di Fabio Antonelli
Eccoci quindi arrivare al suo
nuovo album Flòrula, il cui libretto è preceduto da una nota in
cui Patrizia racconta così di quello che definirei un romanzo di formazione: ”A
libro terminato ho sinceramente creduto di aver detto tutto. Ben presto ho
sentito invece che le storie contenute in quelle pagine chiedevano di
trasformarsi ancora in altra forma: la musica. Vissuti che prima sono diventati
parole, poi suoni, poi canzoni”.
Si intuisce quindi da subito che
queste canzoni sono figlie del romanzo Ti ho vista ieri ma, lo
dico subito, a scanso di equivoci, allo stesso tempo vivono di luce propria ed
il disco si lascia ascoltare con estremo piacere anche da chi quel libro non
l’ha letto.
Ripensandoci bene, devo dire che
c’era già, in Il canto dell’anguana, un gesto preciso: quello di
tornare alla radice, riattraversare la tradizione come materia viva,
riconnettersi a una geografia intima prima ancora che culturale. Flòrula
credo che in fondo parta da lì, ma compie uno scarto decisivo. Non è più il
tempo della raccolta o della restituzione: è quello della trasformazione.
Qui la tradizione non viene più
evocata apertamente. È interiorizzata, sedimentata, diventata linguaggio.
Ne nasce un disco minuto e
potente, costruito per dettagli, per sottrazione, per piccoli organismi sonori,
non a caso il termine “flòrula”, catalogo di specie, microcosmo vegetale. Ogni
brano è un frammento autonomo, ma parte di un disegno coerente, dove testi e
musiche lavorano in una continua tensione tra corpo e natura, tra materia e
immaginazione.
Prima di analizzare le tracce del
disco vorrei però spendere due parole sulla copertina del disco, nata da una idea
grafica di Paolo Zampese e da una foto di Patrizia Laquidara, vestita
candidamente di bianco, con il capo cinto da una corona di fiori, realizzata da
Michele Piazza. È indubbiamente vero che Patrizia ha dalla sua parte una bellezza
che definirei quasi ieratica però credo che questa copertina sia una delle più
belle tra i dischi usciti quest’anno e, soprattutto, molto funzionale
nell’addentrarci da subito nel mondo di Flòrula.
Il disco si apre con Nessuno
deve restare di fuori (Ti ho vista ieri) o meglio, più che un’apertura,
una soglia che introduce tutti personaggi femminili che prendono poi vita nel
romanzo. Il marranzano suonato da Puccio Castrogiovanni ci porta subito in
Sicilia e ad esso si sovrappongono via via percussioni, hand claps, cori a
donare ritmo a questo bel pezzo che si chiude con la ripetizione ossessiva
“Nessuno deve restare di fuori”.
Anna la ciaccaligna, oscillando continuamente tra un tappeto di elettronica e chitarre elettriche è una canzone che ci parla di un personaggio sospeso tra passato e futuro, evoca un po’ una donna siciliana d’altri tempi e allo stesso tempo una donna fuori dalla visione tradizionale, in effetti i versi di Patrizia “Anna sale le scale / tra la terra ed il cielo c’è lei, esagerata / Anna trascendentale un piede nel fango e un altro nel cosmo” più che descrivere, evocano.
La bambina inizia con molta dolcezza, come d'altronde dev’essere una canzone in cui ritroviamo versi come “Et voilà la petit toupil / l’hanno vista che cadeva giù da una stella / et voilà la petite trebuchel / l’hanno vista che cadeva e poi correva scalza.” Però poi si avverte una prima tensione ritmica più marcata. Non è un cambio di passo netto, ma una pulsazione interna, costante. C’è un crescente desiderio di libertà “Lei è quella che è venuta a dire no, / non mi va, non si fa, non mi piace com’è”. In questa canzone c’è la bambina o il bambino che è in ognuno di noi, quello che ci fa comunque sempre guardare il futuro.
Con Cunizza (Assabenerica), breve riassunto di una processione antica, La Vara, che avanza ogni 15 agosto per le vie di Messina, arriva uno dei momenti più intimi del disco. La voce si moltiplica, si sovrappone, costruendo un piccolo spazio corale che richiama la forma della ninna-nanna, ma allo stesso tempo ne altera la funzione: non più rassicurazione, quanto piuttosto ascolto e cura. Vi partecipa anche Lorenzo Maragoni protagonista della giaculatoria.
Diversissimo il registro di La ragazza della 127, qui la scrittura si apre a una maggiore concretezza. Le immagini si fanno più riconoscibili, più legate a una quotidianità filtrata. Musicalmente il brano è tra i più ricchi: entrano archi discreti, variazioni armoniche più ampie. Eppure, tutto resta dentro una misura controllata, senza cedere a una piena espansione emotiva. Stilisticamente mi ricorda molto la Laquidara di Funambola. Trovo bellissima questa immagine “Le ginocchia strette strette / sull’autostrada che va a sud / siamo partiti da sei ore / il tempo qui non passa più / c’è chi sbuffa chi guarda in su”.
La successiva Alicudi
cantata in coppia con Antonio Vargas, rappresenta uno dei vertici assoluti del
disco. Testo essenziale, ridotto a pochi nuclei espressivi come “Ma che sapore
di sale che sai tu / ti toglierò la sabbia con le labbra / ma come scotta ho la
pelle rossa / sarà l’unguento che calma quel che brucia / io vado in acqua che
fai vieni anche tu”. Ogni parola pesa, rimane. Il tema è quello della perdita,
ma interpretata come passaggio, come mutazione inevitabile. L’arrangiamento di Edoardo Piccolo è
radicale nella sua semplicità: pochi accordi, pause cariche di senso. Anche il
silenzio diventa parte attiva del brano.
In Ti saluto con la mano,
canzone il cui testo è stato scritto con il rapper El Coco (nipote della
Laquidara) e Lorenzo Maragoni, il movimento è più evidente: una crescita
progressiva, quasi narrativa. Il testo “ieri ho preso un volo e domani partiamo
/ siamo dello stesso sangue, sai che ci capiamo / ti conosco da una vita, sei
come una sorella” torna sul tema della crescita, della trasformazione, ma con
una luce diversa, più aperta. La musica accompagna questa dinamica con un
incremento graduale della densità sonora, in modo mai invasivo, sempre
trattenuto.
Il disco si chiude ufficialmente
con Nuova luce, il punto più laterale, decentrato del disco, struttura
meno lineare, piccoli scarti, inserti sonori che rompono l’equilibrio. Il testo
appare frammentario, costruito per immagini rapide, quasi appunti sensoriali “vita
che è purissima / foglia che traduce luce in nuova luce / forza che trascina cambia
e poi riluce / tutto si trasforma l’aria la pelle / ogni cosa poi cambia in
altra forma”. Sicuramente il brano più etereo, ma anche il più profondo, perché
cerca di parlare alla nostra anima, di dirci che tutto si trasforma. La vita
dentro e fuori di noi, non ha mai fine si rinnova nei ricordi di coloro che abbiamo
amato, anche quando magari non ci sono più. Un finale in elevazione.
In realtà il disco si chiude circolarmente con una bonus track, una ulteriore versione di Nessuno deve restare di fuori, in cu la splendida voce di Patrizia incontra quella di una delle più originali e promettenti cantautrici siciliane, la palermitana Giulia Mei.
È un po’ come se Il disco si
concludesse senza conclusione: i temi restano aperti, come semi lasciati al
terreno. Patrizia Laquidara lavora sulla parola come materia organica, mai
decorativa. Il linguaggio botanico non è simbolo superficiale, ma struttura
profonda del disco: crescita, trasformazione, ciclicità.
Parallelamente, la musica si
muove in uno spazio che evita sia l’appartenenza esplicita al folk sia la
linearità del pop, costruendo un territorio autonomo, fatto di equilibrio,
silenzi, sfumature.
Non è forse un disco immediato
come lo era stato ad esempio, almeno per me, Funambola ma è
proprio in questa sua discrezione che trova forza e coerenza: un ascolto che
non si impone, ma si deposita, lentamente, che darà poi i suoi frutti a tempo
debito.
Patrizia Laquidara – Flòrula
Tracklist
01. Nessuno
deve restare di fuori (Ti ho vista ieri)
02. Anna
la ciaccaligna
03. La
Bambina
04. Cunizza
(Assabenerica)
05. La
ragazza della 127
06. Alicudi
(feat Antonio Vargas)
07. Ti
saluto con la mano (feat El Coco)
08. Nuova
luce
Bonus Track
Nessuno deve restare di fuori
(Con Giulia Mei)
Crediti
Patrizia Laquidara - voce, cori,
palmas
Edoardo Piccolo - sintetizzatori,
programmazione ritmica, autoharp [1, 7], Philicorda [3, 5], cori [4, 5], palmas, arrangiamenti.
Daniele Santimone - chitarra
elettrica, acustica e classica 7 corde, cori [6]
Stefano Dallaporta - basso
elettrico
Puccio Castrogiovanni –
marranzano, cuatro, mandolini, tamburelli [1, 2, 5]
Clécio santos e Fernando Silva – pandeiro,
agògò, surdo, caxixi, abà, ganzá, tambor, sanghiba, maracas, repique, recorecò,
palmas, caixa
Dario Ponara – vibrafono [7]
Cori
Silvia Girotto, Patrizia
Laquidara, Katy Marcante, Elisa Sperotto [1, 4, 7]
Quartetto d’archi
Violino primo: Massimilano Tieppo
Violino secondo: Alessia Turri
Viola: Michele Sguotti
Violoncello: Simone Tieppo
Produzione esecutiva
Patrizia Laquidara – Luna
Nordestina
Produzione artistica
Edoardo Piccolo e Patrizia
Laquidara
Registrato nello studio The
Basement Recording Studio di Federico Pelle dal 13 al 19 agosto 2025
Quartetto d’archi registrato a
Sotto il Mare Recording Studios
Vibrafono registrato presso
Aproblema Studio
Mixato da Edoardo Piccolo presso
Tiglio Siamese Studio
Masterizzato da Jérémy Henry a La
Villa Mastering Studio
Idea grafica di copertina: Paolo
Zampese
Foto di copertina: Michele Piazza
Patrizia Laquidara su Facebook

