venerdì, maggio 29, 2026

Patrizia Laquidara: Flòrula, un viaggio introspettivo che si fa parola, poi musica, poi canto

di Fabio Antonelli


Sono passati ben otto anni dal precedente album C’è qui qualcosa che ti riguarda (Autoprodotto, 2018) di Patrizia Laquidara, ma in tutti questi anni la cantautrice siculo-veneta non è certo rimasta inattiva. Nel 2019 diventa direttrice artistica di Il Canto della Sisilla, fortunato festival musicale e teatrale nel cuore delle piccole Dolomiti e riceve il prestigioso Premio Maria Carta a Cremona.  Dal 2021 al 2025 è docente di Poesia in musica e drammaturgia musicale al conservatorio Marenzio di Brescia, collabora poi a numerosi spettacoli teatrali in veste di attrice e cantante, ma soprattutto nel 2023 pubblica il suo romanzo d’esordio Ti ho vista ieri, edito dalla casa editrice Neri Pozza, vincitore del Premio letterario Internazionale Donna, Premio letterario internazionale Charles Dickens, Premio Nazionale Giorgione 2024 in cui narra personaggi e ricordi della propria infanzia.

Eccoci quindi arrivare al suo nuovo album Flòrula, il cui libretto è preceduto da una nota in cui Patrizia racconta così di quello che definirei un romanzo di formazione: ”A libro terminato ho sinceramente creduto di aver detto tutto. Ben presto ho sentito invece che le storie contenute in quelle pagine chiedevano di trasformarsi ancora in altra forma: la musica. Vissuti che prima sono diventati parole, poi suoni, poi canzoni”.

Si intuisce quindi da subito che queste canzoni sono figlie del romanzo Ti ho vista ieri ma, lo dico subito, a scanso di equivoci, allo stesso tempo vivono di luce propria ed il disco si lascia ascoltare con estremo piacere anche da chi quel libro non l’ha letto.

Ripensandoci bene, devo dire che c’era già, in Il canto dell’anguana, un gesto preciso: quello di tornare alla radice, riattraversare la tradizione come materia viva, riconnettersi a una geografia intima prima ancora che culturale. Flòrula credo che in fondo parta da lì, ma compie uno scarto decisivo. Non è più il tempo della raccolta o della restituzione: è quello della trasformazione.

Qui la tradizione non viene più evocata apertamente. È interiorizzata, sedimentata, diventata linguaggio.

Ne nasce un disco minuto e potente, costruito per dettagli, per sottrazione, per piccoli organismi sonori, non a caso il termine “flòrula”, catalogo di specie, microcosmo vegetale. Ogni brano è un frammento autonomo, ma parte di un disegno coerente, dove testi e musiche lavorano in una continua tensione tra corpo e natura, tra materia e immaginazione.

Prima di analizzare le tracce del disco vorrei però spendere due parole sulla copertina del disco, nata da una idea grafica di Paolo Zampese e da una foto di Patrizia Laquidara, vestita candidamente di bianco, con il capo cinto da una corona di fiori, realizzata da Michele Piazza. È indubbiamente vero che Patrizia ha dalla sua parte una bellezza che definirei quasi ieratica però credo che questa copertina sia una delle più belle tra i dischi usciti quest’anno e, soprattutto, molto funzionale nell’addentrarci da subito nel mondo di Flòrula.

Il disco si apre con Nessuno deve restare di fuori (Ti ho vista ieri) o meglio, più che un’apertura, una soglia che introduce tutti personaggi femminili che prendono poi vita nel romanzo. Il marranzano suonato da Puccio Castrogiovanni ci porta subito in Sicilia e ad esso si sovrappongono via via percussioni, hand claps, cori a donare ritmo a questo bel pezzo che si chiude con la ripetizione ossessiva “Nessuno deve restare di fuori”.


Anna la ciaccaligna, oscillando continuamente tra un tappeto di elettronica e chitarre elettriche è una canzone che ci parla di un personaggio sospeso tra passato e futuro, evoca un po’ una donna siciliana d’altri tempi e allo stesso tempo una donna fuori dalla visione tradizionale, in effetti i versi di Patrizia “Anna sale le scale / tra la terra ed il cielo c’è lei, esagerata / Anna trascendentale un piede nel fango e un altro nel cosmo” più che descrivere, evocano.


La bambina inizia con molta dolcezza, come d'altronde dev’essere una canzone in cui ritroviamo versi come “Et voilà la petit toupil / l’hanno vista che cadeva giù da una stella / et voilà la petite trebuchel / l’hanno vista che cadeva e poi correva scalza.” Però poi si avverte una prima tensione ritmica più marcata. Non è un cambio di passo netto, ma una pulsazione interna, costante. C’è un crescente desiderio di libertà “Lei è quella che è venuta a dire no, / non mi va, non si fa, non mi piace com’è”. In questa canzone c’è la bambina o il bambino che è in ognuno di noi, quello che ci fa comunque sempre guardare il futuro.


Con Cunizza (Assabenerica), breve riassunto di una processione antica, La Vara, che avanza ogni 15 agosto per le vie di Messina, arriva uno dei momenti più intimi del disco. La voce si moltiplica, si sovrappone, costruendo un piccolo spazio corale che richiama la forma della ninna-nanna, ma allo stesso tempo ne altera la funzione: non più rassicurazione, quanto piuttosto ascolto e cura. Vi partecipa anche Lorenzo Maragoni protagonista della giaculatoria.


Diversissimo il registro di La ragazza della 127, qui la scrittura si apre a una maggiore concretezza. Le immagini si fanno più riconoscibili, più legate a una quotidianità filtrata. Musicalmente il brano è tra i più ricchi: entrano archi discreti, variazioni armoniche più ampie. Eppure, tutto resta dentro una misura controllata, senza cedere a una piena espansione emotiva. Stilisticamente mi ricorda molto la Laquidara di Funambola. Trovo bellissima questa immagine “Le ginocchia strette strette / sull’autostrada che va a sud / siamo partiti da sei ore / il tempo qui non passa più / c’è chi sbuffa chi guarda in su”.

La successiva Alicudi cantata in coppia con Antonio Vargas, rappresenta uno dei vertici assoluti del disco. Testo essenziale, ridotto a pochi nuclei espressivi come “Ma che sapore di sale che sai tu / ti toglierò la sabbia con le labbra / ma come scotta ho la pelle rossa / sarà l’unguento che calma quel che brucia / io vado in acqua che fai vieni anche tu”. Ogni parola pesa, rimane. Il tema è quello della perdita, ma interpretata come passaggio, come mutazione inevitabile. L’arrangiamento di Edoardo Piccolo è radicale nella sua semplicità: pochi accordi, pause cariche di senso. Anche il silenzio diventa parte attiva del brano.

In Ti saluto con la mano, canzone il cui testo è stato scritto con il rapper El Coco (nipote della Laquidara) e Lorenzo Maragoni, il movimento è più evidente: una crescita progressiva, quasi narrativa. Il testo “ieri ho preso un volo e domani partiamo / siamo dello stesso sangue, sai che ci capiamo / ti conosco da una vita, sei come una sorella” torna sul tema della crescita, della trasformazione, ma con una luce diversa, più aperta. La musica accompagna questa dinamica con un incremento graduale della densità sonora, in modo mai invasivo, sempre trattenuto.

Il disco si chiude ufficialmente con Nuova luce, il punto più laterale, decentrato del disco, struttura meno lineare, piccoli scarti, inserti sonori che rompono l’equilibrio. Il testo appare frammentario, costruito per immagini rapide, quasi appunti sensoriali “vita che è purissima / foglia che traduce luce in nuova luce / forza che trascina cambia e poi riluce / tutto si trasforma l’aria la pelle / ogni cosa poi cambia in altra forma”. Sicuramente il brano più etereo, ma anche il più profondo, perché cerca di parlare alla nostra anima, di dirci che tutto si trasforma. La vita dentro e fuori di noi, non ha mai fine si rinnova nei ricordi di coloro che abbiamo amato, anche quando magari non ci sono più.  Un finale in elevazione.


In realtà il disco si chiude circolarmente con una bonus track, una ulteriore versione di Nessuno deve restare di fuori, in cu la splendida voce di Patrizia incontra quella di una delle più originali e promettenti cantautrici siciliane, la palermitana Giulia Mei.

È un po’ come se Il disco si concludesse senza conclusione: i temi restano aperti, come semi lasciati al terreno. Patrizia Laquidara lavora sulla parola come materia organica, mai decorativa. Il linguaggio botanico non è simbolo superficiale, ma struttura profonda del disco: crescita, trasformazione, ciclicità.

Parallelamente, la musica si muove in uno spazio che evita sia l’appartenenza esplicita al folk sia la linearità del pop, costruendo un territorio autonomo, fatto di equilibrio, silenzi, sfumature.

Non è forse un disco immediato come lo era stato ad esempio, almeno per me, Funambola ma è proprio in questa sua discrezione che trova forza e coerenza: un ascolto che non si impone, ma si deposita, lentamente, che darà poi i suoi frutti a tempo debito.








Patrizia Laquidara – Flòrula

Tracklist

01.  Nessuno deve restare di fuori (Ti ho vista ieri)

02.  Anna la ciaccaligna

03.  La Bambina

04.  Cunizza (Assabenerica)

05.  La ragazza della 127

06.  Alicudi (feat Antonio Vargas)

07.  Ti saluto con la mano (feat El Coco)

08.  Nuova luce

Bonus Track

Nessuno deve restare di fuori (Con Giulia Mei)

Crediti

Patrizia Laquidara - voce, cori, palmas

Edoardo Piccolo - sintetizzatori, programmazione ritmica, autoharp [1, 7], Philicorda [3, 5], cori [4, 5], palmas, arrangiamenti.

Daniele Santimone - chitarra elettrica, acustica e classica 7 corde, cori [6]

Stefano Dallaporta - basso elettrico

Puccio Castrogiovanni – marranzano, cuatro, mandolini, tamburelli [1, 2, 5]

Clécio santos e Fernando Silva – pandeiro, agògò, surdo, caxixi, abà, ganzá, tambor, sanghiba, maracas, repique, recorecò, palmas, caixa

Dario Ponara – vibrafono [7]

Cori

Silvia Girotto, Patrizia Laquidara, Katy Marcante, Elisa Sperotto [1, 4, 7]

Quartetto d’archi

Violino primo: Massimilano Tieppo

Violino secondo: Alessia Turri

Viola: Michele Sguotti

Violoncello: Simone Tieppo

Produzione esecutiva

Patrizia Laquidara – Luna Nordestina

Produzione artistica

Edoardo Piccolo e Patrizia Laquidara

Registrato nello studio The Basement Recording Studio di Federico Pelle dal 13 al 19 agosto 2025

Quartetto d’archi registrato a Sotto il Mare Recording Studios

Vibrafono registrato presso Aproblema Studio

Mixato da Edoardo Piccolo presso Tiglio Siamese Studio

Masterizzato da Jérémy Henry a La Villa Mastering Studio

Idea grafica di copertina: Paolo Zampese

Foto di copertina: Michele Piazza

Patrizia Laquidara sito ufficiale
Patrizia Laquidara su Facebook