Saturday, January 12, 2013

Intervista a Remo Anzovino

di Fabio Antonelli

Copertina di Oliviero Toscani
Cominciamo dalla copertina del tuo nuovo lavoro discografico “Viaggiatore immobile”, un bellissimo scatto di Oliviero Toscani, com’è nata questa collaborazione e soprattutto ti senti pienamente rappresentato da questa sua creazione?

Assolutamente, altrimenti non l’avrei pubblicata (ride), l’incontro con lui è stato veramente magnifico, Oliviero ed io eravamo stati invitati ad una giornata dedicata alla fotografia e ai nuovi media, lui teneva un conferenza e io il concerto conclusivo, piano solo con la proiezione di alcune immagini fotografiche. Lui ha assistito al mio concerto, è rimasto entusiasta, ci siamo conosciuti, siamo diventati amici, ha avuto modo di sentire in anteprima il disco, ne è rimasto colpito e mi ha proposto di realizzare la copertina del disco che, sfruttando l’immagine del mio volto riflessa nel mantello del pianoforte, è proprio una bellissima traduzione del titolo, perché c’è sempre una parte di ognuno di noi che è impegnata in un altro viaggio, quello dei desideri, delle emozioni. La cosa più incredibile di quella foto, che per altro è esattamente com’è stata scattata, è che se tu osservi attentamente il riflesso del volto nel mantello del pianoforte, è leggermente diverso rispetto alla parte reale e penso fosse proprio quello che lui intendeva dire con quello scatto, il fatto che c’è sempre una parte di noi che mentre siamo impegnati a fare qualcosa è a sua volta impegnata a fare altro.

E’ bellissimo, come il titolo “Viaggiatore immobile”, che hai dato a questo tuo nuovo lavoro.

Viaggiatore immobile” è nato un pomeriggio in cui riflettevo su tante cose, prima di tutto sul fatto che vivo in una città, Pordenone, abbastanza lontana dai centri di produzione. Già nei dischi precedenti avevo parlato di luoghi che avevo visitato solo con la fantasia, penso a dischi come “Tabu” o “Igloo” molto legati appunto al viaggio della fantasia, poi in quel pomeriggio ho riflettuto sul fatto che suono uno strumento, il pianoforte a coda, che è il più intrasportabile degli strumenti, mentre una persona che suona il violino può pensare di andare a suonare sulle piramidi, io no … allora ho immaginato che questo lungo pianoforte a coda, fosse il personaggio di un romanzo, che con la sia valigia e il suo cappello potesse girare con la forza della fantasia i quattro angoli del mondo. Ho poi riflettuto sul fatto che spesso, durante i concerti o su Facebook, le persone mi dicono “Io con la tua musica faccio dei grandissimi viaggi con la fantasia” e che comunque, viviamo in un epoca che è tra le più emozionali che si ricordi. Tutte le persone oggi sono impegnate a ricercare fortemente i loro desideri e ho quindi pensato che con questo disco potessi scrivere la colonna sonora di quel altrove, quel territorio che ognuno di noi cerca. Perché siamo tutti viaggiatori immobili, perché qualunque cosa si stia facendo c’è sempre una parte di noi impegnata in un viaggio delle emozioni, quindi “Viaggiatore immobile” era un titolo policromo e soprattutto cangiante, perché il viaggiatore immobile è lo strumento che suono, sono io che stando fermo in una piccola città viaggio con la musica, ma sei anche tu che ascolti, siamo tutti noi che bene o male dobbiamo fare i conti con le nostre emozioni più segrete.

Sai chi mi ha fatto venire in mente questo titolo? Magari il mio è stato un pensiero fuorviante, ma mi ha fatto pensare a te come a un nuovo Salgari, cioè a colui che chiuso nella sua stanza riesce a viaggiare altrove, a descrivere luoghi misteriosi.

No no, non è assolutamente fuorviante, anzi ti ringrazio del parallelo e del complimento, perché così come nessuno meglio di Salgari ha descritto la giungla pur non avendola mai vista, così quando comunque nasci in una piccola città di provincia, puoi raggiungere determinati posti solo con la forza della fantasia, quindi il fascino del viaggio senza movimento tramite il pentagramma e i suoni, era una via assolutamente da percorrere e che, tra l’altro, mi ha fatto fare un viaggio molto particolare, perché generalmente, quando uno parte per un viaggio, pensa che incontrerà dei paesaggi, invece in questo viaggio della fantasia in cui il pianoforte, i suoi tasti non sono altro che la cartina di questo viaggio, mi sono imbattuto invece solo nell’essere umano, in un catalogo di imperfezioni, desideri, emozioni, così alla fine ho pensato che il viaggio più vero che la musica mi poteva permettere di realizzare era quello di parlare del mio tempo, che è quello poi che, secondo me, chi scrive musica dovrebbe sempre sforzarsi di fare. Ecco perché il disco ha degli elementi legati allo spasimo, alle emozioni, all’amore pop, al natural mind, a cose che hanno a che fare con l’essere umano.

Ecco, a proposito, tra i titoli che hai citato mi ha colpito molto “Amore op”, perché hai dato al brano questo titolo?

Beh, “Amore pop”, perché il pop è la musica che si ascolta tutti i giorni, quella che è trasmessa maggiormente in radio…

Quella più immediata, possiamo dire.

Si proprio, la musica pop è quella che ascolti tutti i giorni, che non devi magari andare in una sala da concerto per sentirla, nel disco c’è una dicotomia, un contrasto tra “Amore pop” e “Musica per due”, se ascolti i due brani ti raccontano il rovescio di una stessa medaglia. “Amore pop” è musica in forma epistolare, è una lettera che uno scrive ad una persona e nella quale si fa come un bilancio, è proprio dedicato all’amore di tutti i giorni, in cui magari ti mandi a quel paese, però è quell'amore vero, basato sul costruire delle cose, passando magari anche per momenti non felici, quindi è una musica di flashback, di ricordi, di speranza, di tenersi stretti perché si è necessari l’uno a l’altro. Il rovescio della medaglia di questo viaggiatore, è appunto “Musica per due”, in cui c’è l’arte del corteggiamento, è l’incontro, in una locanda immaginaria, di due persone che sono attratte l’una dall’altra e non riescono a fare altro che ballare sulla loro pulsione, sulla loro attrazione.

E “Specchio”, vuole forse essere l’incontro con se stesso?

No, se dovessi sintetizzare “Specchio”, direi che non è lo specchio in cui mi guardo, ma è lo specchio in cui ti guardo, in realtà quindi una carica fortissima di sensualità La musica descrive un’ora precisa della notte, una notte molto scura, però è anche la descrizione di un oggetto molto importante in una camera da letto, perché è quello che ti permette di proiettare le tue fantasie e a volte anche di illuderti di vederle. Quindi qui lo specchio è visto come mezzo attraverso il quale osservare un’altra persona.

Quindi in una veste decisamente più intrigante.

Si , se provi magari a riascoltare il brano sotto questa prospettiva …

E’ vero, adesso che ci ripenso, direi che hai ragione.

(ride) D’altra parte i miei titoli, a partire da quelli dei dischi, fino a quelli dei brani, non sono vincolanti. E' molto più importante il viaggio, la suggestione che ne ricevi ascoltando la musica, quindi se per te lo specchio è quello interiore, è quello interiore, il mio punto di vista è lasciare il più possibile chi ascolta libero di abbandonarsi alla fantasia, cercando quindi spiegare il meno possibile attraverso i titoli. Poi è chiaro che, se mi si chiede il mio punto di vista, allora spiego cosa mi ha ispirato quel brano, ma come dicevo non è vincolante, trovo sia secondario quanto pensassi in quel determinato momento, molto più importante è quello che provi tu, mentre ascolti la mia musica.

In questo disco c’è però un brano, quello che chiude il disco e che s'intitola “9 ottobre 1963 (Suite for Vajont)”, in cui il titolo ha davvero una sua importanza.

Beh, si perché quello è l’unico brano che non ha rapporto con la fantasia. In un disco, che è un evidente omaggio alla fantasia, si finisce con un omaggio vero, concreto, a una diga che è là e non è crollata, nonostante le sia caduta una montagna addosso, con questa musica che vorrebbe aiutare a non dimenticare mai, perché quella tragedia è un fatto storico accaduto nella mia città, a un’ora dal centro della mia città e perché condivido quello che Marco Paolini disse nel suo bellissimo spettacolo teatrale, cioè che i silenzi non andrebbero mai osservati, ma andrebbero cantati. In tanti anni, nessun compositore, nessun musicista, ha scritto una canzone, una musica importante, per quei quasi duemila contadini, con tanti bambini e tante donne, che persero la vita per una tragedia che considero, senza troppe virgolette, una “strage di stato”. In occasione del 50° anniversario, spero che questa dedica sia un contributo a non far dimenticare quella che considero considero la madre di tutte le tragedie in cui l’uomo non ha saputo o meglio non ha voluto leggere i segni chiari della fine. E’ stata la prima volta in assoluto che ho usato in un disco la mia voce, un coro che viene utilizzato in modo particolare quasi fosse uno strumento, ai coristi ho fatto dire Toc perché Toc è il nome del monte che arginava l’invaso, termine derivante dall'aggettivo patoc che nella lingua dei valligiani vuole dire fradicio, perché i valligiani sapevano che quello era un monte fradicio,marcio, in cui già c’era qualcosa che non andava. Se vai a vedere ad esempio su Youtube la vicenda legata a Tina Merlin, capisci perfettamente però cosa sia successo quella notte.

Si, ho letto quel libro, lì si comprendono molte cose.

E’ stata una musica molto importante da scrivere, è stata molto lunga la traduzione, ho capito che dovevo pubblicarla quando l’ho fatta ascoltare in anteprima ai sindaci coinvolti nella vicenda, per capire se loro si ritrovavano in quella musica. Quando mi è stato detto che sintetizzava perfettamente quello che loro avevano provato, allora ho capito che non solo era un mio desiderio ma era un dovere pubblicarla e l’ho voluta nel disco.

Penso che tu sia stato bravissimo nel rendere quei momenti, immediatamente successivi alla frana del monte nel bacino …

E’ una musica che si basa su un tema circolare, l’idea era prima di tutto quella di invertire i ruoli tra i due concetti di popolare e aristocratico, invertirli completamente, il tema popolare assegnarlo completamente allo strumento aristocratico per eccellenza che è il pianoforte, utilizzando invece il coro maschile, che nell’immaginario comune fa subito pensare al coro degli alpini come se fosse una grande e nobilissima orchestra sinfonica. Il tema principale è presentato dal pianoforte, suonato però in modo molto particolare, quasi fosse uno xilofono, perché l’idea era di far sentire questa musica come se la stesse suonando un bambino oggi, con lo sguardo di un ragazzino che non ha conosciuto il nonno o il bisnonno e non sa cos’è successo lì. La musica allora la interrompiamo ed introduciamo un elemento di presagio, come a dire “forse qui è successo un qualcosa” e poi c’è il momento della fuga del coro con il pianoforte, che vuole essere una soggettiva di chi si è visto cadere addosso una montagna in piena notte. Quei 25” sono appunto una soggettiva di quegli istanti, dopo il tema diventa commento lirico, perché l’acqua ha ricoperto tutto quanto e il coro diventa struggente ricordo di una disgrazia che si poteva evitare. Penso che. quando vai in quei luoghi, in particolare ad Erto e guardi la diga, c’è ancora adesso una staccionata piena di bandierine colorate e ognuna ricorda un bambino morto in quella tragedia.

Immagini che ancora oggi fanno un cero senso quindi.

Questi sono gli elementi che sono entrati a far parte di una musica dal forte sapore cinematografico, come se utilizzasse stilemi ed elementi molto colti legati alla musica contemporanea, però con alla base un tema facilissimo, elementare, un tema che se lo ascolti una volta subito te lo ricordi. Convivono tutti questi elementi, il colto il popolare il cinema, quest’ultimo inteso come una musicalità che riesce a rendere visibili determinate emozioni.

D’altronde tu hai dimostrato di aver sempre avuto un certo feeling con il cinema, so che hai musicato parecchi film muti.

Si, ho musicato parecchi film muti, ho dato le mie musiche anche al teatro e alla pubblicità, comunque il rapporto con il cinema muto è stato per me molto importante, un mondo dal quale poi mi sono staccato, perché ho avuto la fortuna di realizzare dischi e poter capire, piano piano, che la mia musica era indipendente, era dotata di un’armonia che poteva vivere in maniera indipendente dalla proiezione del film.

Comunque sei sempre stato dell’idea che non esiste un confine tra un genere musicale e un altro, così come non esiste un confine tra cinema e musica, per cui nelle tue musiche convivono sempre vari mondi.

Guarda, io ascolto tantissima musica, sono sempre stato profondamente attratto da quello che mi era molto diverso per stile e musicalità, penso che i generi musicali siano stati fatti saltare per aria da tempo e che comunque la contemporaneità sia il saper usare tutti i linguaggi e trovarne la sintesi, sono convinto che davvero, se Mozart oggi fosse vivo, non si limiterebbe a scrivere i quartetti persiani ma introdurrebbe magari un campionatore, utilizzerebbe cioè i suoni della modernità, perché anche nel mio disco, che è un disco acustico, se ascolti attentamente, senti dei rumori, delle dissonanze legate comunque al nostro tempo.

Si, mi viene in mente, in proposito, la presenza nel disco di un musicista particolare come Francesco Arcuri.

Beh, infatti (ride), questa è stata sicuramente una scelta molto precisa, fatta anche con il produttore del disco, quella di utilizzare musicisti che consideravamo all’altezza dell’idea, quella di fare un disco sostanzialmente di pianoforte, concettualmente un piano solo, con intorno tutti questi suoni particolari che gli dessero un’identità non convenzionale. Normalmente, quando pensi ad un disco di pianoforte, pensi ad un pianoforte da solo o ad un pianoforte con un po’ di elettronica, invece l’idea era di avere intorno al pianoforte dei suoni che non si fossero mai sentiti.

Penso che il risultato sperato sia stato pienamente raggiunto.

Beh, sicuramente non è stato un disco di grandissima svolta estetica, mi ha però consentito di lavorare per la prima volta con questo produttore eccezionale che è Taketo Gohara e con questo arrangiatore raffinatissimo che è Stefano Nanni, mi ha permesso di suonare al fianco di grandi musicisti, però mantenendo la mia cifra stilistica, la mia immediatezza, il gusto della melodia, ottenendo un risultato che mi soddisfa molto, perché i suoni sono molto contemporanei, al di là che è un disco che nasce da un’ispirazione molto vera.

Foto di Gianluca Moro

Sito ufficiale di Remo Anzovino: www.remoanzovino.it






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