi, che nasciamo femmine e maschi lo si diventa a volte.
Comunque,
sì. Questa canzone, questo Planetarium è un mantello di stelle
all'interno del quale si viaggia nella dimensione della scoperta senza limiti,
quindi è al tempo stesso un viaggio stellare e anche un ingresso amoroso nel
corpo ineffabile della conoscenza. Conoscenza e amore sono la medesima cosa.
Per
dirlo, o meglio, per ribadirlo nell'intimità del sentire, avevo bisogno di
ridurre ogni singola parola a significati minimi ed intimi, e la musica ad un
mantra armonico in cui la melodia viaggiasse come viaggiano i corpi stellari
dei due protagonisti che vivono in soggettiva la meraviglia della beatitudine.
Non
cercate nelle canzoni il divergere dalle cose che contano, cercate le canzoni
che ci favoriscono l'ingresso nel senso delle cose. E avrete contribuito a
salvare la musica, e con essa l'umano. Si può farlo anche con estrema
leggerezza, ma bisogna abbandonare i binari imposti dal mercato.
O
se lo preferite, vivete pure nell'osservazione di ogni ordine imposto, ma sarà
solo un mediocre sopravvivere.


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